Pensieri, parole, opere ed ammissioni dal mio mondo dell'arte
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!
Visualizzazione post con etichetta Prospettive Contemporanee. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Prospettive Contemporanee. Mostra tutti i post
mercoledì 12 maggio 2010
martedì 16 febbraio 2010
Prospettive Contemporanee - Capitolo 5
Quinto ed ultimo capitolo della rassegna Prospettive Contemporanee. Protagonista di questa pagina: l'artista argentina Karina Chechik.
Raffinata ed eclettica è riuscita ha cogliere l'anima delle sue città. Una mostra di grande successo che non poteva chiudere meglio questa intrigante e piacevole avventura con LaContemporanea di Torino.
Introduzione e comunicato stampa a CAPITOLO 5
Lo Studio Art Gallery La Contemporanea è lieta di presentare il quinto ed ultimo appuntamento di
PROSPETTIVE CONTEMPORANEE-"L'Arte dell'Architettura e L'Architettura dell'Arte" con CAPITOLO CINQUE - Personale di Karina Chechik.
Il ciclo espositivo legato al tema dell'Architettura si conclude con l'artista argentina che porta sulla piazza del'Arte Contemporanea di Torino una ventata di internazionalità grazie al suo ricchissimo percorso artistico.
Una visione romantica ampiamente riconosciuta ed apprezzata da importanti gallerie e musei nel mondo espressa in una quindicina di tele in tecnica mista, attraverso le quali la Chechik ci regala una prospettiva ideale dei contesti urbani e tutta la delicatezza del suo animo femminile. Un percorso artistico che si snoda tra le grandi capitali di NewYork, Buenos Aires, Miami, Parigi, Milano con l'obiettivo di coglierne più le dimensioni simboliche ed emotive che non gli aspetti reali.
La mostra “CAPITOLO 5” raccoglie i sentimenti artistici trasposti su tela dell'argentina Karina Chechik, la quale contribuisce al progetto “PROSPETTIVE CONTEMPORANEE” attraverso una serie di opere che hanno come protagonista le grandi capitali di Buenos Aires, New York, Parigi, Roma, Barcellona, Milano, Miami e non ultimo Torino. La scelta ricade su città che sono per lei stessa importanti, non solo perchè in esse ha vissuto e pertanto ha potuto coglierne l'atmosfera, ma anche e soprattutto per l'importanza culturale ed espressiva che esse rivestono nel panorama internazionale.
La Chechik ci offre una lettura particolare di questi scorci metropolitani, guardando loro come attraverso un filtro con il quale si stacca dalla concretezza delle ambientazioni per raggiungere un piano di analisi superiore, simbolico, in cui la luce ed il tempo acquistano un valore predominante. Una quindicina di opere di tecnica mista in cui si avverte la necessità profonda dell'artista di trascendere la realtà per ritrovare una dimensione di maggior sacralità e di realizzare un contatto intimo con gli aspetti più spirituali dell'esistenza. Gli edifici e le architetture che si innalzano verso il cielo diventano quindi canale privilegiato e strumento di collegamento fra l'uomo ed un livello superiore.
I toni pastello e le atmosfere ovattate sono dunque il risultato di un più elevato processo di ricerca verso una condizione ideale di contesto di vita, oltre che il frutto della raffinata sensibilità dell'artista che con queste tele ci regala tutta la delicatezza del suo animo femminile.
Testi:
Capitolo 5 - Karina Chechik
“Lascian cadere il libro, ormai già sanno
che sono i personaggi del libro.
(Lo saranno di un altro, l'eccelso,
ma ciò ad essi non importa).
Adesso sono Paolo e Francesca,
non due amici che dividono
il sapore di una favola.
Si guardano con incredulo stupore.
Le mani non si toccano.
Hanno scoperto l'unico tesoro;
hanno incontrato l'altro.
Non tradiscono Malatesta
perché il tradimento richiede un terzo
ed esistono solo loro due al mondo.
Sono Paolo e Francesca
ma anche la regina e il suo amante
e tutti gli amanti esistiti
dal tempo di Adamo e la sua Eva
nel prato del Paradiso.
Un libro, il sogno li avverte
che sono forme di un sogno già sognato
nelle terre di Bretagna.
Altro libro farà che gli uomini,
sogni essi pure, li sognino.”
"Inferno, V" di Jorge Luis Borges
Di famiglia russa, di origine ebraica, emigrata agli inizi del XX secolo in Argentina, nata nel ’66 e formatasi presso l’accademia di Belle Arti a Buenos Aires, Karina Chechik è “cittadina del mondo”, nel senso più vero ed ampio di questa affermazione.
Trasferitasi giovanissima prima a Miami poi a Barcellona e poi di nuovo a Miami ed ora tornata a Buenos Aires, con significative soste in Italia ed in altre importanti città americane come New York, Boston e Philadelfia, Karina Chechik, è oggi una artista di livello internazionale.
Presente in importanti collezioni sia private che pubbliche, l’opera di Karina nasce da una personale e continua ricerca che ha da sempre contraddistinto il suo percorso artistico.
Le influenze e le contaminazioni di così diverse e lontane culture (che persistono ancora oggi, nonostante si viva nell’epoca della globalizzazione), assimilate nei suoi continui spostamenti, hanno partorito un’arte fatta di gestualità, tecniche e soluzioni uniche e difficilmente replicabili.
Forme, volumi, luci, colori, che sono gli elementi che identificano universalmente qualsiasi artista, nell’opera della Chechik si fondono in un tutt’uno.
Vediamo allora che in un dipinto la luce si unisce alle rarefatte atmosfere di uno scorcio metropolitano che a sua volta si fonde con la luce del cielo che ancora si riflette sulle nuvole che avvolgono la sommità di un grattacielo. Il vero protagonista dell’opera.
Il dipinto sembra generato dal nulla, è un soffio. Nonostante l’ingombrante presenza di edifici, di strutture ed architetture fatte di cemento, metallo e vetro, è leggero, delicato.
Sembrano vedute visionarie e sognate. Inventate. Eppure sono tutte reali. Fermate in quella frazione di un’attimo, magico, di uno scatto fotografico e che solo successivamente attraverso l’inseguirsi di infinite velature si trasformano in poesia.
E proprio la poesia è, in diverse occasioni, fonte ispiratrice dei lavori di Karina, in particolare l’opera di Luis Borges. Anch’esso argentino, è spesso rappresentato in questi dipinti attraverso l’inserimento di citazioni e frammenti dei sui scritti che si amalgamano perfettamente con le immagini che abbiamo davanti al nostro sguardo e che magicamente le completano.
I “tagli”, che scopriamo ammirando le opere in mostra, ci aiutano a scoprire il modo in cui percepisce e di conseguenza vede il mondo, l’artista.
Vedute aeree, dove tutto sembra letto dal finestrino di un aereo o dall’alto di una impalcatura.
Prospettive che partono dal basso e si stagliano verso l’alto come se il mondo fosse visto dall’altezza del suolo o dagli occhi di un bambino. Vedute centrali di “botticelliana” memoria che ci rimandano immediatamente a un passato ormai remoto fatto di perfezionistici equilibri architettonici.
Questo è il modo di vedere e affrontare il lavoro artistico, ma forse anche la vita, di questa giovane artista argentina. Senza barriere, preconcetti, alla continua ricerca dell’armonia come da sempre è avvenuto nel mondo dell’architettura. Karina è un architetto dell’immagine!
La tecnica della Chechik si dovrebbe definire per convenzione “mista”.
In realtà non è così. E’ una cosa molto più complessa. Parte da una ricerca attenta del soggetto, bloccato da uno scatto fotografico che viene poi rielaborato e “sgrassato” di tutto quello che è ritenuto “inutile” ai fini della composizione.
Questo elaborato, “censurato” da ogni riferimento cromatico, viene poi utilizzato come traccia, sulla quale l’artista interviene pittoricamente con gel e resine acriliche.
Il risultato è questo: i lavori che possiamo ammirare in questa mostra non sono fotografie, non sono dipinti. Sono solo magiche rappresentazioni del nostro habitat che spesso è solamente grigio ma che grazie alla professionalità e al genio pittorico di Karina Chechik si riempie di colori sognati come a volte ci vediamo costretti a fare con la realtà.
Prospettive Contemporanee - Capitolo 4
Eccomi alla pubblicazione del quarto Capitolo della rassegna Prospettive Contemporanee. Il protagonista è Stefano Fioresi, uno degli artisti che meglio rappresentano il connubio fra uomo e città. Dalla tecnica personalissima è assolutamente uno dei protagonisti della scena contemporanea.
Introduzione e comunicato stampa a CAPITOLO 4
Dopo la consueta pausa estiva,riprende a pieno ritmo l'attività dello Studio Art Gallery “La Contemporanea” che si accinge ad inaugurare il quarto capitolo della rassegna “Prospettive Contemporanee”-L'Arte dell'architettura e l'Architettura dell'Arte.La mostra, che vedrà come protagonista le opere di Stefano Fioresi,fa parte,lo ricordiamo,del ciclo espositivo che raduna autori importanti del panorama artistico attuale e che sono accomunati dal soggetto della loro ricerca,l'Architettura appunto,affrontata e risolta con tecniche e “visuali” differenti .Un tema questo scelto per richiamare l'attività principale de “La Contemporanea” che nasce principalmente come studio di progettazione e design.
Capitolo 4 -Personale di Stefano Fioresi è il frutto del soggiorno dell'artista a New York ed è singolarmente incentrata sui ponti della Grande Mela. ManhattanBridge ,BrooklinBridge, Geoge Washington Bridge,ecc. diventano pertanto protagonisti di un'esposizione che si articola in tre fasi,tre momenti di studio differente dei soggetti:si parte dai disegni “sperimentali” di tecnica mista(acrilico,grafite e inchiostro su carta) per arrivare alle opere che riprendono lo stile pittorico tipico di Fioresi, per le quali utilizza l'acrilico e la resina su tela. In queste realizzazioni l'attenzione non si concentra esclusivamente sulle strutture architettoniche, ma anche e soprattutto sugli elementi di contorno,le “figure” che le animano e le popolano,il cosiddetto “folclore urbano”.Un'interpretazione in stile Pop Art rivista in chiave contemporanea di situazioni rubate al quotidiano, dove si gioca sul contrasto tra ciò che c'è di più mutevole proposto in un fumettistico b/n e ciò che è permanente, l' onnipresente, romantico, colorato scenario di vita metropolitana.
Prosegue anche la collaborazione con Luca Mottaran,i cui contributi lirici andranno nuovamente a creare una brillante sinergia tra Arte e Poesia.Scritti inediti, in cui l'autore si concentra sui concetti di Architettura e Pittural,lasciandosi liberamente inspirare dai quadri in esposizione. Luca Mottaran, laureato in Filosofia e giornalista freelance, ha pubblicato nel 2008 "Etatomare",la sua prima silloge poetica edita dalla casa editrice Il Filo.
Testi:
Capitolo Quattro - Stefano Fioresi
Da Wikipedia:
-Il tema del rapporto tra pittore e modella era stato affrontato da Picasso già nel 1926 con un dipinto che ha quasi lo stesso nome; ma già nel passato (e poi ancora in epoca più recente) altri pittori si erano cimentati - in chiave differente e con risultati diversi - con questa affascinante fonte di ispirazione artistica. Fra essi, gli italiani Caravaggio e Vasari (che da una modella ebbe anche quasi certamente un figlio) e l'olandese Vermeer (che della giovane domestica Griet fece la sua musa ispiratrice); fra gli artisti contemporanei sensibili alla tematica sono da segnalare - per il felice esito del tocco e della visionarietà pittorica - Tullio Pericoli e Milo Manara.-
Perché iniziare una presentazione di una mostra personale con una citazione del genere?
La risposta è semplice: perché il rapporto che esiste fra l’opera di Stefano Fioresi e le “sue” città, è molto simile, se non lo stesso.
Il medesimo rapporto che poteva nascere in passato fra alcuni grandi maestri e le loro modelle.
Un rapporto intimo ed intimistico che rende ancora oggi quel rapporto indissolubile e duraturo.
I temi trattati da Stefano Fioresi, non si limitano ad essere solo una rappresentazione di luoghi noti e riconoscibili, che appartengono ad uno scenario quotidiano di immaginazione collettiva, ma rappresentano un rapporto basato su sentimenti di amore e rispetto, nei confronti di quelle città, che Fioresi tratta come sue modelle nella propria personalissima rivisitazione neo-pop.
In Prospettive Contemporanee – CAPITOLO QUATTRO, però, l’artista pone l’attenzione solo su alcuni particolari di queste sue “modelle” (come potrebbe avvenire nel caso di un ritratto ad una figura e si volessero mettere in luce solamente certi dettagli, ad esempio uno sguardo o un sorriso): i grandi ponti della città di New York. Tutta la mostra è, infatti, sviluppata sulla rappresentazione di quelle strutture architettoniche, cariche di molteplici significati.
La città/modella in questione è New York, ed in particolare l’isola di Manhattan, che proprio grazie ai suoi numerosi ponti, è collegata al resto degli Stati Uniti.
Ancora una volta ci troviamo di fronte al concetto di “legame”. Un legame forte, vitale.
Un ponte, lega, unisce e rende possibili spostamenti e trasferimenti, come un cordone ombelicale permette al feto di vivere e crescere nel ventre della propria madre.
La mostra è composta da quindici opere inedite e realizzate per l’occasione.
Questi quindici lavori sono nati dalla creatività dell’artista durante l’ultimo e recentissimo viaggio nella Grande Mela.
E’ composta da cinque disegni, cinque resine e cinque collages. Tre tecniche differenti ma che appartengono in ugual misura (e da sempre) al modo di esprimersi di Fioresi. La conoscenza tecnica e l’utilizzo di materiali a volte anche “impropri alla pittura convenzionale, sono frutto di anni di ricerca e sperimentazione che ha portato questo artista modenese ad essere uno degli artisti più rappresentativi della giovane corrente Neo-Pop.
Facendo poi, un ovvio ma doveroso, riferimento alla Pop-Art, emergono però alcuni elementi di netta rottura con la corrente nata anglosassone e naturalizzata americana e l’opera di Fioresi. Nasce quasi spontaneo in questo caso, citare forse il più noto fra gli artisti della Pop-Art: Andy Warhol.
In un azzardato ed altisonante parallelo fra i due, emerge immediatamente un modo diametralmente opposto nell’indagine, la gestione e la risoluzione, del rapporto soggetto/colore.
In Warhol il mezzo per mettere in risalto il soggetto dell’opera, sia che quest’ultimo fosse un personaggio noto o una scatola di detersivo, erano i colori del soggetto indagato su di una campitura neutra.
Per il nostro Stefano Fioresi le parti si invertono. I fondi sono spesso coloratissimi, se non addirittura creati con elementi fotografici (estrapolati da scatti propri), ed il soggetto, è sempre risolto con la stesura di una resina industriale bianca o nera, (miscelata a polvere di marmo per ottenere ed esasperare un effetto materico), che sfrutta ancora di più l’effetto “contrasto” e obbliga l’interlocutore a fare immediatamente proprio l’elemento principale dell’opera stessa.
I risultato è un gesto personale, proprio. Riconosciuto e riconoscibile, che in questa equilibratissima mostra torinese porta ancora una volta Stefano Fioresi al centro dello scenario contemporaneo e se mai ce ne fosse ancora bisogno, conferma la sua fondamentale presenza in un mercato solido e in continua affermazione, come quello dalla giovane arte italiana.
lunedì 15 febbraio 2010
Prospettive Contemporanee - Capitolo 3
Continuo con la pubblicazione del lavoro svolto insieme a LaContemporanea di Torino nel 2009 (Vedi post precedenti "Prospettive Contemporanee").
Il terzo capitolo di questa rassegna è dedicato al bravo artista lombardo Andrea Gnocchi, raffinato iconografo del nostro tempo e non solo...
Introduzione e comunicato stampa a CAPITOLO 3
Sembra ieri che si mettevano a punto gli ultimi dettagli per l’inaugurazione di questo nuovo spazio ed invece siamo giunti al terzo capitolo di questa rassegna. Capitolo Tre, dedicato all’artista Andrea Gnocchi.
La Contemporanea Studio-Art Gallery, un nuovo spazio espositivo nel centro di Torino, un luogo d'incontro dove l’intento è quello di far convivere, in maniera armonica e sinergica arte, architettura e design.
Un percorso espositivo che prevede nell'arco dell'anno 5 mostre personali "cinque capitoli" ognuno dedicato ad un artista differente: Carlo Cane, Fabiano Parisi, Andrea Gnocchi, Stefano Fioresi, Karina Chechik.
Una grande avventura che l’ architetto Cristiana Pecile sta affrontando con grande impegno, unendo la sua passione per l’arte contemporanea alla sua attività professionale.
L’idea è vincente, presentare i suoi progetti nella cornice di una mostra d’arte, che ovviamente ha per tema l’architettura.
Ecco perché la scelta dei cinque artisti menzionati.
Cinque autori che occupano uno spazio importante nella proposta d’arte contemporanea ma che sono uniti dal soggetto e dal tema della loro ricerca: l’architettura della nostra attuale civiltà, affrontata e risolta con tecniche diverse e che vanno dalla fotografia alla pittura, dall’installazione alla scultura, focalizzando problematiche, aspetti e risvolti sociali differenti.
L’opera di Andrea Gnocchi, che avremo l’opportunità di ammirare in questa esposizione è frutto di una costante e continua ricerca, attuata dall’artista ormai da tempo su una serie di soggetti che appartengono all’immaginario e forse non solo tale, collettivo. Una attenta rilettura in chiave neo–pop di strutture industriali, piattaforme petrolifere e agglomerati produttivi che caratterizzano tante periferie delle nostre città.
Curiosa e particolare, per non dire unica, è proprio la chiave di lettura che offre Gnocchi di questi luoghi. Luoghi di lavoro, quello duro, spesso alienante, che si riempiono di colori, piani prospettici che si rincorrono e sovrappongono e luce, tanta luce. Un tentativo, ben riuscito, di eleggere a “icona-pop” questi ambienti che nella realtà contemporanea di popolare hanno solo la vita. Quella vissuta e non sempre.
Testi:
CAPITOLO 3 - ANDREA GNOCCHI
L’ultima luna,
la vide solo un bimbo appena nato
Aveva occhi tondi e neri e fondi
E non piangeva.
Con grandi ali prese la luna tra le mani
E volò via
E volò via.
Era l’uomo di domani
(Lucio Dalla)
L’uomo, dov’è l’uomo di oggi? E’ presente? Oppure fa parte di qualcosa che non vediamo in queste architetture compiute, ma ne è parte essenziale, è insito nelle loro strutture.
Non potrebbero esistere senza l’uomo, in questo caso Creatore, che le ha pensate, volute, immaginate nella loro realizzazione e poi, forse, abbandonate. Un uomo indifferente, forse poco attento, ma che ha dentro di se il seme della creatività.
In lontananza alcuni sembrano macchine, robot provenienti da un mondo lontano, con braccia di ferro, disarticolate, moderni “Alien” ripuliti dai sedimenti spaziali e antropomorfi. Altri invece contenitori, pieni di gas e di oli, sostanze industriali, che hanno un odore forte ed inebriante, l’odore della nostra realtà industriale.
Altri ancora piattaforme isolate in un mare senza confini, dove l’uomo, ancora non c’è.
L’arte, quasi mai è questione di DNA, ma il protagonista di questa mostra è l’eccezione che ne conferma la regola.
Andrea Gnocchi, Gallarate (Va) classe 1975, è un figlio d’arte. Nonno e padre artisti, pittori, che in maniera naturale gli hanno trasmesso i geni della creatività, la propensione al colore, l’amore per la pittura e la voglia della ricerca.
Con una rilettura del tutto personale, affronta in chiave contemporanea i concetti espressi dalla Pop-art per mezzo di alcuni temi a lui cari.
Il suo universo è fatto di immagini, di icone.
Icone che ci appartengono, che immediatamente, attraverso il potere evocativo delle stesse, ci consentono di fare un tuffo nel passato, nel mondo dei ricordi, in questa caso però, rigenerati e rinvigoriti dalla sapiente mano dell’artista.
Tutto questo nella sua “normale” produzione, dove pone l’attenzione su vecchi modelli di automobili, motocicli o altri mezzi meccanici che tutti noi conosciamo bene, perché magari posseduti o sognati o ancora avuti come modellini giocattolo nella nostra infanzia.
Lavora sulla sovrapposizione di finti piani prospettici che di fatto annullano la prospettiva stessa, mettendo in luce il soggetto ritratto e combinando insieme, con giusto equilibrio grafico, superfici piene e campiture desertiche.
Bello l’utilizzo della carta velina nella preparazione della tavola unita a sabbie e sedimenti fluviali, che aiutano a dare vibrazione e movimento al tutto. Così come è intelligente l’uso disinvolto del nero (colore comunemente ostico a molti artisti usato qui per sottolineate “l’effetto fumetto” tipico corrente artistica anglo-americana) usato in contrapposizione ai bianchi utilizzati per rendere al meglio i vari effetti luminescenti.
I colori sembrano irreali, inaciditi ma di fatto suggeriscono in maniera subdola, nascosta, quasi subliminale una riconducibilità all’anima del soggetto stesso.
In questa mostra però, sempre in chiave pop, Andrea affronta un altro tema a lui caro, quello delle strutture.
La forza impressa, l’impronta personale e la tavolozza acida, sono quelle di sempre, che lo hanno proiettato nel giro di pochi anni ad essere un vero protagonista della giovane arte figurativa italiana, ma i soggetti, pur appartenendo anch’essi ad un ipotetico “paesaggio della memoria” sono diversi.
Vecchie fabbriche, piattaforme petrolifere, raffinerie sono i soggetti che già conosciamo ma che scopriamo ed impariamo a guardare con occhi differenti.
Come già sottolineato più volte in queste righe, la chiave di lettura fornita è quella della Pop-art, ovvero un’ arte fatta da soggetti “popolari”, noti a tutti (che essi siano oggetti, luoghi o persone non ha importanza), per la gente comune, quella della strada, senza riferimenti che possano in qualche maniera contestualizzarli o collocarli in un luogo o epoca ben precisi e definiti, ma solamente conosciuti e riconoscibili. Ma non solo.
Le opere in mostra assumono un aspetto quasi metafisico. Trasmettono un senso di attesa, una irreale e sospesa assenza fisica dell’uomo. Ma l’uomo c’è, è lui che ha creato tutto ciò, che lo ha vissuto, abitato e forse abbandonato.
Ho conosciuto Andrea Gnocchi qualche anno fa, quando mi sottopose proprio dei lavori che rappresentavano delle piattaforme petrolifere. Mi colpirono ma poi, non se ne conosce nemmeno il motivo, questi soggetti vennero accantonati per fare spazio ad altri, forse più “facili”. Poi nel giugno scorso la mostra, importantissima, al Castello di Rivara, “Architetture sensibili”, in occasione di Torino capitale mondiale dell’architettura e queste “strutture” sono tornate prepotentemente in vita, per uscire di nuovo dallo studio dell’artista. La mostra Capitolo Tre, all’interno dell’ambizioso progetto PROSPETTIVE CONTEMPORANEE, ne è il risultato.
Un anno di lavoro, di studio, di ricerca, portato a termine con lucida professionalità e forte carica emotiva dove nulla è lasciato al caso. Equilibri, masse, colori, sono la testimonianza visiva delle doti di questo artista che affronta la sua prima personale torinese con una mostra di grande livello.
Prospettive Contemporanee - Capitolo 2
Il secondo capitolo della rassegna Prospettive contemporanee è stato dedicato al giovane e bravo fotografo romano Stefano Parisi (vedi post precedente "Prospettive Contemporanee").
Introduzione e comunicato stampa a CAPITOLO 2
Con "CAPITOLO DUE” prosegue la serie di mostre organizzate nei locali de LA CONTEMPORANEA,
un nuovo spazio espositivo nel centro di Torino, un luogo d'incontro dove l’intento è quello di far convivere, in maniera armonica e sinergica arte, architettura e design.
Un percorso espositivo che prevede nell'arco dell'anno 5 mostre personali "cinque capitoli" ognuno dedicato ad un artista differente: Carlo Cane, Fabiano Parisi, Andrea Gnocchi, Stefano Fioresi, Karina Chechik.
Una grande avventura che l’ architetto Cristiana Pecile sta affrontando con grande impegno, unendo la sua passione per l’arte contemporanea alla sua attività professionale.
L’idea è vincente, presentare i suoi progetti nella cornice di una mostra d’arte, che ovviamente ha per tema l’architettura.
Ecco perché la scelta dei cinque artisti menzionati.
Cinque autori che occupano uno spazio importante nella proposta d’arte contemporanea ma che sono uniti dal soggetto e dal tema della loro ricerca: l’architettura della nostra attuale civiltà, affrontata e risolta con tecniche diverse e che vanno dalla fotografia alla pittura, dall’installazione alla scultura, focalizzando problematiche, aspetti e risvolti sociali differenti.
Il secondo evento "Capitolo DUE" si inaugurerà martedì 28 alle ore 18.00 e si concluderà il 14 di Giugno.
La ricerca di Fabiano Parisi è rivolta alle strutture abbandonate, strutture incredibili ma ugualmente vuote, sole, che l’artista sente comunque piene e pulsanti di vita trascorsa in un passato antico e recente. La sua esplorazione è a volte inquietante, accompagnata come in un rito dalla macchina fotografica. Fabiano si avventura all’interno di strutture industriali abbandonate, di edifici ancora pieni dell’anima delle persone che ci sono vissute e con la sua macchina fotografica cerca di cogliere le sensazioni fortissime che sente trapelare da quei residui dell’uomo.
La fotografia si integra con la pittura, i supporti sono spesso particolari, in grado di sopportare il bagaglio di sensazioni di cui dovrà caricarli. Spesso sceglie il ferro, perché è un materiale solido, che resiste ma ugualmente cambia nel tempo, si arrugginisce, diventa esso stesso un residuo.
Testi:
Capitolo 2 - Fabiano Parisi
cerco costantemente di essere dentro
un mondo, la sua idea, la sua domanda
i punti interrogativi di questa società non si aggrappano a me
sono emarginato, faccio confine, guardo da dentro con occhio di fuori
mi dicono che non ho un vero lavoro, eppure mi sporco le mani
rimangono residui di giornate su me.
sento la desolazione di alcuni spazi, mi fermo a guardare, rifiuti,
quelli per cui neanche il riciclo è stato pensato
parole ne trovo diverse, lavoro di traduzione,
come vocabolario ho uno scatto e qualche colore
c’è poco ascolto, forse manca un megafono.
penso a questi spazi, a queste persone che incontro.
svuotati di sguardi, di visibile ai più
eppure fanno eco, inciampo nelle loro rovine, sono stati. oggi non più.
parlano di solitudine,questo dice il passante di fretta, il cancello chiuso
dal tempo.
eppure residuo è cosa a due, tra chi lascia e chi rimane.
Ilaria Marchetti
Il protagonista di “Capitolo Due” del ciclo di mostre all’interno della rassegna Prospettive Contemporanee è Fabiano Parisi.
Giovane artista romano, fotografo ed “inventore” di immagini.
La condizione dell’uomo, anzi dell’artista contemporaneo Fabiano Parisi è ancora fuori dalla storia. Storia che si svolge sotto i nostri occhi e muta con il nostro stesso mutare.
Fatto sta che lui ne è protagonista e narratore nel medesimo istante.
Di recente si è visto attore principale dell’esposizione “istituzionale” STILL LIFE presso la Fabbrica Borroni a Bollate (MI) e prima ancora a Roma e a Verona. Ora Torino, città che forse si sposa meglio con l’artista per i temi trattati nelle sue opere: le strutture architettoniche legate alle produttività industriali.
Di fatto Fabiano Parisi racconta i fatti della vita dell’uomo, analizza ed indaga sul divenire della società attraverso i suoi scatti.
Poco più di un secolo fa, la società di allora, visse un fenomeno economico, culturale e di costume che da lì a poco avrebbe modificato radicalmente il proprio futuro: l’abbandono delle campagne a favore dei grandi centri industriali, dimenticando e forse perdendo per sempre, quel mondo fatto di usi e tradizioni secolari che sembravano inattaccabili.
Oggi la civiltà occidentale ha subito l’ennesimo cambiamento. Un cambiamento radicale, del tutto simile a quello poco fa descritto. Assistiamo inermi alla trasformazione in atto, che ha portato al mutamento da società produttiva a società fornitrice di servizi, vivendo di conseguenza l’abbandono delle fabbriche.
Questo è il “fatto di cronaca e di costume” che interessa fermare all’artista.
Queste fabbriche, queste strutture, questi edifici che fino a pochi momenti fa erano popolati da persone con il loro essere, le loro certezze, le loro proteste e le loro fragilità, ora sono contenitori vuoti. Come scrigni contengono l’essenza delle vite vissute nel loro interno. La presenza di uomini, figli di una modernità annunciata, accettata ma spesso mal gestita.
Luoghi dove in un istante di silenzio è ancora udibile il frastuono di catene di montaggio e maccanismi avanguardistici assordanti. Dove in alcuni casi è ancora visibile la presenza dell’uomo, attraverso segnaletiche, cartelli o addirittura oggetti personali dimenticati o lasciati volutamente come testimoni del proprio passaggio, del proprio vissuto e senso di appropriazione del luogo stesso.
Quell’uomo che ora non abita questo luogo da tempo.
Osservando queste “Cattedrali Moderne” fermate e fissate per sempre da Fabiano, sembra quasi di essere assaliti da un senso di malinconia, il tempo ha bloccato lo scandire dei propri secondi. Tutto è immobile, fermo, in attesa. Quasi metafisico. Questi luoghi vissuti dai nostri padri, ed ora resi immortali dai lavori di Fabiano ci appartengono.
Sono luoghi “nostri”, anche se magari edificati e poi abbandonati a centinaia di chilometri dalla nostra realtà.
È bravo questo artista capitolino. Lavora a 360° sull’immagine e la costruzione dei suoi lavori. Fissa quest’ultimi su lamiere di ferro ed ultimamente anche di plexiglass, a sottolineare anche con la materia di supporto l’origine del soggetto ritratto. Le scritte, le citazioni e le resine trasparenti, utilizzate come fissante, attribuiscono valore allo scatto, che ricordiamo è frutto di esplorazioni, ricerca e incursioni: il risultato è un arte di contaminazione: fotografia, pittura, installazione e concetto, si fondono insieme grazie alla sensibilità dell’artista. E rimangono. Rimangono utili soprattutto a noi, per aiutarci a non dimenticare che l’uomo è in perenne mutazione. Ciò che rimane del passato sono la storia e i racconti. Fabiano è un bravo narratore, esalta i luoghi e non gli orrori.
domenica 14 febbraio 2010
Prospettive Contemporanee - Capitolo 1
Nel 2009, lo Studio|ArtGallery di Torino, LaContemporanea, mi ha chiesto di organizzare e curare una serie di mostre legate al concetto di "architetture contemporanee".
E' nato così il progetto PROSPETTIVE CONTEMPORANEE: un ciclo di mostre personali, divise in 5 capitoli, che, attraverso l'interpretazione di altrettanti artisti, indagassero il legame odierno tra architettura e arte.
Gli artisti scelti per questo progetto sono stati: Carlo Cane, Fabiano Parisi, Andrea Gnocchi, Stefano fioresi e Karina Chechik.
Calendario completo:
Capitolo 1 - Carlo Cane 7 marzo – 12 Aprile 2009
Capitolo 2 - Fabiano Parisi 18 Aprile – 31 Maggio 2009
Capitolo 3 - Andrea Gnocchi 18 Giugno – 14 Luglio 2009
Capitolo 4 - Stefano Fioresi 26 Settembre – 24 Ottobre 2009
Capitolo 5 - Karina Chechik 21 Novembre – 23 Dicembre 2009
Introduzione e comunicato stampa a CAPITOLO 1
Con la mostra "capitolo uno", apre i battenti LA CONTEMPORANEA, un nuovo spazio espositivo nel centro di Torino, un luogo d'incontro dove l’intento è quello di far convivere, in maniera armonica e sinergica arte, architettura e design.
Un percorso espositivo nell'arco dell'anno con 5 mostre personali "cinque capitoli" ognuno dedicato ad un artista differente: Carlo Cane, Fabiano Parisi, Andrea Gnocchi, Stefano Fioresi, Karina Chechik.
L’obbiettivo che si prefiggono gli architetti Cristiana Pecile e Tiziana Fabbiano, ideatori e titolari di questa attività, è quello di riuscire a fondere la loro personale passione per l’arte contemporanea alla già consolidata e riconosciuta attività professionale.
Ecco che nasce allora uno studio di architettura dove il committente non sarà accolto dal classico ambiente “tecnico” ma verrà invitato in una vera e propria galleria d’arte. Qui potrà risolvere le problematiche di un progetto di ristrutturazione e assistere ad eventi espositivi connessi con le argomentazioni trattate dallo studio stesso.
Ecco perché la scelta dei cinque artisti menzionati.
Cinque autori che occupano uno spazio importante nella proposta d’arte contemporanea ma che sono uniti dal soggetto e dal tema della loro ricerca: l’architettura della nostra attuale civiltà, affrontata e risolta con tecniche diverse e che vanno dalla fotografia alla pittura, dall’installazione alla sculturea, focalizzando problematiche, aspetti e risvolti sociali differenti.
Il primo evento "Capitolo Uno" si inaugurerà sabato 7 marzo alle ora 18'00 e si concluderà il 12 aprile.
E' costituito da una quindicina di lavori inediti di Carlo Cane, artista piemontese, ormai consacrato e presente in maniera capillare sulla scena dell’arte contemporanea, che con il suo modo di fare arte, guiderà il collezionista in un ipotetico viaggio spazio/tempo.
Il tempo è scandito da due date ben identificabili, il 1927, anno in cui Fritz Lang propose nelle sale cinematografiche di tutto il mondo il suo Metropolis ed il 2019 anno di ambientazione del celeberrimo Blade Runner (1982) di Ridley Scott.
Lo spazio inteso come luogo geografico, identificato nelle strutture architettoniche ma non nel paesaggio. Strutture, rappresentate dall’artista a testimonianza della nostra epoca che non permettono allo spettatore di contestualizzarle in un luogo reale, identificabile. Costruzioni appartengono all’immaginario collettivo di una città moderna, contemporanea che diventa luogo di vita quotidiana dell’umanità intera.
Testi:
CAPITOLO 1 - Carlo Cane
“….vecchio soldato
ora si è seduto il vento
il tuo sguardo è rimasto appeso al cielo
negli occhi c’è il sole, nel petto
ti resta un pugnale
Tu no, non scaglierai mai più
la tua lancia per ferire l’orizzonte
per spingerti al di là
per scoprire ciò che solo Iddio sa….”
( da “RIP” Banco del Mutuo Soccorso)
Da sempre l’uomo ha cercato di conoscere e svelare i misteri dell’ignoto, cavalcare l’infinito e dialogare così con chissà quale divinità, innalzando ed erigendo templi, obelischi e monumenti sempre più alti…
Dalla biblica torre di Babele alle piramidi egiziane, passando per la Torre Eiffel fino ad arrivare ai moderni grattacieli, è insito nell’animo dell’uomo il desiderio di varcare il limite. Ma quale limite? Quello della conoscenza dell’oltre. Oltre è il limite dell’infinito, della coscienza dell’esistenza di Dio o ancora, andare oltre il limite della gravità.
Il concetto pittorico dell’artista è quello di giocare e risolvere, attraverso l’utilizzo delle sue strutture architettoniche, i problemi e gli interrogativi dettati dalla complessa ricerca dei piani prospettici e la gestione degli spazi. Carlo Cane non si pone interrogativi esoterici, ma riesce a coinvolgere, chi guarda i suoi dipinti, in un modo quasi naturale.
Lo spazio è inteso come luogo geografico, identificato nelle strutture architettoniche ma non nel paesaggio. Strutture, rappresentate dall’artista a testimonianza della nostra epoca, che non permettono allo spettatore di contestualizzarle in un luogo reale, identificabile. Esse appartengono all’immaginario collettivo di una città moderna, contemporanea che diventa luogo di vita quotidiana dell’umanità intera.
Non gravata da illusioni movimentistiche, l’opera di Carlo Cane può continuare a vivere costruendo universi paralleli.
Quanto è cambiato il profilo delle nostre metropoli? Mondi, stili, soluzioni tecnologiche, hanno cambiato completamente il nostro orizzonte visivo, ma soprattutto è cambiato radicalmente il nostro modo di vivere, accettando e sopportando l’oppressione dettata da colonne infinite di specchi e cemento armato, pur rimanendone comunque ammirati.
Questo rappresenta Cane: orizzonti visivi colmi di grattacieli che si stagliano verso un cielo onirico, inventato, fatto solo di luce.
I suoi grattacieli sono gli idoli di un mondo nuovo, liberato, da conquistare realmente. Per sopravvivere e superare il senso di oppressione, l’attenzione si sposta sulle scale dell’immaginazione. Se diventa difficile credere realmente che il mondo possa cambiare in modo radicale, abbiamo sempre la possibilità di poterci rifugiare in uno di quei mondi immaginari e uno di questi, uno dei più potenti, è servito su un piatto d’argento, istoriato di antiche strutture, senza tempo ma realmente esistite.
Esistono anche differenti orologi temporali in questi lavori. Uno che individua l’evoluzione della civiltà, come già scritto con dichiarate citazioni del passato ed un altro che segna il nostro vivere quotidiano attraverso riconosciute citazioni, ma che si rifà anche ad altre forme espressive, come ad esempio la filmografia.
Infatti i dipinti di Carlo Cane posseggono un forte potere evocativo, che ci proietta immediatamente a luoghi ed epoche che non appartengono alla realtà ma sono proprie del nostro quotidiano, con citazioni riferite a due capolavori cinematografici, che in qualche modo hanno caratterizzato l’ultimo secolo. Il tempo, di fatto, è scandito, compreso e compresso fra due date ben identificabili, il 1927, anno in cui Fritz Lang propose nelle sale cinematografiche di tutto il mondo il suo Metropolis ed il 2019 anno di ambientazione del celeberrimo Blade Runner (1982) di Ridley Scott.
In realtà, guardando i dipinti di questo artista si resta imprigionati in una fitta rete di riferimenti e citazioni che ci appartengono. Ecco il motivo per cui sia all’osservatore attento, come a colui che getta uno sguardo veloce e superficiale alla sua opera, sembra di trovare anzi, ritrovare un vecchio amico. Un ricordo che ci rimanda immediatamente a frammenti del nostro passato ed inevitabilmente ci accompagna verso il futuro. Un futuro fatto soprattutto di luce, la luce diffusa che in fondo è la reale protagonista dei dipinti di Carlo Cane.
Iscriviti a:
Post (Atom)

.jpg)

