RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!






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sabato 10 maggio 2014

2 ANIME OGNI COSA E’ ILLUMINATA



2 ANIME
OGNI COSA E’ ILLUMINATA

17 maggio - 7 giugno

a cura di ALBERTO D’ATANASIO
presso l’ ALBORNOZ PALACE HOTEL
Via Giacomo Matteotti 16 –Spoleto (PG)
DAL 18 MAGGIO AL 7 GIUGNO 2014
INAUGURAZIONE
SABATO 17 MAGGIO ORE 18.00
Ci allieterà con alcuni brani musicali l’arpista Maria Chiara Fiorucci
Per info telefonare allo 0743 221221 – info@albornozpalace.com

Marica Fasoli ci fa perdere e ritrovare in un dialogo che attiene più agli esiti di ciò che potrei definire ascolto interiore o più semplicemente contemplazione. Gli abiti senza la persona che li ha indossati sono l’evidenza metafisica della presenza di un corpo che ha lasciato segno di sé in un involucro costruito dall’uomo. Percepiamo visivamente un abito, ma ciò che leggiamo è che l’infinitamente grande si è trasferito nell’infinitamente piccolo e pertanto non può avere volto; ogni soggetto di Marica Fasoli è essenza di chi l’ha indossato. L’involucro ha l’incanto di quell’energia che ha pervaso fin dall’inizio del viaggio quel corpo ed ora è lì nell’indiscutibilità della sua assenza, per sempre fissa in quell’immortalità che solo l’arte sa donare. Le scatole dipinte di Marica altro non sono che il meraviglioso universo in cui l’occhio esplora cose già viste, ma questi oggetti sapientemente ricostruiti con la tecnica a olio, che questa artista conosce in maniera scientifica avendo praticato per anni il sapiente mestiere del restauratore, permettono di recepire lo spazio stesso che il contenitore propone. L’oggetto diviene soggetto in virtù dell’emanazione che l’insieme suscita. quei dipinti che riproducono scatole e il loro contenuto permettono di fissare il tempo con quel meccanismo che si attiva esplorando cose consuete, semplici, che sfioriamo e guardiamo distrattamente ogni giorno. Se l’anima ha bisogno di un involucro per animarsi e manifestarsi allora in questo contesto Marica Fasoli ci indica quei connotati che sono mappa per ritrovare i ricordi e, tramite loro, lo specchio dove si riflette il nostro vero volto, quello che non ha tempo né conosce tempi. Il fare arte di Marica Fasoli permette che gli oggetti comuni diventino punti essenziali perché l’osservazione di un’opera acquisisca un valore esistenziale. In un mondo del mercantile effimero, le icone di quest’artista diventano vero e proprio paradosso. L’oggetto dimenticato, usato, banale nella sua riconoscibilità quotidiana, diviene emblema e simbolo. Il gioco del bimbo, la trina di un vestito da sposa, la massa rinfusa di bottoni dentro uno scomparto, la camicia che fa presumere la fisicità del corpo che la indossava, altro non sono che i connotati che ci permettono di riconoscerci nel tempo vissuto e in quello presente; Marica offre all’osservatore il senso vero delle cose che rendono questo passaggio terrestre meno anonimo. È come se lei rendesse figura le parole del grande poeta contemporaneo Roberto Lerici, che termina la poesia “Quest’amore” con questa frase: “prima che il nulla tutti ci divori che venga, venga presto il tempo in cui ci s’innamori”. Nel fare arte di Marica Fasoli, l’anima torna a richiamare l’immanenza, quasi che per contrasto e per armonia, lei eterea per antonomasia, non possa fare a meno della corporeità. E nell’alchimia del laboratorio quest’artista riproduce tessuti, la porosità di giunchi intrecciati e oggetti che nelle sue icone assurgono a reliquie di un tempo senza tempi. La metafisica perde la sua malinconia e ritrova una nuova musicalità.
Alberto D'Atanasio

Il tempo trascorso non consente di ricordare esattamente se sia nata prima l’idea di realizzare una struttura ricettiva polifunzionale qual'è l’Albornoz Palace Hotel o, nell’inconscio, quella di un posto in cui gli ospiti della città potessero trovare una testimonianza concreta dell’importanza che Spoleto, fin dagli anni ’50, si era venuta conquistando a livello nazionale ed internazionale nel campo dell’arte contemporanea.
Comunque, sin dall’inizio, si aveva in mente di dare corpo e vita ad un luogo dove fosse piacevole sostare, in grado di offrire qualcosa di diverso, di più di un albergo di grandi dimensioni dotato anche di un centro congressuale.
Era necessario fare in modo che opere di artisti scelti ed invitati, non fossero disgiunte dall’architettura degli ambienti che le ospitavano ma che esse stesse concorressero alla definizione e alla valorizzazione degli spazi.
L’avventura iniziò dalla Hall con la grandiosa realizzazione di Sol Le Witt, l’artista che, scegliendo l’Italia ed in particolare Spoleto per viverci diversi mesi l’anno, ha in tal modo confermato il suo amore per la città. Sentimenti di stima reciproca ormai ci uniscono e questa prima esperienza ha spinto ad esplorare la stessa strada anche con altri artisti, di formazione ed espressività diversa, che si sono resi disponibili a misurarsi con gli ambienti dell’Albornoz Palace Hotel, animati tutti dalla convinzione di poter contribuire a farne una realtà viva in Umbria ed un punto di riferimento per quanti sanno apprezzare il linguaggio artistico contemporaneo.
Anche con loro è nata stima ed amicizia che ci ha unito e ci unisce, così pure ai molti critici che spesso ci onorano di un loro soggiorno o semplicemente di una loro visita.
Sandro e Fabio Tulli (AlbornoZ Palace Hotel)

sabato 1 febbraio 2014

Marica Fasoli - Essenza e Presenza



MARICA FASOLI
"ESSENZA E PRESENZA"
Vernissage Domenica 2 FEBBRAIO alle ore 18.00
l'artista interverrà con il critico Alberto D'Atanasio

La mostra è patrocinata dal Comune di San Benedetto Po (MN)
Durata della Mostra: 2 - 23 febbraio 2014



MARICA FASOLI


E' nata a Bussolengo (Vr) nel 1977. Vive e lavora a San Giorgio in Salici (Vr). Dopo aver conseguito nel 1995 il diploma di Maestra d’Arte al Liceo Artistico Statale di Verona sez. Accademia, nel 1997 si specializza in Addetto alla Conservazione e Manutenzione dei manufatti artistici su legno e tela con il massimo dei voti presso gli Istituti Santa Paola di Mantova. Nel 2006 ottiene anche la specializzazione in Anatomia Artistica presso l’Accademia di Belle Arti 'Cignaroli' di Verona.

Dopo i primissimi anni come restauratrice nei quali affina una tecnica di precisione insuperabile dal 2002 si dedica sempre più alla pittura di propria produzione. Dal 2006 concentra la propria espressività e ricerca artistica in ambito figurativo iperrealista, ricerca che l'ha portata negli ultimi anni alla formulazione di due filoni espressivi distinti:

- la 'gente invisibile', ossia camicie/felpe/magliette dove, pur mancando il soggetto fisico, si percepisce la corporalità di chi le indossa, lasciando totale libertà all'immaginazione dell'osservatore relativamente alle emozioni vissute in quel momento da parte del soggetto 'ritratto'. Inoltre, o forse soprattutto, questa ricerca vuole anche spingere alla riflessione sul contrasto tra superficie e contenuto, tra essere ed apparire, e lo vuole fare, ed è questa l’originalità, rappresentando il ‘contenitore’ e non cio’ che contiene.

- il "3D", ossia scatole/cassette postali/imballaggi in genere, dove il contenitore, molto spesso lacerato, rotto, strappato, lascia intravedere oggetti i piu' vari (chitarre, biciclette, giocattoli, ecc.ecc.), in una ricerca dove la rappresentazione iperrealistica e tridimensionale dell'oggetto si fonde con la volontà di suggerire una riflessione sul contenuto stesso dell'opera.

Ha partecipato ed ottenuto riconoscimenti in vari premi e concorsi, esposto in gallerie, arte fiere, Musei e Fondazioni, tra cui: Museo di Santa Giulia a Brescia, Villa Contarini (54ma Biennale di Venezia), Fondazione Matalon a Milano, Museo Internazionale della Musica a Bologna, Palazzo delle Esposizioni Sala Nervi a Torino, Palazzo della Permanente a Milano, Museo Civico Parisi-Valle a Maccagno (Va), Castel Sismondo e Palazzo del Podestà a Rimini, Mambo Villa delle Rose a Bologna, Museo Pecci di Arte Contemporanea a Prato.



L’Anima di questa Mostra vuole essere intesa e divenire oggetto di ispirazione per chi guarda, non solo come Essenza del Divino nell’uomo, ma anche come Presenza dei simboli archetipi che danno vita e voce alla persona interiore. L’Anima è anche la parte più intima e profonda del nostro io che contiene le passioni, gli odi, i sentimenti più profondi e importanti: la fucina delle emozioni, essenze e luogo dove Eros e Psiche, mente e cuore si incontrano dando vita e raffigurazione ai ricordi.

Alberto D’Atanasio
Docente di Storia dell’Arte e Semiologia dei linguaggi non verbali

ZANINI CONTEMPORARY GALLERY
San Benedetto Po (Mantova)

domenica 26 gennaio 2014

ANIME PERDUTE – ANIME RITROVATE a cura di Alberto D'Atanasio



ANIME PERDUTE – ANIME RITROVATE
a cura di Alberto D'Atanasio

OPERE di:
Marica Fasoli
Stefania Orru'
Roberta Serenari
Elisabetta Trevisan

Vernissage 31 gennaio 2014 ore 17.00
CERP - Centro Espositivo Rocca Paolina
Perugia - Piazza Italia 11

Testo critico:

Questa mostra è nata quasi per caso, più per esigenze curatoriali che per il raggiungimento di obiettivi artistico-estetici. È stato veloce come quando si assiste alla prova generale, quella prima del debutto, per una sinfonia. L’orchestra è lì nella cavea, il direttore è lì al centro non indossa il frac, è vestito normalmente, guarda gli orchestrali, i cantanti solisti e i coristi, illustra il proprio punto di vista sul contenuto e l'impostazione generale del componimento musicale. Nei leggii ci sono i fogli con le partiture e in quello del direttore, oltre alla bacchetta, c’è una matita che servirà per correggere le battute in relazione a come gli orchestrali eseguiranno il tema e le variazioni. Il tema è l’anima perduta e quella ritrovata, che in questo progetto vuole essere intesa e divenire oggetto di ispirazione non solo come essenza del Dio nell’uomo, ma anche come presenza dei simboli archetipi che danno vita e voce alla persona interiore.
L’anima è anche la parte più intima e profonda del nostro Io che contiene le passioni, le rabbie, i sentimenti più intensi e più importanti; una vera fucina delle emozioni.
L’anima come essenza e luogo dove eros e psiche, mente e cuore, si incontrano dando un senso al vissuto e vita al tempo presente.
L’anima come laboratorio magico dell’azione creativa dove si da immagine e forma all’immaginato, a ciò che non si può, talvolta, esprimere a parole.
L’anima è anche il concetto junghiano dell’Animus, cioè la parte del maschile che è nella donna, e dell’Anima, la parte del femminile che invece abita in ogni uomo.
L’anima come unione e scissione, intensa e sublime, tra persona e personaggio.
La creatività e l’arte rendono liberi e donano la capacità dei bisogni che esulano dalla sfera materiale.
Gli artisti sono talvolta persone per natura rivoluzionarie perché mal si adeguano a ciò che è regola imposta e predisposta da altri.
Gli artisti sono liberi e spesso inconsapevolmente pretendono di essere liberanti per quanti vogliono ancora provare ad emozionarsi e percepire sensazioni, passioni, voglia di vivere col cuore e con la ragione dei sentimenti. È così che ho voluto immaginare questa mostra, un tema, un direttore e quattro orchestrali, ma in effetti se è l’anima che si perde e si ritrova, allora, è anche vero, che ognuna di queste, straordinarie artiste, sono direttrici d’orchestra e allo stesso tempo orchestrali. Marica Fasoli, Stefania Orrù, Roberta Serenari, e Elisabetta Trevisan dirigono, con le loro opere, me, che cercherò di collocare quelle stesse opere al meglio perché la sinfonia sia ben interpretata e poi dirigono colori, forme, soggetti affinché poi nell’insieme si possa rivelare quel suono che non ha bisogno di tante parole ma solo di contemplazione e meditazione. Fasoli, Orrù, Serenari, e Trevisan hanno la prerogativa di creare immagini che hanno il sapore antico del mistero e come tale va svelato addentrandosi dentro la figura. Ogni opera è una sorta di percorso dove l’anima si perde e si ritrova.

Marica Fasoli ci fa perdere e ritrovare in un dialogo che attiene più agli esiti di ciò che potrei definire ascolto interiore o più semplicemente contemplazione. Gli abiti senza la persona che li ha indossati sono l’evidenza metafisica della presenza di un corpo che ha lasciato segno di sé in un involucro costruito dall’uomo. Percepiamo visivamente un abito, ma ciò che leggiamo è che l’infinitamente grande si è trasferito nell’infinitamente piccolo e pertanto non può avere volto; ogni soggetto di Marica Fasoli è essenza di chi l’ha indossato. L’involucro ha l’incanto di quell’energia che ha pervaso fin dall’inizio del viaggio quel corpo ed ora è lì nell’indiscutibilità della sua assenza, per sempre fissa in quell’immortalità che solo l’arte sa donare. Le scatole dipinte di Marica altro non sono che il meraviglioso universo in cui l’occhio esplora cose già viste, ma questi oggetti sapientemente ricostruiti con la tecnica a olio, che questa artista conosce in maniera scientifica avendo praticato per anni il sapiente mestiere del restauratore, permettono di recepire lo spazio stesso che il contenitore propone. L’oggetto diviene soggetto in virtù dell’emanazione che l’insieme suscita. quei dipinti che riproducono scatole e il loro contenuto permettono di fissare il tempo con quel meccanismo che si attiva esplorando cose consuete, semplici, che sfioriamo e guardiamo distrattamente ogni giorno. Se l’anima ha bisogno di un involucro per animarsi e manifestarsi allora in questo contesto Marica Fasoli ci indica quei connotati che sono mappa per ritrovare i ricordi e, tramite loro, lo specchio dove si riflette il nostro vero volto, quello che non ha tempo né conosce tempi. Il fare arte di Marica Fasoli permette che gli oggetti comuni diventino punti essenziali perché l’osservazione di un’opera acquisisca un valore esistenziale. In un mondo del mercantile effimero, le icone di quest’artista diventano vero e proprio paradosso. L’oggetto dimenticato, usato, banale nella sua riconoscibilità quotidiana, diviene emblema e simbolo. Il gioco del bimbo, la trina di un vestito da sposa, la massa rinfusa di bottoni dentro uno scomparto, la camicia che fa presumere la fisicità del corpo che la indossava, altro non sono che i connotati che ci permettono di riconoscerci nel tempo vissuto e in quello presente; Marica offre all’osservatore il senso vero delle cose che rendono questo passaggio terrestre meno anonimo. È come se lei rendesse figura le parole del grande poeta contemporaneo Roberto Lerici, che termina la poesia “Quest’amore” con questa frase: “prima che il nulla tutti ci divori che venga, venga presto il tempo in cui ci s’innamori”. Nel fare arte di Marica Fasoli, l’anima torna a richiamare l’immanenza, quasi che per contrasto e per armonia, lei eterea per antonomasia, non possa fare a meno della corporeità. E nell’alchimia del laboratorio quest’artista riproduce tessuti, la porosità di giunchi intrecciati e oggetti che nelle sue icone assurgono a reliquie di un tempo senza tempi. La metafisica perde la sua malinconia e ritrova una nuova musicalità, per queste sue opere consiglierei di farsi accompagnare dalle melodie dei brani: “Missing Words e Save a place for me” di Piers Faccini


Stefania Orrù ci fa perdere e ritrovare nella costruzione delle sue opere che sono manifestazione di un percorso in cui si percepisce inizio e fine. Lei pone la riflessione su quella rara situazione in cui l´artista esplicita la sua essenza nell´opera d´arte e questa ha la sua genesi e si sviluppa nei ricordi e nella dilatazione di questi nel presente. Ogni suo quadro nasce da un´attenta analisi delle sensazioni, delle emozioni e dei sentimenti che si evidenziano nei tratti del viso, negli sguardi, nei movimenti del corpo e nella gestualità. L´idea, in Stefania, nasce sempre da un’introspezione, il suo obiettivo è dar voce e forma a ciò che voce e forma può avere soltanto attraverso il lavoro dell´artista. È come dire che è l’anima ad essere figurata attraverso il suo fare immagine con pennelli, colori e ossidi. Lei raffigura il femminile come fosse l´unica chiave per accedere ad un universo che si apre solo a chi è capace di sentire o guardare non solo con i sensi. Per Modigliani gli occhi che, per volontà dichiarata, dipingeva raramente, erano l´unico accesso per arrivare all´anima dell´individuo e per dipingerla, e in Orrù gli occhi sono la porta perché la semplice osservazione si trasmuti in contemplazione, quasi che la figura ritratta riesca a contemplare colui che guarda e passa. Ciò che propone quest’artista non è fissare un’immagine in modo che diventi concetto astruso, o un monumento al tempo passato, o perché torni e resti alla memoria, la sua eccezionalità sta nel fissare un’emozione generata nell´attimo dell’incontro con l’opera affinché chi osserva abbia la consapevolezza di vivere un momento unico e irripetibile. Le espressioni dei suoi volti hanno la malinconia e talvolta la serietà di chi vive in un mondo incomprensibile che non regala comprensione. L´opera è solo un pretesto che deve liberarsi delle infrastrutture retoriche, per questo la materia dei suoi colori si veste di trasparenza e di luce che non è fisica ma mentale, cosmica, spirituale, la luce indefinibile dell’anima.
Ogni opera di Stefania Orrù è sintesi di un arrivo e di una nuova partenza. Sembra quasi che il tempo abbia corroso le sue immagini senza però intaccarne l’essenza che si rivela in sguardi penetranti, in pose elegantemente sinuose; è la nuova icona della veritas che in Orrù non ha bisogno di nudità, ogni suo quadro è come un canto dimenticato che quando lo si riascolta ci fa accorgere di essere ancora vitali. Per guardare queste sue opere consiglierei le suggestioni del brano “divenire” di Ludovico Einaudi.

Roberta Serenari ci fa perdere e ritrovare con la forza dell’evocazione. Ogni suo quadro è uno sguardo preciso e diretto negli antri dell’anima e se per i padri della psicologia l’animus era diviso in tre persone, quali il bimbo, l’uomo e il vecchio, allora potrei dire che la filosofia estetica che muove quest’artista è una sorta di ponte che permette all’osservatore di valicare le rive del presente e tornare ad esplorare quelle rive lasciate ieri, fino a percorrere il ponte e giungere a terre distanti che ricordiamo, per poi addentraci fino a quelle più remote che necessitano di impegno e memoria. Le immagini di Roberta sono metamorfosi di quei pensieri che si evocano con i ricordi. Le opere di quest’artista uniscono in maniera mirabile il surrealismo di Magritte e la metafisica di Savinio, è così che il tempo nello spazio magico del quadro si ferma e l’icona diventa varco dove perdersi per ritrovarsi. Ed è mirabile come la sua filosofia estetica sia suffragata armonicamente dalla tecnica pittorica, dal disegnato, dalla cura del particolare che concorre come un orchestrale a far sì che la partitura sia ben eseguita. L’opera è lì, sembra avvertirci, Roberta Serenari, “guardate e non abbiate paura di addentrarvi perché è in questa magica esplorazione che si ritroverà quel tempo magnifico rimasto ancora intatto prima che il tempo adulto lo avesse reso opaco”. Il linguaggio visivo non è soltanto dall’opera verso l’osservatore ma più che altro il contrario: non è l’opera che si espone all’osservatore ma è questi che guardando l’opera entra in essa ed espone se stesso a se medesimo. Non esiste utopia, nelle sue raffigurazioni, né irrealtà, esiste solo la voglia di sperare oltre il possibile, oltre la mera ed evidente realtà. In ogni suo dipinto è presente, nell’immagine complessiva o nel particolare della figura, il concetto di porta come varco verso dimensioni che appartengono alla sfera onirica, ma nelle sue figure l’universo onirico, il sogno, non sono effimeri, ma realtà che si realizzano nell’anima di chi guarda. Quando l’osservatore contempla l’opera di Roberta Serenari si trova come davanti a una mappa in cui può trovare la strada per ritrovarsi o per perdersi di nuovo i simboli che lei sapientemente rappresenta sono i quadranti e i punti cardinali servono perché la rotta, sia che ci si perda sia che ci si ritrovi, abbia comunque un senso. Roberta possiede una tecnica assoluta, confesso che mi sono perso a scovare la trama tra la pennellata che descrive velature, e quella che invece tinge zone più vaste. Ho seguito lo sfumato che rende eterea la massa e quello più cupo che rende l’oggetto prossimo ad uscire dal quadro. La Serenari è un’artista che sa suonare in maniera ottimale il suo strumento, per queste sue opere ho pensato a un brano poco conosciuto di Eugenio Finardi: “Una scala per la luna”.

Elisabetta Trevisan fa perdere e ritrovar l’anima con la freschezza di una donna che non ha risentito né del tempo e né dei tempi. Lei ha la freschezza e la spontaneità di chi ha la consapevolezza di essere diversa, per vocazione e condizione, dal resto della gente. È questa diversità che l’accomuna alla Fasoli, alla Orrù e alla Serenari, ed è la condizione che purtroppo o per fortuna rende ogni vero artista una sorta di alienato o un extraterrestre, una stranezza in mezzo a tanta, spesso troppa, normalità. C’è una filosofia estetica a cui ha corrisposto un fare arte che all’inizio degli ani ’50 ha mantenuto intatti quei valori stilistici che sono propri di un universo culturale che attiene al racconto per immagini, al simbolismo e all’affabulazione. Questa filosofia ha fatto in modo che il progresso non distruggesse quei connotati che permettono, tutt’ora, al futuro di avere comunque delle radici nella tradizione, al progresso una memoria storica da cui attingere, e al caos di divenire cosmo e non inconsapevole disordine. È da qui che a mio parere, nasce la genesi estetica e storico-artistica che rende possibile una congrua lettura delle opere di questa mostra e, in particolare, di Elisabetta Trevisan. Il suo fare arte dimostra un’alta maestria nello strutturare la composizione. Nulla è lasciato alla casualità, come solo una donna sa fare, quest’artista armonizza le zone del quadro in modo che lo spazio disegnato possa risultare infinito pur nella cromaticità satura che lo ricopre. Formidabile è la sua conoscenza della semiologia antica e come riesca a mescolare questa sapienza con la sagacia che solo le donne possiedono con i colori le linee e i soggetti. Le figure risultano misteriose ed enigmatiche; quasi che l’osservatore sia invitato a leggere, capire, interpretare e allo stesso tempo a leggere, capire interpretare se stesso. È il senso antico della catarsi: guardo il quadro e il dialogo tra oggetto e soggetto permette alle figure interiori di riemergere e di innescare il gioco fantastico di riscoprirsi ancora capaci di emozionarsi. La giostra comincia il suo giro e passano le immagini della memoria, i ricordi, le fantasie, i sogni che vorremmo almeno risognare. Ogni sua immagine è dunque pura rivelazione, i suoi soggetti, tutti al femminile, sono tanti oracoli che invece di svelarci arcani ci parlano di emozioni evocate da uno stile elegante in cui il linguaggio degli occhi delle figure formano un dialogo sottile ed intimo con l’osservatore. La staticità è solo nell’apparenza, è come se un vento si fosse fermato all’improvviso, giusto il tempo necessario perché quel preciso attimo si possa vestire d’eternità. Mirabile è la trasparenza che riesce a infondere nei colori e a tutta la tonalità, è come se la secessione viennese e il surrealismo abbiamo trovato nella filosofia estetica di Elisabetta Trevisan la giusta maturazione, la giusta voce, una nuova anima e questa volta tutta al femminile. Il brano che suggerisco d’ascoltare è “Beside You” Simply Red.

Alberto D’Atanasio

martedì 22 ottobre 2013

Marica Fasoli "2ANIME", a cura di Alberto D’Atanasio




Marica Fasoli "2ANIME", a cura di Alberto D’Atanasio

Musei di Santa Giulia
Via dei Musei 81/b,  25121  Brescia
Il giorno dell’inaugurazione ingresso via Piamarta
Dal 15 Novembre al 15 Dicembre 2013
Dal Martedi alla Domenica 9,30 - 17,30


Questa esposizione al museo Santa Giulia di Brescia nasce e si sviluppa come naturale conseguenza della mostra personale “3Dpinti”, che Marica Fasoli ha tenuto a Milano nel 2010.
Ciò che la differenzia è la prerogativa, il percorso che è stato motivo ispiratore delle opere e le raffigurazione del pensiero della Fasoli che qui vuole esplorare in maniera più ampia l’interno del contenitore, degli involucri che contengono quell’ineffabile e incorporea essenza che chiamiamo Anima.
I due generi di opere che verranno esposti a Brescia si caratterizzano in una diversità che nella magia delle opere della Fasoli diventa complementare. Sia le camicie indossate ( invisible people ), che le scatole, sono CONTENITORI o meglio involucri. Involucri di ANIME.
Ce ne parla il curatore Alberto D’Atanasio: “La mostra “ 2 ANIME “ vuole avviare una sorta di dialogo tra il visitatore e i due valori visivi che compongono lo stile unico di Marica Fasoli, la raffigurazione surreale dell’incorporeità dell’ anima attraverso ciò che la contiene e la rappresentazione quasi metafisica delle scatole, dei contenitori che accolgono quegli oggetti piccoli che compongono quell’infinitamente piccolo in cui l’infinitamente grande si rivela. Gli oggetti della Fasoli riscoprono l’universo della memoria e dei ricordi, quasi che quelle scatole e quegli involucri altro non siano che i luoghi dove l’anima trova il modo di manifestarsi.
Tutti gli oggetti portano i segni di questo loro uso ed è proprio questo logoramento del tempo che costituisce l’anima dell’oggetto e che ci può rivelare molto dell’universo di chi con l’oggetto rivive il suo passato, i ricordi. Ciò che è lo scopo di questa mostra al Santa Giulia, continua D’Atanasio, è che gli oggetti rivelano il linguaggio arcaico e quanto mai moderno dell’anima, perché in effetti, le opere della Fasoli suscitano emozioni, sensazioni , in definitiva sentimenti, cioè tutto quel pianeta del cuore che insieme alla razionalità degli oggetti danno voce all’interiore dell’uomo, all’anima.
Nelle opere della mostra “2 Anime” ogni opera è una sorta di ponte in cui si rivela il concetto ispiratore, ma soprattutto si gioca con gli oggetti dipinti, con questa perfezione assoluta che la Fasoli riesce a creare con una tecnica assoluta e un’anima, è il caso di dirlo, veramente d’artista.
Gli oggetti dipinti diventano simboli perché in ogni opera c’è l’intento filologico che quest’artista ha elaborato affinché il messaggio potesse essere più chiaro e vibrante possibile. Nell’opera intitolata “THE MIRROR’, ad esempio, si vedono delle spillette in una scatola di cartone, con una visione speculare. “Noi quando ci guardiamo attentamente allo specchio siamo come una scatola aperta dove possiamo vedere riflessi i nostri sogni, le nostre passioni, i nostri punti di forza e le nostre debolezze, mentre le spille rovesciate a mostrare l’ago rappresentano le incognite della vita.”
Nella serie “INVISIBLE PEOPLE”, colui che guarda l’opera diventa protagonista della stessa, nel senso che in base al proprio stato d’animo ed al suo vissuto, potrà immaginare le emozioni e le espressioni del personaggio rappresentato nel dipinto.
Queste opere vogliono essere una riflessione sulla differenza e l’importanza tra l’essere e l’apparire e come nel mondo di oggi si guardi sempre di più all’esteriorità, al personaggio che la maggior parte di noi si costruisce, piuttosto che alla vera essenza della persona.
Questi personaggi attraversano delle PORTE, simbolo della scelta individuale di intraprendere la strada più difficile alla ricerca di valori più profondi, attraverso una comprensione della propria interiorità e alla ricerca della propria ANIMA.

lunedì 25 marzo 2013

"MUSE - Il femminile a San Gimignano" a cura di Alberto D'Atanasio

Di questa esposizione vi avevo già dato una piccola anteprima qualche giorno fa nel post http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.it/2013/03/muse-san-gimignano.html...
ora un po' più di dettagli:


"MUSE - Il femminile a San Gimignano" 
a cura di Alberto D'Atanasio
Dal 30 marzo al 21 aprile a San Gimignano, alla galleria Gagliardi: MUSE.
Mostra colletiva dove sarà possibile ammirare i lavori di 15 artiste fra le più interessanti del panorama italiano.
Annalù, Marica Fasoli, Claudia Giraudo, Cristina Iotti, Claudia Leporatti, Ilaria Margutti, Stefania Orrù, Martha Pachòn, Dorian Rex, Roberta Serenari, Tina Sgrò, Emila Sirakova, Paola Staccioli, Roberta Ubaldi, Cristina Volpi
LE MUSE.

Nell’antica Grecia le Muse, nove divinità figlie di Zeus (Dio della Sapienza) e di Mnemosine (Dea della Memoria), si manifestavano agli uomini sotto la protezione e l’ispirazione di Apollo, Dio della Bellezza. Le Muse rappresentavano la perfezione di tutte le Arti ed il dominio della Conoscenza. Fin dall’antichità il sublime non poteva manifestarsi se non con sapienza filtrata dalla memoria e riconciliata nella bellezza; grazie a ciò, le Muse erano le sole divinità capaci di raggiungere le massime espresioni della divina perfezione e dell’assoluta verità. Le Muse erano entità femminili e, non a caso, ancora oggi l’arte al femminile sembra non rinunciare all’esercizio della memoria, dell’annotazione, della scansione temporale del vissuto, nel mistero degli accadimenti e nel segno dei sentimenti. In molte delle opere presenti nella mostra, la memoria diventa quella materia, altra ed invisibile, capace di far riaffiorare pensieri, immagini, emozioni, identità mai perdute, solo semplicemente in attesa di essere richiamate da dimore lontane. Per le Artiste invitate, senza eccezione, la verità della loro arte, si manifesta nell’evolversi dello sguardo interiore, intento a decodificare e rifondare il proprio assetto esistenziale: lo sguardo dentro o, comunque, mai inutilmente altrove. E’ lo sguardo di colei che non si spaventa di fronte al mistero come in silente accettazione e consapevolezza di farne parte. Quando questo mistero si svela, ogni cosa si ricompone nel divino della bellezza, nell’incanto lieve che ogni verità porta con sé. Spesso la metamorfosi si compie: la dea si manifesta e la donna, essa stessa, diventa Musa in grado di far intravedere scenari d’inedita bellezza.
Roberta Ubaldi, Dorian Rex e Stefania Orrù sono accumunate dallo stesso sforzo di rappresentare l’intima essenza della donna: loro guida la Memoria, quella forma di pre-conoscenza che aiuta, la prima, a riconoscere la forma nell’attimo stesso che la figura emerge e, nell’alchemico uso di acidi e solventi, la metamorfosi fisica ed ancestrale si compie. Per Dorian Rex invece la memoria custodisce profondità dell’essere pervase dal mistero del perenne divenire: dimensioni dell’anima da decodficare e da ricomporre con potenza digitale e lirismo interpretativo. In Stefania Orrù la memoria è invece l’amica narrante, disponibile al suo richiamo di belllezza e mistero: lei traduce per noi e dipinge velando l’incanto. Quando la memoria si scontra con il disagio esistenziale, quando nel viaggio intrapreso, l’orizzonte resta immobile, l’artista si ferma e reclama tempo per dare, alla memoria di sé, il senso di una rinnovata consapevolezza. Ilaria Margutti persegue la bellezza di un corpo riconciliato dalle ossa alla pelle, dal midollo al cuore. Nel tempo lento del ricamo, Ilaria, opera per la ricomposizione della propria pelle come femminile metafora di un’identità curata e rinnovata. Anche Cristina Volpi ricorre alla natura femminile del ricamo ma sceglie le tessiture oniriche della propria psiche inquieta: nelle sue opere, ordine e caos convivono in trame di possibili convivenze. L’esplorazione dello sguardo interiore delle nostre Artiste, nel caso di Roberta Serenari, raggiunge il tempo dell’infanzia ed il mistero dell’innocenza: nostalgia di un Eden perduto, memoria, disagio. Per Tina Sgrò la memoria del proprio vissuto si alimenta di quello altrui: narrazioni, scene di ambienti vissuti da altri, dove oggetti, mobili ed arredi sembrano rassicuranti condivisioni d’identità emozionanti e vicine. Le Muse cantano il mistero ed incorraggiano l’uomo all’immaginazione, a sconfiggere la paura con il sorriso e la poesia: Claudia Giraudo propone scene circensi dove le gabbie della memoria si aprono al surreale e l’immagine fantastica diventa sogno favolistico e liberatorio. La Memoria, in Annalù diventa consapevole riflessione sulla materia e spiritualità delle cose, meditazione attenta sulla natura che genera la vita ed incantato stupore di fronte alla vita quando accoglie l’invisibile e la forma ne diventa testimonianza. Marica Fasoli si spinge oltre: le sue opere manifestano l’ambiguo rapporto fra reale e virtuale; nel suo caso la memoria del vero diventa condizionata percezione visiva di un falso. Nella memoria di altre artiste si cela la consapevolezza di un’identità femminile la cui specifica natura si muove anche dalla rappresentazione dell’incanto che il corpo femmineo naturalmente custodisce. Emila Sirakova, Cristina Iotti, Claudia Leporatti sono muse votate alla bellezza, al paziente declinare di sentimenti e gesti segreti e preziosi: operano con la forza ed il mistero della seduzione visiva.
Le sculture di Paola Staccioli ricordano l’incanto del bimbo nell’integrità di un mondo ancora puro e genuino. Lontano dai misteri, dalle nebbie grigie e tristi del reale. In Martha Pachon, ogni sua opera in ceramica vive del ritmo leggero dei colori pastello, sono la memoria della musica, dell’acqua, del volo.


Stefano Gagliardi

www.galleriagagliardi.com

venerdì 25 gennaio 2013

CIRO PALUMBO “NUOVE TERRE E NUOVI MARI” a cura di Alberto D’Atanasio



La Galleria Wikiarte
Via San Felice 18, Bologna

CIRO PALUMBO
“NUOVE TERRE E NUOVI MARI”

Viviamo in un’epoca di oscuri paradossi e labili certezze. La provvisorietà non è più uno status da superare in quanto premessa necessaria a una stabilità personale economica o di crescita interiore. Viviamo l’insicurezza di chi non ha più eroi cui far riferimento, non abbiamo esempi da seguire né tanto meno da emulare. È l’effimero a permearci con terapie televisive sistematiche a posologia quotidiana. I nuovi eroi hanno l’aura e il carisma di mastro lindo, le autorità garanti sembra quasi che abbiano il compito di fornire la persuasione che il vuoto che dilaga sia, in effetti, lo status ottimale e che in fondo si sta tutti, tutti bene. Si apre un giornale, si ascolta un notiziario e la sensazione è quella di essere proiettati verso un futuro in cui l’unica certezza è quella di esistere solo per se stessi e per pochi, pochissimi, altri. Tutto il resto è oblio, incertezza, sfiducia. Troppo tempo e troppi tempi sono passati senza che nulla fosse fatto per fermare ladri di tempo, di denari e di libertà. I primi dieci anni dall’inizio del terzo millennio si stanno distinguendo per una consapevolezza precisa e quanto mai triste: gli ideali e le speranze degli anni sessanta sono stati inesorabilmente traditi da biechi politicanti e furbi economisti. Un tempo il concetto di viaggio era di trovare un’isola, una terra o un mare da cui tornare con occhi diversi, migliori alla maniera di Marcel Proust, ciò che si cerca ora, invece, è l’evasione per sparire, sfuggire, scappare da un qualcosa che sa di sconosciuto e di falso e che pertanto solo di bugie può riempire il nostro tempo e il nostro spazio. Si vuol fuggire sì ma per non tornare, tornare mai più. L’unica rivoluzione che si spera avvenga presto non si aspetta che venga dai politici né, tantomeno, da reazionari nostalgici ciò che da italiani e da europei dovremmo auspicarci è che dall’arte e dalla cultura dell’arte possa venire un nuovo gemito, un nuovo urlo che squarci il velo e sveli finalmente un orizzonte nuovo e si possa insieme respirare e continuare il viaggio con fiducia, speranza, tenacia e progetto. Come quell’attimo prima che il maestro dia il via all’orchestra e muova la bacchetta, pochi attimi un silenzio vibrante e poi i suoni, le tonalità, i colori, le crome e le cromie. Oppure poco prima che una galleria apra un vernissage, quando diviene percepibile il battito cardiaco dei galleristi e dei visitatori, si sente il fremito di chi con l’occhio cerca di capire e di specchiarsi in ciò che vedrà per riscoprire, in finale, di essere ancora capaci di provare emozioni. Ciò che si celebra nella Galleria Wikiarte non è soltanto una mostra di opere d’arte di Ciro Palumbo, ma è piuttosto la risposta data da tre giovanI galleristI Deborah Petroni, Rubens Fogacci e Davide Foschi a quest’epoca di tetri paradossi e di labili certezze. Diceva Ernst Ficher scrittore e filosofo tedesco: “In una società decadente, l'arte, se veritiera, deve anch'essa riflettere il declino. E, a meno che non voglia tradire la propria funzione sociale deve mostrare un mondo in grado di cambiare. E aiutare a cambiarlo”. L’Arte ha da sempre una funzione sociale evidentemente sociale, l’arte ha fornito spunti, ispirazioni, ha suscitato idee nuove, quelle migliori. Ha sollevato gli anima e ha cambiato il singulto in grido di rabbia o canto di gioia. Persino lo scienziato ha per progettare novi orizzonti scientifici si relaziona alle discipline in maniera creativa. E Galileo e Newton avrebbero reso la scienza migliore, di quanto non lo fosse nella loro epoca, senza la scintilla che muove ogni artista? Pasteur studiò le prime nozioni di filosofia estetica prima di occuparsi di Fisica e di Chimica e che ne sarebbe di Albert Einstein senza il suo estro? Albert Bruce Sabin era figlio di un artigiano e fu grazie a questa parte genetica che gli fece decidere di non brevettare la sua invenzione, rinunciando allo sfruttamento commerciale da parte delle industrie farmaceutiche, cosicché il suo prezzo contenuto ne garantisse una più vasta diffusione della cura: « Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo ».
La mostra “Nuove Terre e Nuovi Mari” è essenzialmente un invito a tornare a respirare è una esortazione a specchiarci nell’arte e nel fare arte di Ciro Palumbo perché si possa ritrovare riflessa la nostra vera icona e non quella che altri ci hanno trapuntato addosso. Questa mostra nel contesto di una galleria come la Wikiarte assume in questo tempo un valore altissimo perché vuole far reimparare a sognare, e sia ben chiaro che non è il sognare utopico che è fuga dalla realtà, ma è un sognare che diviene modalità progettuale negli intenti e nei fatti. I quadri di Ciro sono veri inni a riprendere le forse per tornare a camminare così da purificare, muscoli, tendini, ossa e rinnovato l’involucro permettere a Eros e Psiche di tornare dall’esilio per riabitare gli antri magnifici della nostra essenza. Sì perché ogni opera di quest’artista è composta in modo che i ricordi belli e brutti siano l’inizio necessario perché s’inizi un viaggio. Ogni quadro è un sipario che si apre perché la scena ricominci. Palumbo con una tecnica che è memore dei grandi coloristi del Manierismo italiano e del Romanticismo inglese compone l’essenza stessa che regola un’emozione attraverso un simbolismo sostanziale e leggibile. È così che una statua che da sola regge la scena dipinta, altri non è che un ricordo divenuto memoria, è la saggezza che rende sicuro il viaggio verso un orizzonte dove si stagliano nuvole cangianti e vaporose. Il tempo che quest’artista dipinge è quel tempo prima che l’orchestra inizi o prima che la galleria apra, è tramonto e alba insieme. E se è la notte ad essere dipinta, nei quadri di quest’artista naturalizzato torinese, il buio non diviene mai tenebra. Ricordo notturni in cui Ciro aveva dipinto stelle che dal cielo come pioggia sottile andavano a inebriare un albero pervaso da un vento. Geniale è il dinamismo che riesce a creare armonia tra oggetti tipici del tempo ludico dell’infanzia e ciò che è invece tipico di un viaggio che sta per iniziare. Le sue case viste da dentro non sono ambienti metafisici, ma piuttosto una realtà che, nella passionalità del fare arte, si riveste di irrealtà così che la fredda ratio si veste infine della ragione dei sentimenti e si riparte ancora per nuove terre e nuovi mari.
Alberto D’Atanasio
 
Critica:
Presentazione a cura del Critico Alberto D’Atanasio

Catalogo:
disponibile in Galleria €.10,00

Patrocinio
Regione Emilia Romagna
Falpa promozione Arte


Durata mostra:
dal 2 AL 14 febbraio 2013
da mercoledì al sabato dalle 11.00 alle 19.00 orario continuato
domenica e martedì dalle 15.00 alle 19.00
lunedì chiuso.

Ingresso:
libero

 www.wikiarte.com

domenica 1 luglio 2012

STELLA DI MARE personale di Giulio Greco

Si è inaugurata ieri, sabato 30 giugno, la personale del bravo Giulio Greco a Porto Ercole dal titolo Stella di Mare. Un artista, per chi non lo avesse ancora fatto, da scoprire, studiare, amare. 

Sabato 30 giugno 2012 alle ore 18.30 presso i prestigiosi spazi del Forte Stella a Porto Ercole (Monte Argentario, Grosseto), si inaugura la mostra personale dell'artista Giulio Greco dal titolo Stella di mare.
Nato nel Cilento, a Caselle in Pittari (Salerno) nel 1949, ma residente in Toscana dalla fine degli anni Sessanta, Giulio Greco ha studiato all'Accademia di Belle Arti di Firenze seguendo i corsi di Afro Basaldella e di Vinicio Berti. L'artista ha un importante e ricco curriculum espositivo, con numerose mostre nazionali ed internazionali, frutto della sua intensa carriera artistica, che ha superato ormai i quarant'anni di attività, e che lo ha portato, lo scorso anno, a partecipare anche alla sezione toscana del Padiglione Italia della Biennale di Venezia.
Le opere di Greco si caratterizzano per un'intensa ricerca materica e simbolica, e sono legate, in un continuo dialogo, con le radici antropologiche, arcaiche e mitiche, della terra d'origine dell'artista, il Cilento. Attraverso l'utilizzo di materiali "poveri" e consunti, intrisi di vissuto umano, come la juta, il legno, la pietra, la carta, Greco racconta storie allo stesso tempo poetiche ed oniriche in cui riaffiorano gli arcani simboli, sacri e profani, gli amuleti e i talismani propri della tradizione della sua terra ancora segreta e magica.
La mostra al Forte Stella, in cui saranno visibili 30 opere su tela di juta e su carta, è la terza di quattro "soste" che caratterizzano il progetto espositivo Stella di mare, inteso come una sorta di viaggio iniziatico alle radici della memoria. Prima di questo appuntamento estivo, infatti, la mostra ha avuto un'anteprima, tra aprile e maggio scorso, alla galleria Wikiarte di Bologna. Nel mese di maggio, poi, la mostra è stata ospitata alla Simboli Art Gallery di Firenze. Infine, nel prossimo autunno, la mostra sarà allestita a Venezia, nei suggestivi spazi degli ex Magazzini del Sale.
L'introduzione critica nel catalogo delle opere è stata curata da Alberto D'Atanasio e da Alessandra Pinchera.


Patrocinio del Comune di Monte Argentario

Giulio Greco, Stella di mare
Dal 30 giugno al 15 luglio 2012
Inaugurazione: sabato 30 giugno 2012, ore 18.30 (sarà presente l'artista)
www.giuliogreco.it
info@giuliogreco.it
Tel. 338 7730863