RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!






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domenica 26 gennaio 2014

ANIME PERDUTE – ANIME RITROVATE a cura di Alberto D'Atanasio



ANIME PERDUTE – ANIME RITROVATE
a cura di Alberto D'Atanasio

OPERE di:
Marica Fasoli
Stefania Orru'
Roberta Serenari
Elisabetta Trevisan

Vernissage 31 gennaio 2014 ore 17.00
CERP - Centro Espositivo Rocca Paolina
Perugia - Piazza Italia 11

Testo critico:

Questa mostra è nata quasi per caso, più per esigenze curatoriali che per il raggiungimento di obiettivi artistico-estetici. È stato veloce come quando si assiste alla prova generale, quella prima del debutto, per una sinfonia. L’orchestra è lì nella cavea, il direttore è lì al centro non indossa il frac, è vestito normalmente, guarda gli orchestrali, i cantanti solisti e i coristi, illustra il proprio punto di vista sul contenuto e l'impostazione generale del componimento musicale. Nei leggii ci sono i fogli con le partiture e in quello del direttore, oltre alla bacchetta, c’è una matita che servirà per correggere le battute in relazione a come gli orchestrali eseguiranno il tema e le variazioni. Il tema è l’anima perduta e quella ritrovata, che in questo progetto vuole essere intesa e divenire oggetto di ispirazione non solo come essenza del Dio nell’uomo, ma anche come presenza dei simboli archetipi che danno vita e voce alla persona interiore.
L’anima è anche la parte più intima e profonda del nostro Io che contiene le passioni, le rabbie, i sentimenti più intensi e più importanti; una vera fucina delle emozioni.
L’anima come essenza e luogo dove eros e psiche, mente e cuore, si incontrano dando un senso al vissuto e vita al tempo presente.
L’anima come laboratorio magico dell’azione creativa dove si da immagine e forma all’immaginato, a ciò che non si può, talvolta, esprimere a parole.
L’anima è anche il concetto junghiano dell’Animus, cioè la parte del maschile che è nella donna, e dell’Anima, la parte del femminile che invece abita in ogni uomo.
L’anima come unione e scissione, intensa e sublime, tra persona e personaggio.
La creatività e l’arte rendono liberi e donano la capacità dei bisogni che esulano dalla sfera materiale.
Gli artisti sono talvolta persone per natura rivoluzionarie perché mal si adeguano a ciò che è regola imposta e predisposta da altri.
Gli artisti sono liberi e spesso inconsapevolmente pretendono di essere liberanti per quanti vogliono ancora provare ad emozionarsi e percepire sensazioni, passioni, voglia di vivere col cuore e con la ragione dei sentimenti. È così che ho voluto immaginare questa mostra, un tema, un direttore e quattro orchestrali, ma in effetti se è l’anima che si perde e si ritrova, allora, è anche vero, che ognuna di queste, straordinarie artiste, sono direttrici d’orchestra e allo stesso tempo orchestrali. Marica Fasoli, Stefania Orrù, Roberta Serenari, e Elisabetta Trevisan dirigono, con le loro opere, me, che cercherò di collocare quelle stesse opere al meglio perché la sinfonia sia ben interpretata e poi dirigono colori, forme, soggetti affinché poi nell’insieme si possa rivelare quel suono che non ha bisogno di tante parole ma solo di contemplazione e meditazione. Fasoli, Orrù, Serenari, e Trevisan hanno la prerogativa di creare immagini che hanno il sapore antico del mistero e come tale va svelato addentrandosi dentro la figura. Ogni opera è una sorta di percorso dove l’anima si perde e si ritrova.

Marica Fasoli ci fa perdere e ritrovare in un dialogo che attiene più agli esiti di ciò che potrei definire ascolto interiore o più semplicemente contemplazione. Gli abiti senza la persona che li ha indossati sono l’evidenza metafisica della presenza di un corpo che ha lasciato segno di sé in un involucro costruito dall’uomo. Percepiamo visivamente un abito, ma ciò che leggiamo è che l’infinitamente grande si è trasferito nell’infinitamente piccolo e pertanto non può avere volto; ogni soggetto di Marica Fasoli è essenza di chi l’ha indossato. L’involucro ha l’incanto di quell’energia che ha pervaso fin dall’inizio del viaggio quel corpo ed ora è lì nell’indiscutibilità della sua assenza, per sempre fissa in quell’immortalità che solo l’arte sa donare. Le scatole dipinte di Marica altro non sono che il meraviglioso universo in cui l’occhio esplora cose già viste, ma questi oggetti sapientemente ricostruiti con la tecnica a olio, che questa artista conosce in maniera scientifica avendo praticato per anni il sapiente mestiere del restauratore, permettono di recepire lo spazio stesso che il contenitore propone. L’oggetto diviene soggetto in virtù dell’emanazione che l’insieme suscita. quei dipinti che riproducono scatole e il loro contenuto permettono di fissare il tempo con quel meccanismo che si attiva esplorando cose consuete, semplici, che sfioriamo e guardiamo distrattamente ogni giorno. Se l’anima ha bisogno di un involucro per animarsi e manifestarsi allora in questo contesto Marica Fasoli ci indica quei connotati che sono mappa per ritrovare i ricordi e, tramite loro, lo specchio dove si riflette il nostro vero volto, quello che non ha tempo né conosce tempi. Il fare arte di Marica Fasoli permette che gli oggetti comuni diventino punti essenziali perché l’osservazione di un’opera acquisisca un valore esistenziale. In un mondo del mercantile effimero, le icone di quest’artista diventano vero e proprio paradosso. L’oggetto dimenticato, usato, banale nella sua riconoscibilità quotidiana, diviene emblema e simbolo. Il gioco del bimbo, la trina di un vestito da sposa, la massa rinfusa di bottoni dentro uno scomparto, la camicia che fa presumere la fisicità del corpo che la indossava, altro non sono che i connotati che ci permettono di riconoscerci nel tempo vissuto e in quello presente; Marica offre all’osservatore il senso vero delle cose che rendono questo passaggio terrestre meno anonimo. È come se lei rendesse figura le parole del grande poeta contemporaneo Roberto Lerici, che termina la poesia “Quest’amore” con questa frase: “prima che il nulla tutti ci divori che venga, venga presto il tempo in cui ci s’innamori”. Nel fare arte di Marica Fasoli, l’anima torna a richiamare l’immanenza, quasi che per contrasto e per armonia, lei eterea per antonomasia, non possa fare a meno della corporeità. E nell’alchimia del laboratorio quest’artista riproduce tessuti, la porosità di giunchi intrecciati e oggetti che nelle sue icone assurgono a reliquie di un tempo senza tempi. La metafisica perde la sua malinconia e ritrova una nuova musicalità, per queste sue opere consiglierei di farsi accompagnare dalle melodie dei brani: “Missing Words e Save a place for me” di Piers Faccini


Stefania Orrù ci fa perdere e ritrovare nella costruzione delle sue opere che sono manifestazione di un percorso in cui si percepisce inizio e fine. Lei pone la riflessione su quella rara situazione in cui l´artista esplicita la sua essenza nell´opera d´arte e questa ha la sua genesi e si sviluppa nei ricordi e nella dilatazione di questi nel presente. Ogni suo quadro nasce da un´attenta analisi delle sensazioni, delle emozioni e dei sentimenti che si evidenziano nei tratti del viso, negli sguardi, nei movimenti del corpo e nella gestualità. L´idea, in Stefania, nasce sempre da un’introspezione, il suo obiettivo è dar voce e forma a ciò che voce e forma può avere soltanto attraverso il lavoro dell´artista. È come dire che è l’anima ad essere figurata attraverso il suo fare immagine con pennelli, colori e ossidi. Lei raffigura il femminile come fosse l´unica chiave per accedere ad un universo che si apre solo a chi è capace di sentire o guardare non solo con i sensi. Per Modigliani gli occhi che, per volontà dichiarata, dipingeva raramente, erano l´unico accesso per arrivare all´anima dell´individuo e per dipingerla, e in Orrù gli occhi sono la porta perché la semplice osservazione si trasmuti in contemplazione, quasi che la figura ritratta riesca a contemplare colui che guarda e passa. Ciò che propone quest’artista non è fissare un’immagine in modo che diventi concetto astruso, o un monumento al tempo passato, o perché torni e resti alla memoria, la sua eccezionalità sta nel fissare un’emozione generata nell´attimo dell’incontro con l’opera affinché chi osserva abbia la consapevolezza di vivere un momento unico e irripetibile. Le espressioni dei suoi volti hanno la malinconia e talvolta la serietà di chi vive in un mondo incomprensibile che non regala comprensione. L´opera è solo un pretesto che deve liberarsi delle infrastrutture retoriche, per questo la materia dei suoi colori si veste di trasparenza e di luce che non è fisica ma mentale, cosmica, spirituale, la luce indefinibile dell’anima.
Ogni opera di Stefania Orrù è sintesi di un arrivo e di una nuova partenza. Sembra quasi che il tempo abbia corroso le sue immagini senza però intaccarne l’essenza che si rivela in sguardi penetranti, in pose elegantemente sinuose; è la nuova icona della veritas che in Orrù non ha bisogno di nudità, ogni suo quadro è come un canto dimenticato che quando lo si riascolta ci fa accorgere di essere ancora vitali. Per guardare queste sue opere consiglierei le suggestioni del brano “divenire” di Ludovico Einaudi.

Roberta Serenari ci fa perdere e ritrovare con la forza dell’evocazione. Ogni suo quadro è uno sguardo preciso e diretto negli antri dell’anima e se per i padri della psicologia l’animus era diviso in tre persone, quali il bimbo, l’uomo e il vecchio, allora potrei dire che la filosofia estetica che muove quest’artista è una sorta di ponte che permette all’osservatore di valicare le rive del presente e tornare ad esplorare quelle rive lasciate ieri, fino a percorrere il ponte e giungere a terre distanti che ricordiamo, per poi addentraci fino a quelle più remote che necessitano di impegno e memoria. Le immagini di Roberta sono metamorfosi di quei pensieri che si evocano con i ricordi. Le opere di quest’artista uniscono in maniera mirabile il surrealismo di Magritte e la metafisica di Savinio, è così che il tempo nello spazio magico del quadro si ferma e l’icona diventa varco dove perdersi per ritrovarsi. Ed è mirabile come la sua filosofia estetica sia suffragata armonicamente dalla tecnica pittorica, dal disegnato, dalla cura del particolare che concorre come un orchestrale a far sì che la partitura sia ben eseguita. L’opera è lì, sembra avvertirci, Roberta Serenari, “guardate e non abbiate paura di addentrarvi perché è in questa magica esplorazione che si ritroverà quel tempo magnifico rimasto ancora intatto prima che il tempo adulto lo avesse reso opaco”. Il linguaggio visivo non è soltanto dall’opera verso l’osservatore ma più che altro il contrario: non è l’opera che si espone all’osservatore ma è questi che guardando l’opera entra in essa ed espone se stesso a se medesimo. Non esiste utopia, nelle sue raffigurazioni, né irrealtà, esiste solo la voglia di sperare oltre il possibile, oltre la mera ed evidente realtà. In ogni suo dipinto è presente, nell’immagine complessiva o nel particolare della figura, il concetto di porta come varco verso dimensioni che appartengono alla sfera onirica, ma nelle sue figure l’universo onirico, il sogno, non sono effimeri, ma realtà che si realizzano nell’anima di chi guarda. Quando l’osservatore contempla l’opera di Roberta Serenari si trova come davanti a una mappa in cui può trovare la strada per ritrovarsi o per perdersi di nuovo i simboli che lei sapientemente rappresenta sono i quadranti e i punti cardinali servono perché la rotta, sia che ci si perda sia che ci si ritrovi, abbia comunque un senso. Roberta possiede una tecnica assoluta, confesso che mi sono perso a scovare la trama tra la pennellata che descrive velature, e quella che invece tinge zone più vaste. Ho seguito lo sfumato che rende eterea la massa e quello più cupo che rende l’oggetto prossimo ad uscire dal quadro. La Serenari è un’artista che sa suonare in maniera ottimale il suo strumento, per queste sue opere ho pensato a un brano poco conosciuto di Eugenio Finardi: “Una scala per la luna”.

Elisabetta Trevisan fa perdere e ritrovar l’anima con la freschezza di una donna che non ha risentito né del tempo e né dei tempi. Lei ha la freschezza e la spontaneità di chi ha la consapevolezza di essere diversa, per vocazione e condizione, dal resto della gente. È questa diversità che l’accomuna alla Fasoli, alla Orrù e alla Serenari, ed è la condizione che purtroppo o per fortuna rende ogni vero artista una sorta di alienato o un extraterrestre, una stranezza in mezzo a tanta, spesso troppa, normalità. C’è una filosofia estetica a cui ha corrisposto un fare arte che all’inizio degli ani ’50 ha mantenuto intatti quei valori stilistici che sono propri di un universo culturale che attiene al racconto per immagini, al simbolismo e all’affabulazione. Questa filosofia ha fatto in modo che il progresso non distruggesse quei connotati che permettono, tutt’ora, al futuro di avere comunque delle radici nella tradizione, al progresso una memoria storica da cui attingere, e al caos di divenire cosmo e non inconsapevole disordine. È da qui che a mio parere, nasce la genesi estetica e storico-artistica che rende possibile una congrua lettura delle opere di questa mostra e, in particolare, di Elisabetta Trevisan. Il suo fare arte dimostra un’alta maestria nello strutturare la composizione. Nulla è lasciato alla casualità, come solo una donna sa fare, quest’artista armonizza le zone del quadro in modo che lo spazio disegnato possa risultare infinito pur nella cromaticità satura che lo ricopre. Formidabile è la sua conoscenza della semiologia antica e come riesca a mescolare questa sapienza con la sagacia che solo le donne possiedono con i colori le linee e i soggetti. Le figure risultano misteriose ed enigmatiche; quasi che l’osservatore sia invitato a leggere, capire, interpretare e allo stesso tempo a leggere, capire interpretare se stesso. È il senso antico della catarsi: guardo il quadro e il dialogo tra oggetto e soggetto permette alle figure interiori di riemergere e di innescare il gioco fantastico di riscoprirsi ancora capaci di emozionarsi. La giostra comincia il suo giro e passano le immagini della memoria, i ricordi, le fantasie, i sogni che vorremmo almeno risognare. Ogni sua immagine è dunque pura rivelazione, i suoi soggetti, tutti al femminile, sono tanti oracoli che invece di svelarci arcani ci parlano di emozioni evocate da uno stile elegante in cui il linguaggio degli occhi delle figure formano un dialogo sottile ed intimo con l’osservatore. La staticità è solo nell’apparenza, è come se un vento si fosse fermato all’improvviso, giusto il tempo necessario perché quel preciso attimo si possa vestire d’eternità. Mirabile è la trasparenza che riesce a infondere nei colori e a tutta la tonalità, è come se la secessione viennese e il surrealismo abbiamo trovato nella filosofia estetica di Elisabetta Trevisan la giusta maturazione, la giusta voce, una nuova anima e questa volta tutta al femminile. Il brano che suggerisco d’ascoltare è “Beside You” Simply Red.

Alberto D’Atanasio

lunedì 15 aprile 2013

SALUZZO ARTE 2013 e LE SIGNORE DEL TEMPO




Da Venerdì 19 aprile 2013 a Domenica 5 maggio 2013
Saluzzo, Antiche Scuderie - Fondazione Amleto Bertoni

SALUZZO ARTE 2013
18° Rassegna di Arte Contemporanea Pittura, Scultura, Grafica, Incisione, Fotografia, Design

Un appuntamento atteso e importante nel calendario degli eventi saluzzesi, che sa offrire la possibilità di ammirare opere d’arte in forme diverse , dalle tele, alle sculture, dalle fotografie alle incisioni.
Saluzzo Arte comprenderà naturalmente anche le opere presentate alla fase finale“Premio Matteo Olivero” per la pittura e per la grafica, giunto quest’anno alla sua XXXV edizione, un tradizionale appuntamento inserito all’interno della Rassegna e che da anni ormai rappresenta uno dei punti di forza della kermesse.

Ma non solo, se nel 2012 Saluzzo Arte ha ospitato, tra le altre, la mostra La natura silente. Da De Chirico a Gilardi, che  ha avuto il compito di sondare il misterioso mondo delle “nature immobili” attraverso le interpretazioni e le rappresentazioni creative offerte da artisti del Novecento e del mondo contemporaneo, per il 2013 si prospetta la presenza di un nome del panorama artistico italiano, conosciuto non solo per le sue doti pittoriche, ma anche per il suo impegno politico: Renato Guttuso.
La scelta è dovuta, oltre al grande valore del pittore italiano, anche alla recente ricorrenza del centenario della sua nascita. Nato a Bagheria il 26 dicembre del 1911, ma iscritto dal padre all’anagrafe di Palermo, il 2 gennaio 1912, il centenario del 2012 ha costituito e continua a costituire per musei, istituzioni, giornali, l’occasione per ricordare l’artista approfondendo gli aspetti della sua multiforme personalità. Sempre lo scorso anno ricorre il 25esimo anniversario della sua scomparsa: Saluzzo Arte 2013 vuole a maggior ragione rendere onore a questo grande artista contemporaneo.
Riproponendo un'occasione che nel 2010 aveva portato a Saluzzo l'eco della grande mostra al Quirinale dedicata a Caravaggio, nell'ambito della Mostra Nazionale di Antiquariato, l'iniziativa dedicata a Guttuso nel 2013 riprende il filo della grande antologica inaugurata a  Roma  dall'11 ottobre all'Altare della Patria, il  tempio laico, in opposizione alla Cupola vaticana, ideale per uno dei pittori più militanti e di valore, al contempo, del XX secolo. 
Rivivranno a Saluzzo i riflessi di Sicilia, che animarono tutta la storia pittorica di Guttuso (il celeberrimo dipinto che ritrae la Vucciria palermitana fu dipinto quando da oltre 40 anni Guttuso risiedeva a Roma), ma anche i suoi celeberrimi tetti e soprattutto la sua originale, incisiva ritrattistica, celebre per le immagini della moglie Mimise; dell'amante Marta Marzotto, talvolta "nascosta" in alcuni nudi; di Eugenio Montale nel 1938 e di Anna Magnani vent'anni dopo, ma struggente anche in molte immagini di gente comune, come nel caso del bellissimo nudo che Saluzzo ha ospitato nel 2012, all'interno della mostra De foemina.
Avversario degli astrattisti, modello dei realisti, Guttuso è stato a lungo "odiato o copiato"  -  come dice Crispolti  -  dai colleghi.  Tuttavia, la genialità dell'uomo fu capace di andare al di là delle classificazioni, come testimonia il rapporto con Schifano, immortalato un olio del 1966.
Nella capitale della bellezza in Provincia di Cuneo, l'accostamento tra il gotico fiammeggiante dell'antico marchesato e le tinte forti del pittore di Bagheria promette di regalare nuove, straordinarie emozioni e di accompagnare in un modo ad un tempo sontuoso ed educativo la grande kermesse dell'arte contemporanea: Saluzzoarte 2013.

Entità della mostra di Guttuso: 20 dipinti di vari formati. Prevalentemente su tela.
Curatore: Giuseppe Biasutti (Galleria Biasutti & Biasutti di Torino)


La Mostra rimarrà aperta tutti i giorni con i seguenti orari:
Feriali: Giovedì e Venerdì: dalle ore 15,00 alle ore 19,00
Sabato: dalle ore 15,00 alle ore 22,30
Festivi:  Domenica e festività del 25 Aprile e 1° Maggio:  dalle ore 15,00 alle ore 19,00 

Per info:
Fondazione Amleto Bertoni 0175-43527 mobile 346-9499587 info@fondazionebertoni.it
Coordinatore Artistico Paolo Infossi paoloinfossi@virgilio.it  mobile 349-1466050

ed inoltre:



Saluzzo Arte 2013 - LE SIGNORE DEL TEMPO

Il tempo è la dimensione con la quale si misura il trascorrere degli eventi. Vi è quindi un tempo fisico, come quello scandito dalle lancette di un orologio, in cui ogni istante è identico a tutti gli altri; ma anche un tempo originario, che è soggettivo per cui, ogni momento, risulta qualitativamente ed emotivamente diverso da qualsiasi altro.
Il fluire del tempo, trova quindi una sua realistica dimensione soltanto nell’attenzione riservata al presente, nel ricordo del passato e nell’attesa per il futuro.
Il Tempo. Un’impressione suggerita dall’occasionale incontro di Cristina Iotti ed Elisabetta Trevisan, con l’epigrafe inscritta in una meridiana, nei pressi della Stazione ferroviaria, al loro arrivo a Saluzzo, poco meno di un anno fa.
Uno scatto fotografico, un souvenir, da conservare come il ricordo di un momento felice.
Un’idea che prende corpo: Le Signore del Tempo.
Nove donne che si raccontano in un singolare sincretismo descrivendo con la pittura, la scultura e l’installazione la loro personale percezione del tempo: Liliana Cecchin, Cristina Costanzo, Cristina Iotti, Arianna Lion, Paola Rattazzi, Michela Riba, Mery Rigo, Elisabetta Trevisan, Roberta Ubaldi.
Nove artiste emergenti che affrontano l’argomento, filtrandolo attraverso le proprie esperienze, la propria filosofia di vita e la loro sensibilità. Un modo di rapportarsi con la loro personale visione della realtà, con l’ineluttabilità del tempo che scivola tra le dita, stratificando fatti, pensieri, sogni ed emozioni.
E’ l’astratta concezione del tempo che prende forma cristallizzandosi in autobiografie per frammenti, seguendo un filo conduttore che collega le contraddizioni della nostra società, all’introspezione, alla memoria, alla nostalgia e ai ricordi.
Come spesso accade sono gli artisti ad avvertire per primi e ad annunciare, in grande anticipo, il cambiamento dei tempi. Ad immortalare il gesto, l’impronta, l’impressione e a conservare anche il “sentimento” del mondo antico. L’Arte, infondo, è proprio questo: saper interpretare il senso dell’esistenza.

di Paolo Infossi

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Ente organizzatore:
Fondazione Amleto Bertoni - Città di Saluzzo
info@fondazionebertoni.it - www.fondazionebertoni.it

Da VENERDì 20 APRILE 2013 a DOMENICA 5 MAGGIO 2013
inaugurazione 19 aprile ore 18:00
Antiche scuderie - Piazza Montebello, 1 - Saluzzo (Cuneo)

Orari:
Giovedì e Venerdì: dalle 15,00 alle 19,00
Sabato: dalle 15,00 alle 22,30
Domenica e festività del 25 Aprile e 1° Maggio: dalle 15,00 alle 19,00

venerdì 25 maggio 2012

ATTESE

Victoria Fernandez e Giorgio Lodetti, propongo questa bella collettiva dove trovano visibilità anche Margherita Martinelli, Gabriele Buratti, Elisabetta Trevisan e uno degli artisti che più stimo nel panorama artistico contemporaneo: Carlo Cane

ATTESE
Movimento Arte 
C.so Magenta 96 Milano
dal 7 giugno 2012


…Una selezione nel panorama contemporaneo, nulla di più lontano dal voler rappresentare una veduta minimamente completa, una scelta personale, ma il più variegata possibile su i diversi linguaggi contemporanei. Voluta è la scelta di inserire artisti con tecniche dissimili, linguaggi iconografici eterogenei e generi, apparentemente, contrastanti. Il tema, comune denominatore di questa mostra, è il concetto di Attesa, qui interpretato da diverse personalità…

Pietro Albetti
Daniela Alfarano
Alberto Andreis
Andrea Barin
Giuseppe Biguzzi
Gabriele Buratti
Tania Brassesco e Lazlo Passi Norberto
Carlo Cane
Anna Laura Cantone
Roberta Congiu
Mauro Davoli
Veronica Green
Domenico Grenci
Massimo Lagrotteria
Margherita Martinelli
Matteo Pagani
Remo Suprani
Elisabetta Trevisan
Francesco Tromba


La mostra che propongo, in collaborazione con Victoria Fernandez, responsabile della Galleria Movimento di Milano, parte dal concetto di Attesa. Riprendendo il celebre ciclo di Lucio Fontana, Attese, databile tra il 1958 e il 1968, quando sulla tela appare il primo taglio, che sostituisce l’inconfondibile foro o buco, entra nell’arte dello spazialismo il termine Attesa o Attese, ad individuare il singolo o la pluralità delle ferite inferte alla tela, dai fondi prevalentemente monocolore che enfatizzano il momento, l’attimo, il gesto. Lo stesso Fontana spiegò a Giorgio Bocca di essere riuscito a "dare a chi guarda il quadro un'impressione di calma spaziale, di rigore cosmico, di serenità nell'infinito".
E' proprio per la calma, il rigore e la serenità delle opere che ho scelto gli artisti esposti. Una selezione nel panorama contemporaneo, nulla di più lontano dal voler rappresentare una veduta minimamente completa, una scelta personale, ma il più variegata possibile su i diversi linguaggi contemporanei. Voluta è la scelta di inserire artisti con tecniche dissimili, linguaggi iconografici eterogenei e generi, apparentemente, contrastanti. Il tema, comune denominatore di questa mostra, è il concetto di Attesa, qui interpretato da diverse personalità. Si parte dal rigore, calmo, sereno, quasi impalpabile nell’utilizzo magistrale, unico e ossessivo della grafite di Andrea Barin, Lo studio della storica tipografia Tallone, passando alla serenità gioiosa, dal tocco unico, inconfondibile e scanzonato delle Boites Decorées di Anna Laura Cantone. Dal taglio sapiente del ventre di una mucca nel Mattatoio di Pietro Albetti, apparentemente quieto e sospeso, ma ricco di pathos e vibrante nella pennellata, alla staticità della Candela, disegno su tavola di Daniela Alfarano. Dalla poetica, verrebbe da dire metafisica, in Architetture Armoniche, Annunciazione di Alberto Andreis, al fermo immagine metropolitano, in bianco nero, Pausa in centro, olio su tela di Francesco Tromba. Karen assorta in un'attesa infinita che fonde abilmente lo stile occidentale e orientale, dipinta da Domenico Greci, sembra aspettare il bisonte possente e statico ai piedi di una strada della Grande Mela, in Luogo di incontro di Gabriele Buratti. I volti, disegnati a penna da Roberta Congiù, ci svelano la fisionomia di Romina 5, olio su tela di Giuseppe Biguzzi. L'Ofelia di Elisabetta Trevisan pare voler fluttuare nell’alveo di Qualcosa resta notturno con rovine di Remo Suprani. Veronica Green crea, Whisper, un paesaggio, onirico fantastico, da quinta teatrale, come a suggerire un ideale tessuto, per gli abiti abbozzati, Aspettando il loro tempo, di Margherita Martinelli. Dalla saggezza della conoscenza del tempo antico, Metaphisica Naturae fotografia di Mauro Davoli, passando per la originale interpretazione, della decadenza fin de siécle, di Remake of Young Decadent Ramon Casas, foto di Tania Brassesco & Lazlo Passi Norberto, terminando al tormento contemporaneo nel volto reclinato di Massimo Lagrotteria. Chiude questo percorso scritto la casa sospesa, Un ricordo emozionante di Carlo Cane, che ci richiama ai paesaggi fantascientifici di Pandora, o più semplicemente, si potrebbe dire: La casa dolce casa, tanto attesa con calma, rigore e serenità dalla bimba naif di Matteo Pagani.
Giorgio Lodetti