RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!






Vota questo blog

Siti
Visualizzazione post con etichetta Giuseppe Uncini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giuseppe Uncini. Mostra tutti i post

sabato 1 giugno 2013

Uncini a Pietrasanta



Giuseppe Uncini (Fabriano 1929 – Trevi 2008) ha scelto il cemento come espressione del suo linguaggio artistico. Per oltre cinquant’anni, combinando ferro e cemento, ha costruito forme, oggetti, che vivono di vita propria. Che si collocano nello spazio con assoluta autonomia e grande forza espressiva. Invitato con una sala personale alla Biennale di Venezia del 1996, le sue opere sono esposte nei principali musei italiani e internazionali e sono entrate nelle più importanti collezioni pubbliche e private. Prima di essere folgorato sulla via del cemento, Uncini lavorava con le terre.

Ogni genere di terre, dalla sabbia al fango delle pozzanghere. Le raccoglieva per strada, le preparava e le stendeva su tavole di masonite e poi magari un po’ di catrame e un po' di carbone, tanto per dare un tocco di colore. Qualche volta usava anche la cenere che produceva in abbondanza la vecchia stufa a legna dello studio. “Volevo fare il pittore e la mia intenzione era fare dei quadri. Ma non funzionava. Li sentivo falsi. Erano solo la rappresentazione effimera di una idea”, raccontava. Lui voleva fare qualcosa di "vero, di concreto".


Costruire oggetti che vivessero di vita propria, Che occupassero da soli tutta la scena, senza bisogno di effetti speciali o di mediazioni interpretative. Con questo pensiero fisso, un giorno, quasi per caso, entrando in una rivendita di materiali edilizi ebbe la folgorazione: usare il cemento. “All'inizio tendevo a usarlo come adoperavo le terre. Ma continuavo ad essere insoddisfatto". Poi la grande intuizione, improvvisa, irrefrenabile: "usare il cemento eliminando il supporto del quadro per costruire un oggetto autoportante, autosignificante".


E così Giuseppe Uncini ha imboccato la via del cemento scoprendo, sperimentando man mano, da bravo carpentiere in erba, le tecniche per armarlo con il ferro e per iniziare a progettare e costruire i suoi lavori. Questo accadeva verso la metà degli anni 50: era il periodo in cui, allo stanco dibattito tra i fautori del realismo e quelli dell'astrazione, Burri e Fontana contrapponevano le alternative della materia e dello spazio. Uncini ha un debole per Burri, ma resta della sua idea. Nel lavoro del grande artista umbro non lo convince lo scarto tra materia e forma, tra processo e risultato. Non corrisponde alla sua ricerca. "Quando cominciai a usare il ferro e il cemento la scelta di queste materie non fu determinata da interessi espressionistici o materici, ma solo come mezzo per realizzare un'idea". E l'idea era sempre quella, un'idea fissa, quasi un’ossessione: voleva costruire, strutturare.


Primocementarmato del 1958-59 rappresenta il passaggio definitivo di Uncini verso la forma dove processo e esito coincidono: una struttura di cemento grezzo rinforzato da rete e ferri, dove però è ancora presente una memoria di pittura alla base. Memoria che col tempo è andata praticamente scomparendo, quasi rifiutata dal cemento, come un corpo estraneo. "Finalmente costruivo l'oggetto e, lasciando a nudo tutti i procedimenti tecnici del suo farsi, riuscivo a porre il primo punto fermo nell'iter del mio lavoro. Cioè non ottenevo più un 'quadro rappresentante' ma un 'oggetto autosignificante': insomma realizzavo l’idea che il modo tecnico fosse il concetto e il concetto il modo tecnico". Fino al 1961, quando tiene la prima personale alla Galleria L'Attico, Uncini approfondisce la ricerca sui Cementarmati. In un articolo del 1998 Adachiara Zevi descrive così quel periodo dell'artista: "E una straordinaria stagione creativa: nelle opere, tutte rigorosamente con lo stesso titolo, l'esito coincide con il suo processo, lasciando la materia scabrosa e corrugata, mentre i ferri si contorcono e piegano, s’infilzano liberamente nel cemento per fuoriuscirvi ancora più sofferenti.


La costruzione non è frutto di progetto ma di processo. Già nei Cementarmati del '62, però, l'artista intraprende una strada diversa, che privilegerà nel percorso successivo: in essa il progetto vince sul processo. Se infatti i ferri si raddrizzano e dispongono non più a caso ma a formare tralicci, il cemento si riduce e si leviga; gli esiti sono certamente lucidi e rigorosi ma a essi manca il fermento e la vibrazione della materia. Dal '67 alla fine degli anni Settanta l'attenzione si sposta sul tema dell'ombra, sul problema di come dare consistenza al vuoto: preso un oggetto, porta, finestra o sedia, Uncini lo riproduce fedelmente con un profilo di ferro che prolunga nello spazio per circoscriverne l’ombra. Inizialmente un limite posto al vuoto. Quell’ombra tenderà poi a solidificarsi, a diventare essa stessa il soggetto. In alcune opere del 1969, Uncini allarga la cerchia dei materiali costruttivi, includendo il mattone con cui erige muri, archi, cloache, appesi al muro o liberi nello spazio, naturalmente con l’ombra. In questo alternarsi tra parete e spazio, tra bidimensionalità e volume, nel '79 è la volta della parete, su cui appende Dimore.


Opere bidimensionali dove i rimandi sono le voci dell’architettura: gli archi, le lesene, le paraste sempre con la loro ombra portata si esplicitano come luogo della memoria dirà G. M. Accame in un saggio del 1990, ove “la concreta precisione della fattura non inganna, anzi, accentua la sua vera condizione, che è quella di essere il segno di un confine”. Quando nell'82 sottrae alcune porzioni di cemento per sostituirle con tralicci di ferro, Uncini annuncia una nuova uscita nello spazio. Gli spazi di ferro combinano quinte di cemento con intrecci fittissimi di ferro che determinano lo spazio che intercorre tra un solido e l’altro, vere e proprie costruzioni che alternano il pieno alla trasparenza. Nel 1993, tornato alla parete, Uncini inaugura una felice stagione creativa. Come nei Cementarmato del '59, negli Spazicemento la materia assurge a protagonista; pur non scabrosa come allora, reca tuttavia le tracce del processo di lavorazione.


Se però i Cementarmato erano 'oggetti autosignificanti', le forme di cemento, ritagliate in foggia irregolare, giocano oggi illusionisticamente contro il piano di fondo, la parete stessa incorniciata in modo aperto e dinamico da tondini e ferro". Il dialogo tra progetto e gesto, tra pittura e struttura di Giuseppe Uncini, iniziato alla fine degli anni ’50, si è sviluppato per oltre mezzo secolo con un’evoluzione artistica sorprendente da cui è nato un percorso artistico di inconfondibile autonomia. E quel piccolo grande uomo che si fermava a guardare i ponti delle autostrade per riprogettarli mentalmente e farli diventare opere d'arte, "se non lo sono già", ha continuato fino alla fine a pensarla come allora: "la mia preoccupazione quotidiana – ripeteva spesso - è quella di fare, di costruire, di pensare mentre costruisco e viceversa. Mi è sempre interessata la disciplina storica del costruttivismo, però la mia attenzione è diretta ai gesti primari dell’uomo, a tutti quei congegni base che costituiscono l'embrione della costruzione. Mi interessa il desiderio dell’uomo di costruirsi la propria dimora, l'azione del contadino nello squadrare il campo per la coltura. Tutte azioni che vengono dirette da leggi ben precise, frutto di un pensiero e di un calcolo che determinano anche una estetica".


Inaugurazione: sabato 1 giugno 2013 ore 18


Galleria Cardi Pietrasanta (Lu)

via Padre Eugenio Barsanti, 45
Orari della galleria: lun - dom 11-13 e 18-22
Ingresso libero

martedì 6 marzo 2012

'OMBRE - l’indagine dell’inafferrabile' a cura di Federico Sardella

Assolutamente da non perdere!





OMBRE
l’indagine dell’inafferrabile




a cura di Federico Sardella

FABBRI Contemporary Art , Stoppani, 15 C

dal 7/3/2012 al 21 aprile 2012


Francesco CANDELORO Enrico CASTELLANI
Claudio CITTERIO Bruna ESPOSITO
Emanuela FIORELLI Arianna GIORGI
Yari MIELE Alex PINNA
Marco TIRELLI Giuseppe UNCINI
Grazia VARISCO Antonella ZAZZERA

L’ombra, inafferrabile presenza ed assenza al contempo, in questa esposizione, si mostra in alcune delle sue possibili forme, ricche di misteri e di magie.

I dodici artisti presenti, distanti per età e geografie, operano nei campi più disparati: pittura, scultura, fotografia, video, installazione… eppure, osservando le loro opere individuate per questa occasione sarà inevitabile rintracciare un comune denominatore che non necessita molte spiegazioni ma che chiede di essere indagato: l’ombra. Propria o portata, parte del lavoro o il lavoro stesso, solida o virtuale, bloccata in un attimo di spazio o libera di modificarsi nel tempo, ha a che fare con l’illusione, con l’oscurità, con l’inconscio e, naturalmente, con la luce. Pensata appositamente per gli spazi della galleria, questa rassegna vorrebbe svelare differenti tipologie di indagini sulla questione, dando risalto alle singole opere ed al tempo stesso proponendole in un allestimento teso a favorire il dialogo e a delineare un percorso nei luoghi delle ombre, dove il riverbero ed il miraggio si fanno palpabili… senza dimenticare che ognuno di noi è seguito da un’ombra e che, come sosteneva Giorgio De Chirico: “Ci sono più enigmi nell’ombra di un uomo che in tutto l’universo”.

La mostra, gli artisti, le opere

Il percorso della mostra inizia con un disegno inedito del 1958 di Enrico Castellani titolato “Ombre”: un acquerello dove attorno ad alcuni punti la pennellata dà vita ad una zona di semi oscurità, suggerendo una tridimensionalità ed una fisicità palpabile. Accanto a questi lavori sarà esposta una recente tipica “Superficie bianca” nel cui spazio convivono, si attraggono e si respingono pieno e vuoto, concavo e convesso, positivo e negativo, luci ed ombre.

Quasi a voler sottolineare il potere che luci ed ombre hanno nel determinare l’illusione di una possibile tridimensionalità, accanto a Castellani sarà esposta un’opera di Marco Tirelli, un inchiostro e tempera acrilica su tela dove un corpo provvisto di volume, la cui presenza descritta dal chiaroscuro si manifesta nel suo apparire, in bilico tra luce ed oscurità.

Se nei lavori di questi due artisti le ombre si limitano ad abitare le opere, negli “Gnomoni” di Grazia Varisco, contribuiscono all’espansione del lavoro nello spazio e ne determinano la
struttura, in grado di variare con il modificarsi della luce. Ottenuti grazie alla semplice operazione del piegare lungo il perimetro di un quadrilatero una porzione dei lati, queste sculture da parete del 1983-84, il cui nome è quello delle aste delle meridiane, vivono della loro ombra, che determina spazi ambigui in grado di dilatarsi.

In mostra sarà presente anche un’importante opera di Giuseppe Uncini del 1973: “Ombra di un cubo”, concessa in prestito dalla Fondazione Marconi, Milano. In questa scultura da terra la fisicità dell’ombra viene ribadita sfacciatamente. Il costruire, il rendere visibile l’idea attraverso elementi tangibili, porta Uncini a dare solidità a quest’elemento impalpabile, non più contrario del pieno ma presenza che si manifesta per quello che è, fatta di cemento, inamovibile e fissa, senza possibilità di fuga.

Un’ombra solida è anche quella che mette in scena Alex Pinna nella sua scultura “Hombre”, che si compone di una parte in corda ed una in piombo. La prima restituisce l’immagine di una figura umana stilizzata ed allungata, quasi arcaica, la seconda la sua ombra realizzata in piombo, carica di tutto il suo peso, dotata di corpo eppure, nonostante la pesantezza che il materiale scelto porta con sé, leggera e fugace, colta un attimo prima della sua scomparsa.

Emanuela Fiorelli e Antonella Zazzera, seppur con materiali diversi, fili elastici la prima e fili di rame la seconda, disegnano strutture tridimensionali in cui il filo si dipana sino a disegnare percorsi che, grazie all’ombra, in grado di sdoppiarsi. Un’ombra propria, è quella delle opere della Zazzera, generata dalle sue strutture di luce va a sottolinearne la presenza e la precarietà. Apparentemente meno celebrata, costretta entro una teca di plexiglass, è quella di cui si occupa la Fiorelli che nell’ambito di uno spazio dato riesce a rendere l’idea di una profondità illusoria, dove l’ombra si fa portavoce di una condizione impalpabile eppure tracciata.

In una saletta laterale, sarà esposto “Paradiso ora” di Arianna Giorgi: un gregge di piccole pecore guarda verso la luce dunque, verso la speranza. Ma la luce ingannevole aiuta a suggerirci la sagoma di un aereo, forse di un kamikaze (dal titolo del film: Paradise Now) che dona la vita per un’ideologia imposta col plagio in un’ottica di violenza. Il raggio di luce, generato da una torcia, si interrompe rammentandoci che l’ombra è sempre in agguato.

Il lavoro di Claudio Citterio titolato “Pupilla” si inserisce nel percorso della mostra andando a stimolare una possibile riflessione sul guardare. Uno schermo rivolto verso la parete proietta su questa ultima una luminosità che devia e modifica la sua ombra sul muro, nella variazione della luce e nei mezzi toni, un’opera in bilico tra vedere e non vedere, tra presenza ed assenza.

Nelle opere di Francesco Candeloro, diversamente, le presenze con le quali ci troviamo ad interagire sono immagini di volti umani catturati senza gerarchie dall’obiettivo dell’artista ed incastonati in un box di plexiglass. Una disseminazione di volti che producono un echeggiare luminescente, come se il loro chiacchiericcio fosse in grado di proiettarsi al di fuori del corpo che li ha generati, dando vita ad un gioco di ombre luminose, quasi degli spettri, che risulteranno essere l’unico tocco di colore in questa mostra, le cui tonalità dominanti saranno il nero, il bianco e tutti i possibili grigi.

Di Bruna Esposito sarà presente il video “Senza titolo. Dvd per la proiezione di un’ombra”, dove l’ombra di una bandiera che sventola, ripresa da una camera fissa, continua a muoversi, solitaria e sollecitata da una brezza indicibile, senza sosta, si sbraccia ostinata nel suo messaggio silenzioso.

Il percorso della mostra si chiude con un grande lavoro realizzato per l’occasione da Yari Miele che da sempre si interessa a fenomeni quali la fluorescenza, la catarifrangenza e la luce in generale, presa in considerazione in tutte le sue possibili declinazioni. Nell’ultima sala, grazie all’alternarsi delle due condizioni, luce e buio risulteranno essere protagonisti della scena. Ancora una volta gli elementi primi del lavoro, che si regge su strutture ben salde dotate di forma e sostanza vivono nell’ombra e dell’ombra pur essendo spazio di luce.