RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
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martedì 11 febbraio 2014

FRENHOFER a cura di ANDREA LACARPIA



FRENHOFER 
a cura di ANDREA LACARPIA

DANIELE CARPI
JACOPO CASADEI
FRANCESCA FERRERI
FIORELLA FONTANA
PATRIZIA EMMA SCIALPI
MARIA LUCREZIA SCHIAVARELLI 

MARCELLO TEDESCO

GIOVEDì 13 FEBBRAIO 2014 DALLE ORE 18.30 LA MOSTRA PROSEGUIRA’ FINO AL 12 APRILE 2014

DA MARTEDì A SABATO DALLE ORE 15 ALLE 19

L’abisso interpretativo che spesso s’interpone tra l’artista d’avanguardia e il pubblico, viene precocemente raccontato da Honoré de Balzac nel romanzo “Il capolavoro sconosciuto”1. In esso l’autore descrive l’incomunicabilità sperimentata dal pittore Frenhofer, che lavora in segreto per sedici anni ad un nudo di donna che considera il suo capolavoro, ma che non verrà mai riconosciuto come tale. Volendo in esso superare la rappresentazione delle apparenze, l’artista assembla una corposa massa di pennellate, talmente confuse da rendere irriconoscibile il soggetto dell’opera. Non comprendendone la genesi, il primo osservatore descrive così il capolavoro del maestro: “Io qui vedo soltanto dei colori confusamente ammassati, e delimitati da una moltitudine di linee bizzarre che formano una muraglia di pittura”1. La necessità di creare la vita attraverso segni indipendenti dalla rappresentazione e dall’allegoria, diventando “corpi tra i corpi” e non mera copia dell’esistente, è ciò che anima Frenhofer, ma la sua “ricerca di un significato assoluto ha divorato ogni significato per lasciar sopravvivere soltanto dei segni, delle forme prive di senso”2.

Il fallimento non annulla lo spirito rivoluzionario di Frenhofer, definito da Agamben “tipo perfetto del Terrorista”, citando la distinzione che Jean Paulhan fa degli scrittori tra “Retori, che dissolvono tutto il significato nella forma e fanno di questa la legge unica della letteratura”, e “Terroristi, che rifiutano di piegarsi a questa legge e perseguono il sogno opposto di un linguaggio che non sia più che senso, di un pensiero nella cui fiamma il segno si consumi interamente mettendo lo scrittore di fronte all’Assoluto”3. Un Assoluto che gli artisti oggi tornano ad essere liberi di individuare nella rappresentazione dell’uomo e del mondo organico come nell’informale e nelle pure geometrie, superando l’aspetto nichilista del “Retore” e del “Terrorista” e trasformando i tormenti di Frenhofer in nuova sintesi di segno e significato, nella quale anche il pubblico può tornare a riconoscersi.

La mostra collettiva Frenhofer è una piccola ricognizione sull’ibridazione astratto – figurativa nell’arte degli ultimi anni. Pur nell’utilizzo di diversi materiali, i sette giovani artisti selezionati sono accomunati dalla necessità di rappresentare la vita, intesa in senso organico, materiale e trascendente, senza limitarsi ad imitarne l’epidermide ma penetrando nei suoi aspetti più strutturali. Come per Frenhofer, protagonista del romanzo di Balzac “Il capolavoro sconosciuto”, è la palpitante vitalità del corpo ad essere sia il soggetto che l’agognato fine della creazione artistica.

Nella scultura “Ottagono di carne” Marcello Tedesco incide un ottagono nel marmo, alludendo ad una carne viva incorporata nel linguaggio: pur nell’alterazione di precedenti strutture narrative, la nuova storia genera nuovi corpi. Nel corpus di opere della serie “Golden Age” l’artista sviluppa una realtà parallela generata da una matrice ottagonale, nella quale l’elemento femminile è l’unico ad essere preso in considerazione.

Partendo dal sentimento di nostalgia per luoghi lontani e famigliari, Patrizia Emma Scialpi riflette sul rapporto del corpo con l’ambiente circostante. Nelle opere della serie “Love and loss” l’artista utilizza scatti fotografici sui quali interviene pittoricamente annullando la fisionomia del soggetto. All’identità della figura si sostituisce un corpo in continuità con il paesaggio, del quale costituisce parte integrante.

Il rapporto dell’uomo con i luoghi da esso vissuti interessa anche Daniele Carpi, per il quale la vita è connessa e trasformata dall’ambiente con cui si relaziona. La testa, soggetto privilegiato dall’artista, è un vaso trasfigurato da ciò che contiene come da ciò che gli è esterno: l’interiorità si contamina con gli schemi sociali e naturali determinando bizzarre congregazioni geologiche che si stagliano su fondi neutri.

Forme tra l’organico e il geologico compaiono anche nelle opere di Fiorella Fontana, nelle quali l’artista associa il fluire della vita organica alla spontaneità del flusso dei pensieri. Il microcosmo si rapporta al macrocosmo in un dialogo continuo nel quale ogni segno particolare si rapporta al tutto in senso unitario.

La percezione della realtà come flusso emerge anche nelle opere di Francesca Ferreri. L’artista, influenzata dalle nuove scoperte nell’ambito delle neuroscienze, ingloba nelle proprie sculture diversi oggetti d’uso comune, riuniti in forme vagamente organiche che riportano alla percezione del vuoto come sistema di relazioni. Attraverso la materia solida, lo spazio diviene una presenza tangibile, riportando alle associazioni mentali rivelate dall’attività onirica.

Il vuoto, visto nella sua consistenza materiale, è presente anche nelle opere di Jacopo Casadei. Attraverso sovrapposizioni di vibranti segni e colori, l’artista delinea masse movimentate e indefinite che mantengono un’eco figurativa grazie ad impalpabili accenni ad un mondo organico che l’artista suggerisce con la vitalità gestuale del segno.

I movimenti del corpo, espressi da Casadei in una morbida e curvilinea pittoricità, sono invece trascritti con lineari forme geometriche da Maria Lucrezia Schiavarelli. Nel progetto “Ta tan” l’artista ha collaborato con una danzatrice, riflettendo con essa sulla percezione del movimento come forme astratte nello spazio. I movimenti della danza sono stati interpretati dall’artista attraverso proiezioni di linee e forme dalla singolare levità, soggettive interpretazioni successivamente utilizzate dalla danzatrice come traccia per un’ulteriore danza, aprendo la strada ad un gioco di specchi potenzialmente infinito.



1 H. de Balzac, “Il capolavoro sconosciuto”
2 Giorgio Agamben, “L’uomo senza contenuto”
3 Jean Paulhan, “I fiori di Tarbes, ovvero Il terrore nelle lettere”

venerdì 10 maggio 2013

The Shapes of Painting to Come | dal blog di Ivan Quaroni



Questa volta l'invito è quello di andare sul blog di Ivan Quaroni (http://ivanquaroni.com/
e leggere questo bellissimo pezzo. 
Merita!

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The Shapes of Painting to Come

di Ivan Quaroni

Quando, nel 1959, il sassofonista Ornette Coleman diede alle stampe il disco The Shape of Jazz to Come (“La forma del Jazz che verrà”), il pubblico dell’epoca rimase sconcertato. L’opera introduceva elementi d’improvvisazione che scardinavano la tradizionale teoria armonica, destrutturando i canoni stilistici del Jazz.  La pittura, come il Jazz, è un sistema di segni in continua evoluzione, un linguaggio articolato, che varia col mutare dei tempi. Dedicarsi alla pittura oggi, significa intraprendere un viaggio di ricerca non solo stilistica e formale, ma anche culturale. Nuovi problemi esigono, infatti, nuove soluzioni espressive.
The Shapes of Painting to Come fotografa uno spaccato del processo, nel tentativo di cogliere le dinamiche in corso in un momento, come questo, caratterizzato da turbolenze economiche, politiche e sociali che, inevitabilmente, riportano in primo piano la questione dell’identità.
Il problema è annoso e tuttora irrisolto a causa di un sentimento bipolare da parte degli artisti verso le proprie radici culturali. Si aggiunga che i processi di globalizzazione in atto hanno provocato nelle nuove generazioni un indebolimento del sentimento di appartenenza, in nome di una più ampia identità cosmopolita.
Legate a un clima europeo e continentale sono le ricerche degli artisti Paolo De Biasi, Valerio Melchiotti e Giulio Zanet, in cui è lecito ravvisare elementi di prossimità con i linguaggi pittorici elaborati in Germania, in Belgio e in parte dell’Europa orientale negli ultimi due decenni. Penso soprattutto a Michaël Borremans, Neo Rauch, Daniel Pitin e, in generale, ai pittori tedeschi della Scuola di Lipsia e ai rumeni della Scuola di Cluji, che hanno scardinato i codici della rappresentazione attraverso la deflagrazione dello spazio, lo slittamento dei piani prospettici e la giustapposizione di episodi narrativi in cui confluiscono elementi di mimesi realistica e di metafisica sospensione temporale.
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per leggere il resto dell'articolo andate su

http://ivanquaroni.com/2013/05/07/the-shapes-of-painting-to-come-italy/ 

giovedì 15 settembre 2011

A Vitulano Jacopo Casadei 'ONIRONAUTI' a cura di Ivan Quaroni

L'ottimo Jacopo Casadei mette in mostra le sue ultime fatiche in provincia di Benevento sotto al guida di Ivan Quaroni

Jacopo Casadei
ONIRONAUTI
Galleria GiaMaArt studio
Iadonisi, 34
Vitulano, (BN)

a cura di Ivan Quaroni
sabato 17 settembre _ ore 19.00
dal 17 settembre al 31 dicembre 2011
testo in catalogo di Ivan Quaroni
catalogo edizioni GiaMaArt studio
direzione Gianfranco Matarazzo

Sabato 17 settembre, la galleria GiaMaArt studio presenta ‘ONIRONAUTI’ mostra personale di Jacopo Casadei che raccoglie un ciclo di opere recentissime.

L'onironautica è la disciplina del ‘sogno lucido’, cioè il tentativo di affrontare in maniera cosciente l'esperienza onirica. Nei lavori vengono descritti scenari di sogni, dove i protagonisti trasfigurati vivono contesti ridicoli, grotteschi e improbabili cercando di gestire il proprio ''io'' prendendo scelte ed interagendo nel limite delle loro possibilità.

“La pittura non può essere definita altrimenti che un sistema di segni in continua evoluzione, un linguaggio vivo, organico, articolato in forme immaginifiche che devono necessariamente disporsi e organizzarsi ogni volta in modi nuovi ed eloquenti. Il problema del pittore, dell’artista in genere, consiste nel trovare inedite soluzioni per risolvere l’enigma antico della rappresentazione.
Come i seguaci di Breton, Casadei divarica lo spettro della rappresentazione, strappa il velo di Maya del mondo fenomenico e introduce l’elemento distortivo della metamorfosi. L’esercizio è apparentemente simile a quello dei cadaveri squisiti, ma la frattura con la figura, e dunque con la struttura narrativa, è più profonda e indelebile. Non si tratta qui, infatti, di giustapporre entità riconoscibili, secondo un processo di trasformazione ovidiana delle forme, ma piuttosto di ripensare le forme e il loro rapporto con la realtà.
Casadei si spinge oltre il dominio operativo Surrealista, ma non invade ancora l’abisso caotico dell’Informale, attestandosi piuttosto in una zona liminale, che accoglie influssi da entrambe le direzioni, in una sorta di intricata e fertile osmosi di umori. Nelle sue mani, la pittura appare come un linguaggio sensibile, elastico, capace di dilatare la figura, di farla vibrare a una frequenza più alta, deformandola e sfaldandola fino ad annullarla. Non è un esito spiegabile solo in termini stilistici o formali, ma piuttosto il risultato di uno specifico processo cognitivo, che contempla la possibilità di osservare il mondo esteriore (e interiore) in modi sostanzialmente diversi da quelli cui siamo abituati”.

La mostra sarà visitabile fino a sabato 31 dicembre 2011 dal Martedì al Sabato dalle ore 16.00 e alle 20.00 e per appuntamento. Gli orari possono variare, si consiglia di verificare sempre via telefono. Catalogo disponibile in galleria, edizioni GiaMaArt studio, testo di Ivan Quaroni.
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By Ivan Quaroni
from September 17 to December 31, 2011
catalogue article by Ivan Quaroni
catalogue GiaMaArt studio editions
Gianfranco Matarazzo direction

Saturday, September 17, the GiaMaArt studio art gallery presents the 'Oneironauts' exhibition by Jacopo Casadei, a collection of a cycle of recent works.

The Onironautica is the discipline of the 'lucid dream': an effort to deal with the dream experience in a conscious way. In these works, scenarios of dreams are described, where the transfigured subjects live ridiculous, grotesque and improbable contexts, trying to manage their own ''I'', making choices and interacting within the limits of their capabilities.

"Painting cannot be defined other than a system of signs in continuous evolution: a living language, organic, organized into imaginative forms that need to necessarily be arranged and organized each time into new and eloquent forms. The problem of the painter, the artist in general, is to find new solutions to solve the ancient riddle of representation. Like Breton’s followers, Casadei crosses the spectrum of representation, rips the Maya’s veil of the phenomenal world and introduces the distorted elements of metamorphosis. The exercise is apparently similar to that of the exquisite corpses, but the break with the figure and therefore with the narrative structure, is more profound and indelible. In fact, it is not about juxtaposing recognizable entities according to a process of transformation of Ovid's forms, but rather about rethinking those forms and their relationship with reality. Casadei goes beyond the operational Surrealist domain, but does not as yet invade the chaotic abyss of the Informal, instead he reaches into a “liminal” zone, which receives influences from both directions, in a sort of intricate and fertile osmosis of moods. In his hands, the painting appears to be a sensitive elastic language, capable of expanding the figure making it vibrate at a higher frequency, deforming and breaking it up to the point of cancelling it. It is not an outcome that can be explained in stylistic or formal terms only, but rather the result of a specific cognitive process, that contemplates the possibility of observing the outside (and internal) world in ways that basically differ from those to which we are accustomed. "

The exhibition will be on until Saturday, December 31, 2011. Tuesdays to Saturdays 4 p.m. to 8 p.m. and by appointment. The times may vary, always check by phone. The GiaMaArt Studio Editions Catalogue is available in the gallery. The text is by Ivan Quaroni.


Web: 
www.giamaartstudio.it