RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!






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lunedì 26 settembre 2016

Laura Giardino a Torino...

A Torino fino al prossimo 22 ottobre, da PrivateView, la personale di Laura Giardino, a cura di Elena Pontiggia...

 

L’artista milanese ha al suo attivo importanti collettive in spazi istituzionali nonché una solida bibliografia.
Sono stati molti i critici che hanno voluto raccontare il lavoro di Laura, un lavoro che se ad un primo sguardo sembra abbastanza lineare, si scopre poi ricco di sfumature e di substrati e di un mistero che conquista. Oggi più che mai il suo lavoro è giunto ad una svolta. Le tele sono totalmente consapevoli, lo stile ormai imprescindibile, tutto questo senza mai abbandonare o perdere di vista la radice “underground” nel senso più colto del termine.
Lo ha descritto per noi la curatrice, Elena Pontiggia, “… parlando della pittura di Laura Giardino, vorremmo iniziare da quell’aspetto apparentemente marginale del suo lavoro che è il colore: un colore che non sempre si può riprodurre e che va proprio visto da vicino.
Certo, a un primo sguardo i suoi quadri possono sembrare incentrati sul disegno, l’architettura, l’ordine e la sintassi delle forme. Laura ama la geometria, la nitidezza del segno, la precisione della linea. Sa che non c’è niente di più misterioso della chiarezza e quindi disegna come su una immaginaria tavola pitagorica, dove figure e cose sono disposte secondo numero e misura e ogni oggetto è depurato dal superfluo, in modo che i particolari non vi abbiano luogo né parte. Il disegno, allora, diventa un profilo mentale in cui la realtà non è più ciò che vediamo, ma che pensiamo. E di cui forse abbiamo paura.
Eppure, anche se il suo lavoro nasce dal disegno, non meno decisivo è il modularsi del colore. Laura gioca sulle sfumature, sui cangiantismi, sull’improvviso venir meno di un tono, come se la luce giungesse inaspettatamente a imporre le sue gerarchie”.

L’opera di Laura Giardino ha la capacità di infilarsi tra le pieghe dell’animo umano, dove accede con la sua apparente tranquillità; lo spettatore si trova di fronte ad un’immagine che immediatamente gli rimanda l’impressione di pacatezza e ordine. La composizione delle forme, i colori, tutto pare rassicurarlo… ma non appena si entra nel quadro si percepisce la sottile inquietudine che lo anima. Come sottolinea Elena Pontiggia “Quella atmosfera, ci si potrebbe chiedere, sarebbe così intensa se non nascesse anche da uno scarto, da un’eresia, da una crisi di nervi (educata e sommessa, ma pur sempre crisi) del colore? Forse sì. Quello che però bisogna aggiungere, in apertura di partita, è che il lavoro di Laura Giardino non è neoconcettuale e nemmeno neopop, anche se può attingere ai linguaggi dell’uno e dell’altro. Nasce invece da una artigianalissima lotta, condotta corpo a corpo, con la tela, col foglio, con l’opera, in cui il colore gioca una partita cruciale.

In quelle “improvvise irrequietezze della composizione” sta dunque la forza del lavoro di Laura Giardino. La quale non si accontenta di padroneggiare perfettamente le linee e il colore, ma si diletta invece nell’infondere nei suoi quadri quel sottile strato di inquietudine che presagisce il dramma. Dramma che non necessariamente avverrà ma che, nell’arte come nella vita, incombe su di noi.


Laura Giardino, vive e lavora a Milano

sabato 4 ottobre 2014

Mario Sironi Complesso del Vittoriano, Roma a cura di Elena Pontiggia

 

Mario Sironi

Complesso del Vittoriano, Roma

a cura di Elena Pontiggia

Tra i più grandi Maestri del Novecento italiano, Mario Sironi viene presentato al Complesso del Vittoriano di Roma con una grande retrospettiva. La mostra Mario Sironi. 1885-1961 sarà aperta dal 4 ottobre 2014 all’8 febbraio 2015.

Attraverso le sue opere più significative si intende ricostruire la complessa attività del Maestro, ripercorrendo tutte le stagioni della sua pittura, dagli esordi simbolisti al momento divisionista, dal periodo futurista a quello metafisico, dal Novecento Italiano alla pittura murale fino alle opere secondo Dopoguerra.

L’organizzazione generale è di Comunicare Organizzando.

“Mario Sironi. 1885-1961” riflette l’attenzione del Vittoriano per la pittura italiana del Ventesimo secolo, un percorso iniziato nel 2012 con Renato Guttuso e proseguito nel 2013 con la mostra dedicata a Cézanne e ai pittori italiani che dal padre dell’impressionismo trassero ispirazione. Un’attenzione che nella primavera 2015 sarà ancora confermata dalla presenza al Vittoriano di un altro grande artista del nostro Novecento, “Giorgio Morandi. 1890-1964”.

La mostra

Sironi è stato uno dei più originali pittori italiani, nonché tra i più rappresentativi della sua epoca, come testimonia la stima dei colleghi, e non solo, nei suoi confronti. Scrive Elena Pontiggia in uno dei saggi in catalogo: «Sironi è stato mussoliniano ma, per parafrasare Vittorini, non ha mai suonato il piffero della rivoluzione fascista perché la sua arte, intrisa di dramma, era più funzionale alla verità che alla propaganda. Sironi, insomma, è stato il più tedesco dei pittori italiani e il più italiano dei pittori tedeschi».

Attraverso novanta dipinti, e attraverso bozzetti, riviste, e un importante carteggio con il mondo della cultura del Novecento italiano, la mostra, partendo dalle creazioni giovanili fino ad arrivare quelle degli ultimi giorni, intende far conoscere meglio un artista di statura europea, del quale lo stesso Picasso diceva “avete un grande Artista, forse il più grande del momento e non ve ne rendete conto”.
Cuore pulsante dell’esposizione romana saranno le opere monumentali di Sironi, come Il lavoratore (1936) e L’Impero (1936), perché, spiega ancora la curatrice, «la grandiosità di quella che, non per caso, è chiamata Città Eterna influenza profondamente la sua concezione dell’arte. L’ideale della Grande Decorazione che Sironi coltiva negli anni trenta si forma in lui ben prima di quegli anni (e ben prima del fascismo), guardando l’Arco di Tito e il Colosseo, la basilica di Massenzio e la Colonna Traiana, il Pantheon e le Terme di Caracalla, gli affreschi di Raffaello e di Michelangelo».

Il catalogo, edito da Skira, darà conto di nuove ricerche capillari svolte negli ultimi anni negli archivi dell’artista. Saranno presenti saggi di Maria Stella Margozzi, Lea Mattarella, Roberto Dulio, Luigi Cavallo e Virginia Baradel. Organizzazione e realizzazione sono di Comunicare Organizzando.
La mostra, che nasce sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, si avvale del patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, del Ministero degli Affari Esteri, ed è realizzata in collaborazione con la Regione Lazio, con Roma Capitale, con la Camera di Commercio di Roma e con l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, è curata da Elena Pontiggia, in collaborazione con l’Archivio Sironi di Romana Sironi.

Collaboratori ufficiali:
Istituto Luce Cinecittà, Rai Teche, Gondrand
In Più Broker, Dimensione Suono 2, Gruppo LT Multimedia, Hotel Eden, The Duke Hotel

Catalogo: Skira

Organizzazione e produzione: Comunicare Organizzando S.r.l.

Ufficio stampa
Paola Polidoro- Comunicare Organizzando
Tel. ++39 06 3225380, E-mail p.polidoro@comunicareorganizzando.it

Inaugurazione 4 ottobre

Complesso del Vittoriano
via San Pietro in Carcere (Fori Imperiali) - Roma Lazio Italia
Orario: 10.30 - 19.30
Ingresso libero

giovedì 20 febbraio 2014

SIRONI E LA GRANDE GUERRA. L’ARTE E LA PRIMA GUERRA MONDIALE DAI FUTURISTI A GROSZ A DIX



SIRONI E LA GRANDE GUERRA.
L’ARTE E LA PRIMA GUERRA MONDIALE DAI FUTURISTI A GROSZ A DIX
a cura di Elena Pontiggia
22FEBBRAIO - 25 MAGGIO 2014

A Palazzo de’ Mayo si inaugura sabato 22 febbraio alle ore 17.00 “SIRONI E LA GRANDE GUERRA

L’arte e la prima guerra mondiale dai futuristi a Grosz e Dix”, la mostra a cura di Elena Pontiggia che apre in Italia le riflessioni sul centenario della Prima guerra mondiale attraverso le opere che hanno rappresentato la drammatica esperienza del conflitto. Da Balla a Carrà, da Léger a Grosz e Dix, da Previati a Nomellini, cuore della mostra è pero la figura di Sironi , di cui per la prima volta vengono analizzate organicamente la stagione degli anni 1915-1918 e la tematica della guerra.

ore 17 - Conferenza di inaugurazione - relatori Pasquale Di Frischia/ Presidente Fondazione Carichieti; Lucia Arbace/Soprintendente BSAE Abruzzo; Elena Pontiggia/storica dell'arte e curatrice della mostra; Valentina Cocco/organizzatrice della mostra per la Fondazione Carichieti

ore 18 - Apertura della mostra al pubblico


Dopo i successi delle mostre dedicate a Mimmo Paladino, Vasco Bendini | Matteo Montani, Francis Bacon, Aligi Sassu, Emilio Greco e alla grande esposizione sui codici miniati “Illuminare l’Abruzzo”, la Fondazione Carichieti propone al pubblico ancora una volta una programmazione attenta e di alto livello scientifico. Mentre si avvicina il centenario della prima guerra mondiale (1914-1918), la Fondazione promuove e inaugura Sabato 22 febbraio una nuova esposizione dal titolo “Sironi e la Grande Guerra. L’arte e la prima guerra mondiale dai futuristi a Grosz e Dix”.

La mostra, che rientra nel programma ufficiale delle Commemorazioni del Centenario Prima Guerra Mondiale 2014/2018, ha ricevuto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, il Patrocinio della Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici dell’Abruzzo, della Presidenza del Consiglio Regionale Regione Abruzzo e della Provincia di Chieti. Curata da Elena Pontiggia, apre in Italia le riflessioni sul centenario della Prima guerra mondiale (1914-1918), comprende oltre cinquanta opere e documenta come gli artisti, da Balla a Carrà, da Léger a Grosz e Dix, da Previati a Nomellini, hanno rappresentato la drammatica esperienza del conflitto.

Cuore della mostra è la figura di Sironi, di cui per la prima volta vengono analizzate organicamente la stagione degli anni 1915-1918 e la tematica della guerra, che ricorre nella sua pittura ben oltre quegli anni.
Il percorso espositivo muove da maestri europei come Léger con I giocatori di carte, 1915; Otto Dix, con la poco nota Schützengraben in der Champagne [Trincee nella Champagne], 1916; Grosz con il tragico 1917. Prosegue poi con gli artisti italiani, da Previati (Gli orrori della guerra, 1917) e Nomellini, (Allegoria della vittoria sull’esercito in marcia, 1919) ai futuristi Balla, Carrà, Depero, Prampolini, Dottori, fino a Bonzagni, Campigli e molti altri, tra cui Viani e Marussig che rappresentano entrambi un Soldato austriaco, emblema della sconfitta.

Le sale sironiane iniziano con le vignette satiriche contro gli Austro-tedeschi realizzate dall’artista nel 1915-1918, tra cui quelle per la rivista “Il Montello”, diretta da Bontempelli. Di rilevante interesse, in particolare, è l’ultimo numero della rivista, uscito nel novembre 1918 per celebrare la vittoria e finora quasi sconosciuto (ne esistono in Italia solo cinque copie).
Tra le opere esposte, ancora, si segnalano i commoventi ritratti che Sironi esegue a soldati e ufficiali, e il drammatico paesaggio urbano Città e aereo, 1921.
Di enorme suggestione sono poi due opere monumentali: la grande tela della Vittoria alata, dipinta da Sironi nel 1935, e i giganteschi Soldati, del 1936. La prima è il cartone per l’affresco L’Italia fra le scienze e le arti, realizzato per l’Aula Magna dell’Università La Sapienza a Roma, ed è oggi il più importante documento dell’idea sironiana perché l’affresco romano è stato pesantemente ridipinto. Il secondo è un’imponente composizione con due soldati della prima guerra mondiale, evocati visionariamente a vent’anni di distanza dal confitto (1936).

La mostra, accompagnata da un catalogo Allemandi, rimarrà aperta fino al 25 maggio.



Museo Palazzo de' Mayo
Largo Martiri della Libertà, 2, 
66100 Chieti

lunedì 19 agosto 2013

A settembre, a Medrisio arriva Carrà!



I PAESAGGI DI CARRA'
Mendrisio, Museo d'Arte
dal 22 settembre 2013 al 19 gennaio 2014 

a cura di Simone Soldini e di Elena Pontiggia

Pino sul mare 1921, Crepuscolo 1922, L’attesa 1926, L’estate 1930 (Museo del Novecento di Milano), I nuotatori 1932 (MART Museo di arte moderna e contemporanea, Trento e Rovereto), Capanni al mare 1927 (GAM, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino), Canale a Venezia 1926 (Kunsthaus di Zurigo), Lo Squero di San Trovaso 1938, I contadini della Versilia 1938 sono alcuni dei capolavori che costellano la mostra sui paesaggi di Carlo Carrà al Museo d’arte di Mendrisio.
Curata da Elena Pontiggia e da Simone Soldini, in collaborazione con Chiara Gatti e Luca Carrà, si tratta della prima ampia retrospettiva allestita da un museo svizzero sull’opera di questo grande protagonista della pittura moderna europea.
Figura di importanza capitale nella storia dell’arte moderna italiana, Carrà fu tra i fondatori del movimento futurista nei primissimi anni del ‘900. I viaggi nelle capitali europee, ma soprattutto a Parigi, dove frequentò tra gli altri Apollinaire e Picasso, lo misero in contatto con le altre avanguardie europee, facendolo conoscere internazionalmente. La prima guerra mondiale sancì la fine del Futurismo e determinò l’inizio di un breve, fecondo periodo metafisico in cui Carrà entrò in stretti rapporti con i fratelli De Chirico. Gli anni tra il 1915 e il 1920 furono un momento decisivo, di svolta, per l’uomo e per l’artista. Legatosi d’amicizia con Soffici e Papini, Carrà cominciò un intenso periodo di meditazione sulla pittura italiana del ‘300 e del ‘400 che sfociò nei sorprendenti scritti su Giotto, Paolo Uccello, Piero della Francesca e Masaccio. Il recupero in chiave moderna dei “primitivi”, e in primo luogo di Giotto, lo condusse a una pittura – come ebbe a dire – di «forme primordiali», dove la natura si rivela in tutta la sua essenza spirituale. Sintesi, forza plastica, spazialità, architettura accordata a colori tonali: cominciava su queste basi la terza, più lunga e più intensa stagione, quella del «realismo mitico».
Essa si aprì con un capolavoro assoluto della storia dell’arte europea del ‘900, presente nella mostra di Mendrisio: Pino sul mare del 1921, dipinto da Carrà appena quarantenne e che venne acquistato dal compositore Alfredo Casella, amico del pittore e figura di primo piano nella cultura europea del ‘900. «Con questo dipinto – scrisse Carrà nella sua autobiografia – io cercavo di ricreare una rappresentazione mitica della natura». Al capolavoro del ’21 ne seguirono altri, una stretti lunga serie di opere che scaturì in gran parte da un’immersione totale nel paesaggio: i monti della Valsesia, le marine di Forte dei Marmi, la laguna veneziana, le campagne e i laghi lombardi, le alpi apuane.


Il paesaggio fu spunto continuo di sperimentazione; da una pittura di sintesi Carrà poteva passare a una forma mediata di impressionismo, da un’immagine realista a una visione onirica e surreale, sempre ottenendo risultati di straordinaria intensità.
In questo concetto di rappresentazione mitica della natura rientrò a partire dalle grandi composizioni d’inizio anni ‘30 anche la figura: Estate, I nuotatori, I contadini della Versilia sono alcuni capolavori di questo genere, ben documentato in mostra.
Grazie ai contributi dell’Archivio Carrà, degli Archivi del ‘900 del MART e del Gabinetto Vieusseux di Firenze si è potuto allestire per l’occasione una sezione dedicata alla figura – importantissima – del Carrà teorico e pubblicista (si ricordino solo i contributi a “Valori plastici” e “l’Ambrosiano”) attraverso un vasto e prezioso materiale documentario.
A margine della retrospettiva viene presentata una selezione di opere di autori ticinesi, dipinte tra il 1920 e il 1950, che intende gettare un po’ di luce sulla grande influenza esercitata da Carrà su un contesto locale, di provincia italiana del Nord come il Ticino; cioè, sul suo determinante ruolo nel passaggio da un’arte ancora ottocentesca ad una moderna.



comitato scientifico Elena Pontiggia, Luca Carrà, Chiara Gatti, e Simone Soldini (direttore Museo)

catalogo edito dal Museo d’arte Mendrisio, circa 150 pagine di testi e apparati e riproduzione delle opere in mostra




Orari   
ma-ve: 10.00 – 12.00 / 14.00 – 17.00
sa-do: 10.00 – 18.00
lunedì chiuso, tranne festivi

Entrata   
Fr 10.-    ridotto Fr 8.-

Info   
www.mendrisio.ch/museo
museo@mendrisio.ch

venerdì 19 ottobre 2012

LE IDENTITÀ DI SALVATORE FIUME. 50 opere, anni ’40-’90

 Da non perdere!



LE IDENTITÀ DI SALVATORE FIUME. 50 opere, anni ’40-’90
a cura di Elena Pontiggia, Laura Fiume , Luciano Fiume, Alan Jones


Grattacielo Pirelli
Via Fabio Filzi 22, Milano 20126
dal 24 Ottobre al 23 Dicembre 2012

L’esposizione presenterà 50 opere - 25 dipinti, 15 disegni, 5 sculture e 5 ceramiche - realizzate dall’artista siciliano, ma lombardo d’adozione, in un arco temporale che dagli anni Quaranta arriva fino agli anni Novanta.

Dal 24 ottobre al 23 dicembre 2012, Palazzo Pirelli di Milano ospita un’importante personale che celebra la figura di Salvatore Fiume (1915-1997), a quindici anni dalla sua scomparsa.
Curata da Alan Jones, Elena Pontiggia, Laura e Luciano Fiume, promossa dalla Regione Lombardia e dalla Fondazione Salvatore Fiume, in collaborazione con ArteSanterasmo, la mostra, dal titolo Le identità di Salvatore Fiume, presenterà 50 opere - 25 dipinti, 15 disegni, 5 sculture e 5 ceramiche - in grado di tracciare una sintesi della produzione artistica di Fiume nella pittura, nel disegno, nella scultura e nella ceramica tra gli anni Quaranta e gli anni Novanta del secolo scorso, dimostrando come la sua personalità, pur rimanendo intatta nel corso degli anni, si evolse costantemente, concependo nuovi temi e sperimentando nuove tecniche.

Il percorso espositivo si snoda in due sezioni distinte: nella prima, s’incontreranno lavori realizzati tra gli anni '40 e gli anni '60, precedenti alla ‘rivoluzione’ stilistica che fece seguito al suo viaggio a Londra nella metà degli anni '60, mentre, nella seconda, si vedranno opere eseguite nel successivo trentennio.
La rassegna si apre con Cristo deriso dai soldati, un olio su masonite del 1946, firmato con lo pseudonimo di Francisco Queyo, un pittore gitano mai esistito, dietro il quale Fiume si nascose in attesa che la sua pittura di allora, ispirata al Quattrocento italiano e alla Metafisica di de Chirico e Savinio, raccogliesse i consensi che fino a quel momento non aveva ricevuto.
Il successo che i dipinti firmati F. Queyo – ispirati al folklore e alla tradizione spagnola - ottennero alla mostra tenuta alla Galleria Gussoni di Milano nel 1948, fu straordinario. Tutti i quadri vennero acquistati e un autorevole critico come Leonardo Borgese scrisse che molti artisti italiani avrebbero dovuto prendere ispirazione dal maestro spagnolo.
L’itinerario prosegue con 8 opere degli anni '40 e '50, ascrivibili al ciclo delle Città di statue, in cui è manifesta l’influenza dell’arte rinascimentale italiana, come quella delle ricerche metafisiche di de Chirico, Savinio e Carrà.
Fiume propose - questa volta firmando col suo vero nome - questi lavori alla Galleria Borromini di Milano nel 1949, riuscendo a impressionare l’allora direttore del MOMA di New York, Alfred Barr, che decise di acquistarne uno, da allora conservato nelle collezioni del museo americano. Le Città di statue contenevano degli elementi di novità, non solo rispetto alla pittura, ma anche rispetto a un ideale architettonico che prefigurava i futuri progetti di Fiume, costituiti da edifici geometricamente antropomorfi e zoomorfi.
La partecipazione alla Biennale d’Arte di Venezia del 1950 segnò l’incontro con Gio Ponti con il quale Fiume iniziò una lunga collaborazione che lo portò a realizzare enormi dipinti per i transatlantici di cui Ponti avrebbe curato gli allestimenti. In quello per il transatlantico Andrea Doria (48 m x 3) Fiume riprodusse svariati capolavori presenti nel nostro paese allo scopo di offrire ai viaggiatori diretti in Italia un’anticipazione di ciò che avrebbero ammirato dal vivo. Fiume creò una serie di spazi (piazze, vie, loggiati) nei quali inserì riproduzioni di opere di Giorgione, Verrocchio, Donatello, Raffaello, Leonardo, Tiziano, Michelangelo e molti altri.
In mostra vi sarà il bozzetto di uno dei grandi pannelli che decoravano il salone di prima classe dell’Andrea Doria, affondata nel 1956.
Ponti, da grande appassionato di ceramica, e raffinato ceramista egli stesso, apprezzava molto i lavori che Fiume realizzava con questo materiale, e li inserì spesso tra i suoi arredi. A Palazzo Pirelli si troveranno due piatti e tre sculture, tutti del periodo ‘metafisico’.
La prima parte dell’esposizione si chiuderà con il ciclo ispirato alla cultura Beat. Alla metà degli anni Sessanta, infatti, Fiume è a Londra, durante la straordinaria stagione della Swinging London. In quel vivace clima culturale nascono opere caratterizzate da una nuova libertà espressiva, evidente soprattutto in quelle realizzate su carta da parati o nei collage, composti da elementi estranei al linguaggio rigorosamente pittorico e che si discostano dai temi trattati da Fiume fino ad allora.
Un capitolo importante della rassegna milanese sarà dedicato alla figura femminile. In particolare, i due dipinti del 1957 e 1958, ispirati al tema della Donna e toro e della Donna e gallo entrambi caratterizzati da un’inedita sensualità, introducono un nuovo passaggio nell’arte di Fiume, sul piano della trasformazione tematica e su quello evolutivo della materia pittorica che, per la prima volta, si fa più luminosa, corposa ed espressiva, grazie anche alle stratificazioni e alle trasparenze ottenute con l’uso della spatola.
La mostra inoltre documenta un ulteriore approfondimento nella ricerca materica con la serie degli affreschi degli anni '80 - concepiti fin dall’inizio in funzione dello ‘strappo’ e della successiva trasposizione su tela - ispirati ai dipinti murari di Pompei e di quelli delle tombe etrusche di Tarquinia.
Nel 1989 Fiume si dedica a un ciclo di 10 Poemi giapponesi - due dei quali esposti a Palazzo Pirelli - nei quali reinterpreta i temi erotici dell’arte del Sol Levante del ‘700 e dell’800.
La parte dedicata alla pittura si chiude con un grande dipinto dal ciclo delle Ipotesi, in cui Fiume fa coesistere su un’unica tela elementi peculiari della propria pittura, come le Isole di statue, con citazioni da capolavori dell’arte europea (in questo caso da Raffaello, Picasso e de Chirico), esemplificando il concetto a lui caro della contemporaneità di tutta l’arte.
Il percorso si conclude idealmente con le sezioni dedicate rispettivamente al disegno e alla scultura. Nella prima, si potranno ammirare 15 lavori su carta, realizzati tra gli anni '40 e gli anni '80, che dimostrano come il segno di Fiume, pur evolvendo, sia rimasto inconfondibile per la sua forza espressiva. Nella seconda, opere plastiche caratterizzate dalla pluralità dei materiali utilizzati, come la ceramica, il bronzo, il legno e il poliuretano espanso. Tra queste, sono da segnalare le due sculture in legno, Mito africano del 1974, e l’Antropotauro, una figura ‘mitologica’ creata da Fiume sul modello del centauro, nella cui parte inferiore le forme del cavallo sono sostituite da quelle del toro.
Accompagna la mostra un catalogo edito dalla Fondazione Salvatore Fiume.

Milano, agosto 2012

Salvatore Fiume. Note biografiche
Pittore, scultore, architetto, scrittore e scenografo, Salvatore Fiume nasce in Sicilia nel 1915. Dal 1931 al 1936 studia a Urbino al Regio Istituto per l’Illustrazione del Libro. Nel 1936 è a Milano dove frequenta artisti e intellettuali come Salvatore Quasimodo e Dino Buzzati. Nel 1938, alla Olivetti di Ivrea, diventa art director della rivista Tecnica e Organizzazione. Nel 1943 pubblica il romanzo Viva Gioconda!. Dal 1946, lasciata la Olivetti, si dedica completamente alla pittura stabilendosi a Canzo (Como), dove adatta a studio una filanda dell’Ottocento che in seguito diviene la sua residenza definitiva. Nel 1948 espone con successo a Milano una serie di suoi dipinti ispirati alla tradizione e al folklore spagnoli, firmandoli Francisco Queyo, un pittore gitano inesistente di cui inventa la storia di perseguitato politico esule a Parigi. Nel 1949 esordisce con il suo vero nome alla Galleria Borromini di Milano, dove le sue Isole di statue e Città di statue affascinano il direttore del MoMA di New York, Alfred Barr, che acquista una sua Città di statue. Anche la collezione Jucker di Milano acquista una sua opera in quella occasione. Nel 1950, su proposta di Alberto Savinio, Fiume partecipa alla Biennale di Venezia con il trittico Isola di statue (ora nei Musei Vaticani) che gli vale un’intera pagina della rivista americana “Life”. Dal 1952 collabora con la Scala di Milano come scenografo e costumista, firmando 8 allestimenti nell’arco di 15 anni, fra cui la Medea di Cherubini, del 1953, pietra miliare della produzione scaligera degli ultimi 50 anni, come l’Aida del 1957 al Covent Garden di Londra. Nel 1952 il grande architetto Gio Ponti gli commissiona un enorme dipinto (m 48x3) per il transatlantico Andrea Doria. Purtroppo, nel 1956 l’immensa tela affonda con la nave al largo dell’isola di Nantucket. Nel 1953 le riviste “Life” e “Time” gli commissionano una serie di opere per le loro sedi di New York. Fra il 1949 e il 1952, su invito dell’industriale Bruno Buitoni Sr, Fiume esegue un ciclo di dieci grandi dipinti sulla storia dell’Umbria ora conservati nella Sala Fiume di Palazzo Donini, a Perugia, sede della Regione. Nel 1962 una mostra itinerante porta 100 quadri di Fiume in diversi musei tedeschi toccando anche Colonia e Ratisbona. Nel 1967 esegue il bozzetto per il grande mosaico nella Basilica dell’Annunciazione a Nazareth.
Nel 1973 è in Etiopia dove dipinge le sue Isole su un gruppo di rocce nella valle di Babile, utilizzando vernici marine. Nella grande retrospettiva del 1974 al Palazzo Reale di Milano Fiume presenta per la prima volta la Gioconda Africana, ora nei Musei Vaticani. Nel 1978 dona trentatré opere ai Musei Vaticani e nel 1985 tiene una grande mostra a Castel Sant’Angelo a Roma. Del 1987 è l’esposizione De Architectura Pingendi allo Sporting d’Hiver di Montecarlo, inaugurata dal Principe Ranieri di Monaco. Nel 1991 espone i suoi progetti architettonici alla Mostra Internazionale di Architettura a Milano, al Palazzo della Triennale e nel 1992 i suoi dipinti a Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma. Nel 1993 Fiume visita i luoghi di Gauguin in Polinesia e, in omaggio al grande maestro francese, dona un dipinto al Museo Gauguin di Tahiti.
Come scultore Fiume debutta ufficialmente nel 1994 alla Galleria Artesanterasmo di Milano. Realizza diverse sculture di grandi dimensioni, come la statua di bronzo al Parlamento Europeo di Strasburgo, le sculture degli ospedali San Raffaele di Milano e di Roma e la Fontana del Vino in bronzo a Marsala. Il Museo del Parco di Portofino ospita due suoi bronzi. Per i suoi meriti di scrittore, nel 1988 riceve una laurea ad honorem in Lettere Moderne dall’Università di Palermo. Sue opere si trovano in alcuni dei più importanti musei del mondo quali i Musei Vaticani, il Museo Ermitage di San Pietroburgo, il MoMA di New York e il Museo Puškin di Mosca. Muore a Milano il 3 giugno 1997.

DAL 24 OTTOBRE AL 23 DICEMBRE 2012

Milano, Palazzo Pirelli - Spazio Eventi 1° piano (via Fabio Filzi 22)

Ingresso libero

Catalogo: Fondazione Salvatore Fiume

Ufficio stampa

Simone Carriero
Lombardia Notizie
02-67655315
simone_carriero@regione.lombardia.it