RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!






Vota questo blog

Siti
Visualizzazione post con etichetta Globartmag. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Globartmag. Mostra tutti i post

mercoledì 17 ottobre 2012

Di Micol Di Veroli: Quelli che hanno rovinato l’arte

Qualche giorno fa, l'ottima Micol Di Veroli, lanciava dal suo blog questo articolo, ripreso poi anche da altre piattaforme. L'ho letto e riletto. Ora ho deciso di proporlo anche nel mio "spazio"... tanto per tenere alta l'attenzione su questo argomento "spinoso"...

Micol Di Veroli


Quelli che hanno rovinato l’arte parte prima

Riunioni, feste dell’arte, opening straordinari, fiere e fierette, tavole rotonde ed inviti ai collezionisti. Gli addetti del settore le hanno tentate tutte per cercar di attirare un poco di interesse e riportare il pubblico all’interno di gallerie, musei ed altri spazi. Ed invece il pubblico è fuggito e la colpa sapete di chi è? Proprio degli addetti del settore che oggi tentano di chiudere la stalla dopo che i buoi sono miseramente fuggiti. Per anni nessuno ha tenuto conto delle esigenze del pubblico ed anzi si è tentato in tutti i modi di scacciarlo, con mostre noiose, eventi spocchiosi e senza il benché minimo brandello di senso. Ci si è nascosti dietro il filosofo di turno per tentar di dare forma e concetto ad opere vuote ed inconcludenti. In molti, forse troppi, hanno tentato di ingraziarsi quei tre/quattro collezionisti rimasti nel nostro belpaese, dimenticandosi di accendere l’interesse e contribuire così alla nascita di un nuovo vivaio di collezionisti. La didattica è stata soppiantata dalla politica dello spettacolo e delle apparenze, si è dato spazio a curatori-sciamani, tornati da due mesi di residenze all’estero a pagamento, sperando che questi avrebbero potuto guarire le emorragie di pubblico e collezionisti grazie alle loro panacee, alle loro pietre filosofali. I direttori di musei hanno in larga parte sperperato i fondi, mettendo in piedi eventi dedicati ai loro amici/artisti, alle loro amiche/gallerie, il tutto nel totale disinteresse del grande pubblico. Ed ora, cosa vorrebbero fare questi figuri? Convincerci che qualcuno li ha lasciati da soli quando sono stati loro gli artefici della loro fine.


Quelli che hanno rovinato l’arte parte seconda


Si diceva dunque di quelli dell’arte che hanno rovinato l’arte e adesso pretendono attenzione dal governo, supporto dalle istituzioni, unità da parte di tutti i lavoratori del settore, artisti compresi. Andrebbe detto che il peccato più grande di questi individui è appunto l’ostinata ricerca di attenzioni e coccole dalle istituzioni quando le istituzioni in realtà sono loro. In Italia si cerca sempre il supporto di qualcuno al di sopra, andare avanti con le proprie gambe sviluppando progetti che possano piacere anche al pubblico non è un’ipotesi contemplata. Si aspetta sempre la sovvenzione, la promozione, la pacca sulle spalle invece di pensare a lavorar sodo. I progetti curatoriali possono esser portati avanti anche con pochi soldi, l’importante è che venga coinvolto il pubblico, lasciato indietro da sin troppo tempo. Per coinvolgere il pubblico bisogna per forza di cose riportare attenzione sull’opera e sull’artista. Già, opera ed artista dovrebbero essere naturalmente i protagonisti assoluti di un evento d’arte contemporanea ed invece questi Batman dell’arte sono riusciti a mescolare le carte in tavola, proponendo la loro visione curatoriale come unica opera in mostra. Qui, in questa bella Italia, sono riusciti a convincerci che la pittura fa schifo, che è roba da retrogradi, ed invece basta mettere il naso fuori dal vicinato per accorgersi che all’estero la pittura va fortissimo, guardatevi le mostre in programma a Londra o a New York e fatevi un’idea di cosa propongono le gallerie, ci vuol poco a comprendere che la maggior parte del loro programma è costituito da mostre di pittura. Queste mie parole potrebbero sembrar delle banalità esacerbanti per i nostri Batman sempre impegnati a legger riviste volutamente incomprensibili e a promuovere politiche criptiche. Eppure avremmo tanto bisogno di banalità, di opere che comunicano un messaggio e a volte una speranza. L’essere umano ha da sempre usato l’arte per comunicare, le pitture rupestri ne sono una prova tangibile, oggi l’arte non deve comunicare, questo ci hanno detto. Questa metodologia del contemporaneo ha sviluppato comportamenti che hanno massacrato la nostra scena. Ora questi Batman farebbero bene a tornare nelle loro Bat-caverne.

http://www.globartmag.com/

giovedì 29 dicembre 2011

Il grande bluff della curatela all’italiana di Micol Di Veroli

Ancora una significativa riflessione della brava Micol Di Veroli su GlobArtMagazine, autrice dell'ottimo volume -oltre ogni limite- del ho già parlato in occasione della sua uscita...



Nel sistema dell’arte contemporanea Made In Italy ed in particolar modo all’interno della scena curatoriale c’è qualcosa che non va, qualcosa che la sottoscritta non riesce proprio a digerire ma per meglio analizzare questo profondo stato di malessere bisogna initiare ab ovo. Durante la fine degli anni ’90 e sino al 2005 (circa), la pratica curatoriale nel nostro bel paese ha subito una brusca sterzata, trasformandosi in qualcosa di molto simile alla professione di P.R.

Alcuni curatori hanno mantenuto una visione per così dire critica, perseguendo un tradizionale percorso fatto di saggi, testi, esperienze sia domestiche che oltreconfine, fino al conseguimento degli strumenti  necessari per emergere, misurarsi e “fare sistema”. Altri invece, come si diceva, hanno preferito darsi alle pubbliche relazioni ed al management,  promuovendo artisti a iosa (con scelte discutibili) e promettendo mari e monti alle gallerie private per poi deluderle sistematicamente al mancato arrivo di collezionisti dotati di moneta sonante. Infine c’è chi ha scelto di ricavarsi una figura professionale starting from scratch, illudendo ed illudendosi sul fatto di poter assurgere al ruolo di consulente onnipotente/onnisciente, quando di fatto il nostro mercato era già ottenebrato da scelte operative del tutto inconcludenti. Nel corso del tempo questo scenario si è lentamente sgonfiato, lasciando posto ad un salutare caos. Il guaio è che lo step successivo di questo bailamme, invece di crear sfogo ad una nuova generazione curatoriale costruita su solide basi, è stato quello di mutare in un vero e proprio maelström dove è la chiacchiera a regnare sovrana. Critici e curatori che si autonominano tali, giovani che gonfiano le loro seppur impalpabili referenze, magazine d’arte che inventano l’inutile e l’inesistente per far piacere ai loro inserzionisti, lobby che pensano in grande ma agiscono in piccolo. Tutte queste figure tentano di accattivarsi i favori di chi è più in alto di loro ma chi è più in alto di loro cerca a sua volta di fare lo stesso.
Il vero dramma è rappresentato dal fatto che l’artista e la pratica creativa vengono sistematicamente evitate. La visione curatoriale, qualora esista ancora, è divenuta l’unica opera d’arte. Dovremmo forse fermarci un attimo e pensare a ciò che va cambiato, prima di aggiungere altra legna ad un fuoco ormai spento.

lunedì 29 agosto 2011

da Glob*ArtMag: Fiere e Web, un veleno per le gallerie tradizionali?

Leggo su Glob*ArtMag http://www.globartmag.com ), un articolo molto interessante a firma di Micol Di Veroli... l'argomento è rapporto Gallerie tradizionali, fiere e web... 
Merita la lettura!



Fiere e Web, un veleno per le gallerie tradizionali?


Il mercato dell’arte contemporanea, formato dalla tradizionale rete di gallerie private più o meno grandi, è attualmente subordinato dei meccanismi operativi che ai nostri giorni appaiono un tantino superati se non in netto declino. Ovviamente non si tratta di giudizi personali ma di considerazioni nate alla luce di quanto pubblicato dalla Cinoa (Confédération Internationale des Négociants en Oeuvres d’Art) nel volume The Role of Art and Antique Dealers – An Added Value, pubblicato a giugno 2011.
Lo studio del Cinoa parla chiaro, il grosso delle vendite di mercato è attualmente appannaggio delle grandi manifestazioni fieristiche internazionali e delle varie realtà online che in questi ultimi tempi sono spuntate come funghi, creando non poco interesse fra collezionisti e semplici appassionati. Sempre più gallerie lamentano una crescente diminuzione di pubblico e vendite durante le inaugurazioni stagionali, ma quando si parla di fiere gli affari cambiano rotta in maniera repentina. Insomma la cara vecchia abitudine di creare una propria scuderia di artisti e programmare la consueta serie di mostre per la stagione espositiva non basta più. Nel corso di un’intervista rilasciata recentemente a The Art Newspaper, Dominique Lévy, (co-direttore della prestigiosa L&M gallery) ha affermato quanto segue: “Facciamo più vendite alle fiere che nella nostra sede stabile”, questa dichiarazione potrebbe funzionare come cartina al tornasole dell’intera situazione. Il problema della maggior parte delle gallerie private (soprattutto quelle più piccole) è il loro legame con il territorio, una situazione prettamente locale che non permette di raggiungere un collezionismo globale. Le fiere e le piattaforme web invece permettono di abbracciare un bacino di pubblico potenzialmente infinito.
Detto ciò andrebbero però valutati i costi di tali manifestazioni, solitamente irraggiungibili per le piccole realtà. Ed allora che fare? È chiaro che il sistema-mercato locale dovrebbe rigenerarsi per accostarsi ai nuovi trend, se non vuole scomparire del tutto. All’amante dell’arte contemporanea piace la situazione fiera, la galleria dovrebbe allora orientarsi su un exhibition commerciale in grado di offrire qualcosa di diverso. Impresa ardua ma le inversioni di tendenza obbligano a nuove sperimentazioni.
Micol Di Veroli

per vedere l'articolo originale:

venerdì 12 agosto 2011

Notizie dalla rete...

Navigando qua e là negli spazi ancestrali della rete ho trovato un paio di articoli degni dell'attenzione, immagino di tutti... e soprattutto del sottoscritto...
Il primo l'ho trovato sul portale "Globalist (http://www.globalist.ch/ ) ed è a firma di Glenda Cinquegrana. 
Il secondo su GlobArtMag (http://www.globartmag.com ) e porta la firma di Micol di Veroli...
Buona lettura...


Il consumo di arte contemporanea fra reale e virtuale

Il web può essere una risposta alla necessità di allargamento della domanda che da anni gli operatori lamentano. Se sì, in che modo? [Glenda Cinquegrana]




di Glenda Cinquegrana
   
Da anni circola la voce che il web potrebbe essere per il mercato dell'arte un terreno capace di fruttare introiti rilevanti, qualora strutturato come canale di vendita complementare a quelli tradizionali. Eppure, ad un'analisi strettamente economica, questa scommessa subito raccolta da Sotheby's e Christie's, che già nel lontano 2000 varavano le prime piattaforme virtuali per la messa in vendita di opere tramite il bidding on-line, sembra restare una promessa disattesa. Le due case d'asta affermano che soltanto adesso, a più di dieci anni di distanza dall'investimento iniziale, le aste on-line sarebbero capaci di raccogliere utili simili a quelli realizzati tramite i canali di vendita tradizionali. Dove gli utili, inutile dirlo, sono stimati attorno ai milioni di dollari, come nel caso vaso da vino della dinastia Shang venduto da Christie's New York a 3,3 milioni lo scorso settembre. Non tutti gli investimenti sono stati così 'fortunati'. I fondatori del sito Artnet.com, leader fra i database informativi sull'arte con i suoi 10 milioni di abbonati, e sul quale trovano rappresentanza virtuale decine di gallerie worldwide a scopo di vendita, hanno dichiarato recentemente fallita quell'esperienza di commercio on-line.
Quindi, di fronte a questi elementi non appare azzardato affermare che il web, tramite la resa pubblica dei dati relativi alle vendite, ha svolto nel mercato dell'arte un compito importante in favore della riduzione delle opacità informative che condizionano le transazioni. Ma d'altro canto questi stessi argomenti inducono a sollevare dubbi sul fatto che le nuove tecnologie informatiche possano produrre un cambiamento nelle pratiche di consumo. E' evidente che per i collezionisti, consumatori altamente conservatori, le perplessità sull'uso delle nuove tecnologie per gli acquisti sono profonde. Oltre a non considerare che anche fra le file degli stessi produttori, le gallerie e i mercanti, forti sono le resistenze ad abbracciare logiche di consumo meno elitiste, nel timore di perdere le posizioni di privilegio raggiunte presso una clientela fortemente conservatrice, in favore di una nuova tutta da creare e conquistare.
  Se molto ha fatto per la diffusione dell'informazione, ancora marginale, poi, è il ruolo svolto dal web per combattere il restringimento progressivo della domanda. La crisi nel mercato dell'arte iniziata nel 2009 è un dato reale: solo in Italia i dati riferiscono una riduzione del giro di affari pari a - 52, 7% a partire dal 2009. E' proprio nel momento di crisi che le problematiche relative all'allargamento della quantità di consumatori si fanno più impellenti, laddove il numero di collezionisti e la frequenza dei loro acquisti è elemento che condiziona negativamente la sopravvivenza degli operatori secondari del mercato.
Dai tablet alle fiere virtuali..
  Nell'arco temporale di quei dieci anni intercorsi fra il varo delle prime forme per il bidding on line ad oggi, le cose sono molto cambiate: la vera rivoluzione tecnologica è stata indotta non tanto dal web ma dalla diffusione capillare di quelle piattaforme tecnologiche che del web fanno uso: ci riferiamo alle invenzioni di Steve Jobs e della sua Apple, e le creature I-Phone ed I-Pad. In tempi recenti i tablet e i telefonini stanno mettendo in atto una vera rivoluzione delle pratiche di consumo culturale, che oggi coinvolge l'editoria, ma che arriverà a toccare altri settori come la televisione e l'intrattenimento, come non era mai accaduto prima. Il fattore rivoluzionario rischia di diventare un elemento reale se la diffusione di quei -- tecnologici diventa sempre più ampia fra le classi colte: la previsione di vendita di I-Pad dalla Apple per il 2011 è stimata entro i 28 milioni di esemplari venduti.
  L'I-Pad ed il suo potenziale rivoluzionario in termine di pratiche di consumo culturale non può essere ignorato. Dagli USA lo scorso gennaio è venuto un segnale di consapevolezza di necessità adeguamento al presente dagli organizzatori del primo avvenimento fieristico integralmente realizzato on-line, la VIP Art Fair. Concepito dalla collaborazione fra due galleristi e due esperti di cultura digitale della Silicon Valley, questo evento hanno conquistato le adesioni massive di molti fra i maggiori art players del mercato internazionale, a testimonianza di come la sensibilità per la cultura tecnologica, come la filosofia del contenimento dei costi, siano diventate diffuse anche fra i produttori dell'arte.
  Il titolo della fiera alludeva alla formula originale del view in private, ossia alla possibilità di poter accedere ad un evento fieristico comodamente seduti ai propri computer di casa: il visitatore munito di password di accesso, aveva visibili sullo schermo del proprio tablet o PC, i booths delle singole gallerie, nelle quali poteva visionare le opere, a portata di un semplice click, sottoforma di fotografie digitali. I partecipanti all'evento, durato lo spazio di nove giorni, potevano beneficiare non solo della comoda vista lontana dalle corsie affollate, ma soprattutto di un vasto corredo informativo, comprendente oltre ai curricula degli artisti e a testi, le informazioni di prezzo.  
Eppure questa formula sembra non essere stata particolarmente gradita dai collezionisti, che si sono lamentati delle difficoltà di accesso prodotte dalla lentezza delle connessioni. Dietro le lamentele di carattere tecnico, è evidente che si celano le difficoltà di aggiornamento tecnologico da parte di fruitori per i quali la semplicità e la comodità di un'esperienza fatta allo schermo del computer non è certamente un pregio. Lo spirito alla base dell'evento, poi, era a favore dell'ottica privilegio per la clientela preesistente, laddove l'accesso alla chat nella quale era possibile parlare con i galleristi era un servizio a pagamento per 100$. Se oltre all'assenza di spazio emozionale, paragonabile all'esperienza di chi compra un disco a confronto di chi ascolta musica dal vivo, viene meno lo spazio di incontro fra gli operatori, la valutazione di un servizio pur ottimamente realizzato non può che restare negativa per un pubblico nuovo.
  Le novità per la nuova generazione I-Phone e I-Pad: Art Genome.  
Se le tecnologie da sole non sono capaci di imporre ai consumatori nuove forme di consumo, esse possono divenire gli strumenti indispensabili per coadiuvare i collezionisti all'interno dello schema imposto dalle pratiche di consumo tradizionali, che restano ineludibili. Come? Ce lo dice Art.sy, nuova piattaforma informatica per l'arte contemporanea che è stata presentata durante i giorni di Art Basel dai suoi fondatori e soci finanziatori, fra cui Dasha Zukhova, compagna dell'imprenditore Abramovich e direttrice della galleria di Mosca Contemporary Art Garage e Wendy Murdoch, moglie del tycoon australiano delle comunicazioni. Al sentire pronunciare questi nomi non abbiamo dubbi sugli obiettivi ambiziosi del progetto. L'intuizione su cui si basa Art.sy è che l'uso della tecnologia può essere utile non tanto a sostituire le prassi di consumo tradizionali, evidentemente consolidate, quanto a coadiuvarle: lo scopo alla base dell'impiego della tecnologia è quello di diminuire i costi di apprendimento che sono ampi, dove questo dovrebbe essere inteso come beneficio implicito non solo per i nuovi consumatori a corto di tempo, ma anche per i collezionisti tradizionali, incapaci di seguire le complesse vicende di un mercato sempre più globale.  
Art.sy is a new way to discover and learn about fine art from the world's leading galleries and institutions. Alla base di Art.sy si trova una tecnologia di nome Art Genome, che altro non è che un logaritmo inventato da un ingegnere ventiquattrenne di Cleveland, che è an ongoing study of the characteristics that distinguish and connect original works of art. Fornendo i propri dati di gusto, Art Genome processa le informazioni di gusto e, attraverso il suo sistema informatico, restituisce suggerimenti intelligenti nel corso del tempo sulle opere affini al gusto di ciascuno. Al programma partecipano alcune delle migliori gallerie e dei maggiori musei al mondo. Art.sy, quindi, è uno strumento culturale confezionato per i nuovi internauti appassionati di web. Appositamente per la fiera di Basel, grazie alle gallerie aderenti al programma, Art.sy ha varato un'app. scaricabile gratuitamente, tramite la quale gli utenti della fiera avevano la possibilità di fotografare le opere dai loro I-Pad, e riceverne suggerimenti sulle opere affini a quelle di loro gusto.
Art.sy è uno mezzo di semplificazione dell'esperienza di apprendimento che si trova alla base del consumo delle opere d'arte. Staremo a vedere se questo esperimento avrà lo scopo di attrarre al mercato nuovi consumatori e soddisfare i crescenti bisogni tecnologici dei collezionisti.  

Glenda Cinquegrana è PhD in Economia dell'Arte; dirige e cura l'attività della galleria The Studio a Milano.​  

vedi l'articolo origila su:



Largo alle gallerie “solo” su internet

di Micol Di Veroli

Le gallerie private sono sempre il luogo migliore per ammirare le nuove ricerche di arte contemporanea. Negli ultimi tempi però si è registrato un notevole aumento di spazi esclusivamente online ed il bello è che molte di queste piattaforme sono estremamente valide, tanto da “rubare visibilità” alle gallerie tradizionali.
Possiamo senza ombra di dubbio affermare che la rivoluzione internet è partita dai numerosi dealer di poster art che già da qualche anno sono presenti all’interno della rete. Successivamente il fenomeno si è espanso a tal punto che lo scorso anno è stata inaugurata la Vip art fair, prima fiera dell’arte contemporanea totalmente online. L’esperimento si è concluso con un sostanziale “pareggio” ma è logico che il motore è ancora in rodaggio.
La Vip art fair è comunque un primo passo molto importante verso un futuro molto vicino. Dicevamo quindi delle gallerie online, sono molti i dealers privati che ultimamente hanno scelto di esercitare la loro professione esclusivamente su piattaforme internet.
Gallerie come bubblebyte.orgBarmecidal ProjectsFach & Asendorf Gallery e STATE, hanno da poco avviato un processo tecnologico inarrestabile. Questi spazi virtuali funzionano esattamente come le gallerie fisiche, le loro mostre sono corredate da un ottimo supporto curatoriale ed hanno intenti ben definiti. Biografie degli artisti, mostre ed eventi in programma, comunicati stampa, tutte attività che ricalcano a perfezione quelle delle gallerie tradizionali. Bubblebyte.org, fondata dall’artista inglese Rhys Coree dall’italianissima Attilia Fattori Franchini (curatore new media art) ha un programma ben nutrito e da gennaio scorso ha già presentato 6 mostre personali ed ha l’obiettivo di diventare una piattaforma di riferimento per lo sviluppo, la promozione ed il mercato della interne art, scavalcando il consueto e macchinoso iter del sistema dell’arte.
E’ innegabile che attraverso internet e con l’ausilio dei vari social media, la propria proposta artistica può raggiungere un enorme bacino di pubblico, la sfida è però quella di sopperire la presenza fisica dell’opera. Per l’internet art le cose non cambiano ma quando si tratta di installazioni, scultura e pittura tutto assume un valore diverso. Noi accogliamo queste grandi novità come una nuova prospettiva per il mondo della creatività e del mercato, vedremo cosa ci riserverà il futuro.
Micol Di Veroli


vedi l'articolo originale su:




lunedì 6 dicembre 2010

Un'altra "perla" di Micol di Veroli su Glob Art Mag

Leggo su Glob Art Mag un articolo (http://www.globartmag.com/2010/12/06/fiere-mercato-arte-piccole-gallerie-medie-grandi-franchising/ ), l'ennesima perla di Micol Di Veroli, in questo momento la penna che leggo più spesso. Mi permetto di fare anche un copia/incolla dello stesso, sperando di fare cosa gradita e non recare danno a nessuno degli editori e/o autori.


Pensavate che il mercato dell’arte contemporanea fosse ultimamente preda di un continuo ristagno? Niente di più sbagliato, o almeno l’affermazione non è valida per i top players del mondo dell’arte internazionale. Se la vostra galleria soffre e non riesce a totalizzare un cospicuo numero di vendite anche dopo aver partecipato a fiere e via dicendo, sappiate che le gallerie d’alto bordo in questo momento stanno vendendo alla grande. Ne è prova il nugolo di notizie positive riguardo agli andamenti delle vendite di Art Basel  Miami Beach edizione 2010.
Il New York Times addirittura scritto “The Art Market is Back!“, si il mercato dell’arte è tornato ma forse per alcuni non è mai andato via. I magazine parlano infatti di battaglie tra collezionisti per aggiudicarsi un’opera di De Kooning o di Jeff Koons ma è chiaro che ci si riferisce ad un mercato di fascia alta, impensabile per il medio o piccolo collezionista. Ed infatti Art Basel Miami Beach è strutturata in modo da creareuna sorta di cartello formato da i più importanti dealers del mondo, racchiusi nel floorplan della fiera. Barbara Gladstone , David Zwirner , Gagosian Gallery , Pace ed Hauser & Wirth sono tutti li, a costituire un’invincibile armata che di fatto catalizza l’attenzione degli addetti ai lavori e dei compratori. Oggi come non mai si avverte l’intento di queste gallerie di creare un mega-brand internazionale capace di invadere il mondo come una sorta di franchising dell’arte. “il mercato adesso è concentrato sulle cose grandi e costose.

mercoledì 10 novembre 2010

Il mio testo e quello di Anna Paola Ruffo per la mostra "THE SKULL"





“SKULL – all’ombra del teschio di Damien

Quando Christiana Pecile mi propose di organizzare questa mostra, confesso, rimasi un po’ perplesso, dubbioso. C’era qualcosa che non mi quadrava. In effetti dentro di me sapevo benissimo cosa fosse, ma non lo avevo ancora metabolizzato. Ora che la mostra ha preso corpo ed è stata disegnata, comprendo anche i motivi inconsci, e neanche troppo, dei miei dubbi. In primis, sapevo che sarei arrivato lungo con i tempi. Purtroppo o per fortuna l’autunno è la stagione dove la mia agenda trabocca di appuntamenti ed impegni e le ore del giorno dovrebbero essere almeno 48.
Di seguito anche solo pensare una mostra sul teschio in qualche maniera mi preoccupava. Temevo il confronto. La grande ombra del teschio di Damien aleggiava nell’aria…
Ma il mio peggior difetto è quello di non saper mai dire di no.
E non potevo farlo neanche ora!
Allora, in treno, in macchina, a letto ho iniziato ad organizzarla, a pensarla e demandare. Non ho a questo punto nessun merito per questo splendido risultato se non quello di avere tessuto legami e spostato conoscenze dalla mia agenda a quella di altri…
La mostra è bella, armonica, ricca. Ci sono gesti, formazioni e prestazioni differenti. Un insieme di energie che sono sfociate in un concerto dove le sonorità artistiche dei singoli formano un tutt’uno per dare vita ad una mostra che parte da un concetto vecchio quanto le origini del mondo, anche se ancora di disarmante attualità: il dialogo con la morte, con un teschio.

Sembra scontato invitare dei giovani, ma già affermati artisti a confrontarsi su questo tema, quando ancora gli echi del teschio di Hirst sono sulla bocca di tutti, addetti ai lavori e non.
Invece quello che ne sorto è qualche cosa di veramente unico.

Dal dipinto di Giuseppe Bombaci alla fotografia di Danilo Pasquali, dal lavoro della brava Alice Olimpia Attanasio alla testimonianza di Massimo Gurnari, passando sotto le pennellate coloratissime di Andy o di Marco Minotti al “Sorrident” di Giuseppe Linardi (solo per citarne qualcuno), questi quindici artisti hanno con la loro creatività, genio e talento, partorito una mostra di taglio veramente internazionale e senza neanche mai una citazione al buon vecchio Damien.

Non sono un critico e non ne voglio vestire i panni, è per questo che la parte “scientifica” l'ho lasciata alla giovane, ma già dotata Anna Paola Ruffo, che è riuscita in poche righe a fare una disamina perfetta della presenza del teschio nella storia dell’arte.

A me che, ripeto, non spetta nessun merito per la creazione di questa mostra, rimane solo di ringraziare gli architetti Cristiana PECILE e Marzia Altaira GRAZZINI, l' impareggiabile Nicoletta PECILE ed ovviamente tutti gli artisti che hanno risposto con assoluto entusiasmo a partecipare a questa collettiva.

In una strana giornata primaverile,
novembre 2010

Roberto Milani

Vitti na crozza 
“Essere o non essere, questo è il dilemma …”
La prima scena del terzo atto della tragedia di Shakespeare si apre con queste celebri battute, dando vita a un intenso monologo sul dubbio esistenziale del vivere (o del morire). Osservando attentamente la scena della rappresentazione ci accorgiamo che, oltre al protagonista riconoscibile, il giovane principe Amleto, ve n’è un altro, altrettanto importante: il teschio. Qui non un orpello né tantomeno oggetto di scena ma, interlocutore muto ed inerme, elemento essenziale per rendere visibile e concreta l’eterna contrapposizione tra la vita e la morte.
Il teschio, scrigno vuoto d’ossa che un tempo, ricoperto da muscoli e pelle era solida impalcatura di un volto e che proteggeva nel suo interno la misteriosa capacità di pensare, è stato da sempre oggetto di culto (le popolazioni neolitiche adoravano i teschi dei propri defunti). Un elemento affascinante e terrificante allo stesso tempo, un ossimoro a cui non possiamo sottrarci. Proprio per questa sua natura contraddittoria e per la forte simbologia associata al rapporto vita-morte, che artisti di ogni epoca ne hanno fatto un soggetto prediletto, perché, d’altro canto, che cos’è l’arte se non un continuo tentativo di spiegare e schivare la morte creando qualcosa di eterno?Perciò non deve stupire il fatto che, per molti anni, disegni e ritratti hanno lasciato spesso il posto a questo “volto assente”. Lo spettatore è assorbito e incuriosito dalla figura del teschio, perché in lui si riconosce empaticamente e rivede un se stesso del futuro, in lui trova un insegnamento a ricordare la fugacità della vita. Messaggio che diventa essenziale e preciso nella pittura del XVII secolo: la “Vanitas”, in cui i teschi, le candele e le clessidre che si animano sulle tele, diventano vero e proprio memento mori della fragilità della condizione umana. Monito concreto, come nell’opere del Caravaggio “San Francesco in adorazione sul teschio”.
Il monito si trasforma in denuncia nelle opere di Otto Dix. Un forte attacco alla guerra, che marcisce non solo il corpo ma anche l’anima, si ritrova nel suo “Skull”, incisione del 1924, un teschio che conserva ancora qualche labile brandello di vita e si propone allo sguardo con tutta la sua orrida crudeltà.
Lo spettatore che osserva questa rappresentazione della morte e della putrefazione si rende complice della propria morte e, nello stesso tempo, della propria resurrezione, perché solo osservando la morte si può conoscere e apprezzare veramente la vita.
Mutano i tempi e i costumi ma l’utilizzo, nell’arte, della figura del teschio non cessa, anzi, diventa simbolo di sfida, provocazione e superamento del tabù della morte. Proprio come nelle opere di Andy Warhol: il teschio, riprodotto in serie e animato da tinte forte e vivaci, assume una nuova vita, diventando anche lui icona Pop. E cosa c’è di più popolare di un teschio, di questa maschera impersonale in cui tutti noi ci trasformeremo? Ma ancora più significative sono le foto di Warhol con in spalla un teschio, utili all’artista per esorcizzare la  sua grande ed ossessiva paura della morte prendendola (o prendendosi ) in giro. Il teschio diventa specchio e raffigurazione della più antica paura dell’uomo: il mutamento del corpo vivo che si trasforma in un accumulo d’ossa in preda al disfacimento. 
C’è qualcuno invece che quel teschio lo sceglie come alter ego, un simbolo in cui identificarsi, come Basquiat, che ne fa addirittura la sua firma, un incrocio fra maschera e teschio, un autoritratto capace di riassumere e raccontare la sua breve vita in continuo gioco con la morte. Scheletri e teschi che popolano le sue opere non sono altro che un ritratto di una società violenta e che per la prima volta si trova a far i conti con un male sconosciuto: l’AIDS.
E’ lo spettacolo derisorio del vuoto che ci attende, ma, allo stesso tempo un’esaltazione della morte che diventa icona della vita.
Abbiamo voluto dissacrare, celebrare ed esorcizzare questa maschera ed oggi siamo arrivati persino a ricoprirla di diamanti. “For the love of the God”, il teschio più famoso e costoso della storia dell’arte, opera del’artista britannico Demien Hirst, ripropone il tema della “Vanitas” in maniera più grave e irreversibile. Il teschio, simbolo della caducità della vita, associato al  materiale durevole ed eterno delle pietre preziose.

La raffigurazione di questi crani privi di vita ci ha accompagnati da secoli, dagli affreschi pompeiani fino ai graffiti sui muri delle nostre città, ogni volta con significati e messaggi diversi. Di fronte a questi teschi viene quasi voglia di avvicinarsi al loro ghigno beffardo e a quelle orbite cave per scoprire il mistero del senso della vita … proprio come nella famosa canzone popolare siciliana:
“Vitti na crozza supra lu cannuni
Fui curiusu e ci vosi spiari
Idda m’arrispunniu -Cu gran duluri
murir senza toccu di campani…”
Annapaola  Ruffo




A proposito del teschio di Damien Hirst (da Globart magazine):
http://www.globartmag.com/damien-hirst-for-the-love-of-god-teschio-diamanti/8361/ 

sabato 3 luglio 2010

Saatchi si ritira e dona la sua Gallery alla città di Londra

Da GlobArt Magazine di Micol Di Veroli

Charles Saatchi ne ha combinata un’altra delle sue ma stavolta a fin di bene. Il celebre mercante d’arte, nonché vero e proprio motore della Young British Artists, ha infatti incredibilmente deciso ritirarsi dalle scene di donare al Regno di Inghilterra la sua Saatchi Gallery di Londra. Quindi prossimamente la celebre galleria diventerà Il London Museum Of Contemporary Art, unendosi così ad altri prestigiosi musei del contemporaneo sparsi per il mondo. Sicuramente i cittadini britannici saranno contenti di questa scelta e l’edificio di per sé è un bellissimo spazio dedicato all’arte che ogni hanno riesce a raggiungere un vasto bacino di visitatori.
Ovviamente in tutto questo rotear di baci ed abbracci, sorge una questione assai spigolosa. Il problema è grosso modo lo stesso che abbiamo noi in Italia (e che Globartmag ha sollevato mesi fa parlando del Maxxi) e sarebbe a dire la collezione permanente del museo. In tutti questi anni la Saatchi Gallery, nella speranza di scoprire nuovi e scintillanti talenti, ha organizzato un’enorme quantità di mostre con molte buone opere ed un mare di manifestazioni creative decisamente mediocri, mettendo in luce una linea espositiva incoerente e frammentata. La lista di opere che il ricco mercante d’arte ha intenzione di lasciare alla comunità inglese è assai cospicua (circa 200 opere) ma di certo Saatchi ha ben poche opere fotografiche di qualità e nessuna opera di video arte da donare. Forse il mecenate lascerà nel museo qualche opera di Ron Mueck, Richard Wilson, Tracey Emin e Jake e Dinos Chapman, artisti fortemente dissimili fra loro che lasciano trasparire il totale caos che da sempre caratterizza il collezionismo di Charles Saatchi.

Annunciando l’importante donazione alla stampa e con essa il suo ritiro dalle scene, il mogul dell’arte ha dichiarato: “Dono questo museo alla comunità londinese, con la speranza di proseguire gli stessi intenti che la galleria si è prefissata 25 anni fa, al momento della sua inaugurazione. Questo museo dovrà essere un laboratorio in continua evoluzione e non una sorta di archivio” Ed allora dopo tutte le critiche precedentemente scritte dobbiamo toglierci il cappello innanzi a Saatchi ed alla sua geniale invenzione della YBA generation. Con il suo grande impegno, il mercante è riuscito a portare gli artisti nazionali al centro dell’arte contemporanea, cosa che in Italia è riuscita a ben poche persone ( ai critici Germano Celant e Achille Bonito Oliva ad esempio ). Insomma per dirla tutta questo nuovo gesto di amore ed entusiasmo di Saatchi verso la nazione che l’ha reso celebre in tutto il mondo, a noi di Globartmag piace tantissimo.

mercoledì 16 giugno 2010

Torna Art Basel, la regina delle fiere

Da Glob Art Mag... di Micol Di Veroli
http://www.globartmag.com/fiera-arte-contemporanea-art-basel-basilea/6199/

Pronti, partenza e via, il 20 giugno prossimo riparte una delle kermesse più importanti di tutta la scena dell’arte internazionale, stiamo ovviamente parlando di Art Basel, manifestazione fieristica che ogni anno si tiene in quel di Basilea e che quest’anno giunge alla sua 41esima edizione. Riflettori puntati su di un’edizione 2010 a cui tutti guardano con estrema curiosità, per comprendere se davvero il mondo dell’arte è fuori dalla crisi finanziaria. Ma Basel non è solo mercato, la fiera è infatti un termometro di qualità e prestigio e farne parte significa soprattutto far parte del giro delle gallerie che contano.

Per quanto riguarda le italiane Torino presenta la galleria Franco Noero e la galleria Giorgio Persano. Milano invece presenta le gallerie Massimo De Carlo, Arte Studio Invernizzi, Giò Marconi, Francesca Kaufmann, Christian Stein, Tega, Zero e Monica De Cardenas. Per Napoli è presente un tris di agguerriti dealer come Alfonso Artiaco, T293 e Raucci/Santamaria mentre Roma è rappresentata da Magazzino d’arte moderna e Monitor.Anche la città di Verona è ben rappresentata dalla Galleria dello Scudo e da Studio La Città. New entry della fiera è Tucci Russo da Torre Pellice mentre chiudono il conto Galleria Massimo Minini da Brescia e l’immancabile galleria Continua di San Gimignano. Le gallerie saranno accolte dal consueto spazio della Messe ora parzialmente rinnovato ed in attesa di un sostanziale ritocco che interesserà l’intera manifestazione fieristica.
I lavori, affidati al premiato studio di artchistars locali Herzog e de Meuron, saranno ultimati nel 2013 ed alla loro fine l’edificio sarà notevolmente ampliato. Momento attesissimo da tutti è Art Unlimited, lo spazio che Basilea dedica alle installazioni di carattere museale ma gli occhi saranno puntati anche su Art Statements, settore della fiera dedicato alle gallerie emergenti di tutto il mondo le quali esporranno il meglio della giovane arte. Insomma rimanete sintonizzati e vi terremo informati sull’andamento della fiera.