RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
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martedì 29 settembre 2015

Paul Klee Mondi animati al MAN


 
Paul Klee

Mondi animati

al MAN Museo d’Arte Provincia di Nuoro

30.10.2015 - 14.02.2016

A cura di Pietro Bellasi e Guido Magnaguagno
Coordinamento scientifico: Raffaella Resch

Dopo la mostra dedicata al rapporto tra l’opera di Alberto Giacometti e la statuaria arcaica, il MAN_Museo d’Arte della Provincia di Nuoro prosegue la propria programmazione rivolta ad analizzare aspetti poco indagati della produzione dei più importanti artisti del XX secolo con una mostra dedicata a Paul Klee (1879-1940). La mostra conta circa 50 opere, tra dipinti, acquerelli e disegni provenienti da collezioni pubbliche (Museo della Città Locarno, Museo di Ascona - Fondazione Richard und Uli Seewald, Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, GAM Galleria d’Arte Moderna e contemporanea di Torino, MART, Pinacoteca Nazionale di bologna, Museo del Territorio Biellese) e private, sia svizzere sia italiane.

Inedito in Sardegna, Klee è uno degli autori più complessi e originali del secolo scorso. Con questa rassegna, realizzata dal Museo MAN con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, della Provincia di Nuoro e della Fondazione Banco di Sardegna, curata da Pietro Bellasi e Guido Magnaguagno, con il coordinamento scientifico di Raffaella Resch, si intende esplorare un elemento fondamentale nell’opera dell’artista, ovvero la percezione della presenza di un principio vitale, generativo, insito nella materia delle cose.

“L’iniziale disorientamento di fronte alla natura si spiega con ciò, che si comincia con lo scorgerne soltanto le ultime ramificazioni, senza risalire alla radice. Una volta però che uno se ne sia reso conto, può riconoscere anche nella più lontana fogliolina la manifestazione dell’unica legge che regola il tutto e trarne vantaggio” (Paul Klee, Diari, n. 536).

In senso specifico Klee non ha mai parlato di “animismo”, tuttavia la sua opera appare permeata di uno spirito animato avvertito in tutta la realtà materiale ed evocato dall’azione creativa dell’artista. “Creatura superiore” (Diari, n. 660), l’artista, attraverso il proprio sguardo vivificatore, porta alla luce l’elemento generatore presente nei diversi mondi che popolano il cosmo, nascosto sotto la superficie delle cose. Che siano uomini, bambini, animali, oggetti, paesaggi o architetture, i mondi di Klee obbediscono tutti alla medesima legge della natura, che l’artista indaga e imita.

Un unico principio vitale governa l’intero ordine naturale, dalle cose grandi a quelle infinitesimamente piccole. Questo principio sembra palesarsi in molte opere dell’artista, in particolare nei disegni e negli acquarelli degli anni Venti e Trenta. Opere come Feigenbaum (Fico), del 1929, o Im Park (Nel parco), del 1940, presenti in questa mostra, o ancora l’importante dipinto Wohin? (Dove?) del 1920, proveniente dalle collezioni della Città di Locarno, esposto nel 1937 all’interno della mostra “Arte degenerata”, organizzata dal regime nazionalsocialista tedesco.

La rappresentazione del mondo animale offre una serie di parabole, di favole morali, dove l’animale è innalzato al ruolo di essere umano, nei suoi vizi e nelle sue virtù. Ecco che nel disegno Tierfreundschaft (Amicizia tra animali) del 1923, ad esempio, un cane e un gatto si accompagnano bonariamente in una tranquilla passeggiata, incarnando il senso di amicizia che può nascere tra due esseri umani.

Lo studio delle opere architettoniche rivela l’interesse di Klee verso la percezione della forma e la comprensione dell’elemento organico, vivo, dentro di essa, evidente in alcuni acquarelli come Americanisch - Japanisch (Americano - giapponese), realizzato nel 1918, dove a svettanti palazzi stilizzati è affiancata l’icona dell’occhio. “Una volta che si è compreso l’elemento numerico del concetto di organismo”, scrive Klee, “lo studio della natura procede più spedito e con maggiore esattezza” (Diari 536).

Ma il principio generativo insito in tutte le cose è ravvisabile soprattutto in quelle opere che, in maniera dichiarata, evocano o imitano il mondo dell’infanzia, come in Hier der bestellte Wagen! - Ecco la carretta richiesta, del 1935, ma anche nel finissimo dipinto Getrübtes – Turbato, del 1934, proveniente dalle collezioni della GAM di Torino, o ancora in quei lavori dove le figure sono rappresentate con tratti semplici, stilizzati, alla maniera dei bambini, come nel dipinto Gebärde eines Antlitzes (Espressioni di un volto), del 1939, proveniente dalla collezione del Museo del Territorio Biellese.

Forme di vita organiche e spiriti della materia animano i diversi soggetti presenti nelle opere di Klee. Un’immagine che sembra trovare una sintesi formale in un’opera come Figurale Blätter (Foglie figurate), un lavoro del 1938 dove alcune figure antropomorfe, come piccoli feti, vivono rannicchiate all’interno di foglie–incubatrici.

Artista immerso nello spirito del suo tempo, dove si avvicendano eclatanti scoperte scientifiche, Klee recepisce gli sconvolgimenti provocati dalle teorie della relatività e della fisica quantistica, così come le evoluzione degli studi psicoanalitici, rielaborandoli in maniera indipendente all’interno di una visione magico-fenomenica dell’universo.

***

L’esposizione sarà accompagnata da un catalogo pubblicato da Magonza Editore con saggi di Pietro Bellasi, Guido Magnaguagno e Raffaella Resch, oltre alla riproduzione completa delle opere in mostra e un apparato bio-bibliografico.

Pietro Bellasi è uno studioso di antropologia dell'arte, ha insegnato all'Università di Bologna e alla Sorbona, è curatore di diverse mostre e cataloghi, tra le quali "Giacometti e l'arcaico", Nuoro 2014; "Corpo, automi e robot", Lugano 2010, "I Giacometti. La valle e il mondo", Milano e Mannheim, 2000-2001; "Un diavolo per capello", Bologna 2005; Tinguely e Munari, La Spezia, 1994

Guido Magnaguagno, storico dell'arte svizzero; è stato vicedirettore del Kunsthaus di Zurigo e per lunghi anni direttore del Museo Tinguely di Basilea. Ha curato numerose mostre di arte contemporanea ed è studioso di storia dell’arte di elvetica.

Raffaella Resch ha organizzato e coordinato numerose mostre e cataloghi presso la Fondazione Antonio Mazzotta. Attualmente collabora con diverse istituzioni e artisti come free lance.



Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049.663499 gestione2@studioesseci.net, referente Simone Raddi


MAN_Museo d’Arte Provincia di Nuoro
Via Sebastiano Satta 27 - 8100 Nuoro


Telefono: +39.0784.252110
Fax : 0784.36243
E-mail: info@museoman.it

domenica 9 gennaio 2011

Giovanni Segantini al Fondazione BEYELER di Basilea


L'attività della Fondazione Bayeler di Basilea si contraddistingue per avere attenzione solo all'eccellenza. Lo si deduce dalla qualità della collezione permanente o delle mostre allestite in precedenza. Ora, è il momento di Giovanni Segantini. Da non perdere!!!






SEGANTINI

16 gennaio – 25 aprile 2010


Giovanni Segantini (1858–1899) è celebre per i dipinti dei paesaggi alpini e della vita agreste, in cui uomini e animali vivono a stretto contatto con la natura. Nato ad Arco sul Lago di Garda, apolide per tutta la vita, fu mosso dall’incessante desiderio di spingersi sempre più in alto, verso le cime. La sua vita fuori del comune lo condusse prima a Milano e in Brianza, quindi a Savognin in Engandina e infine a Maloja. Tutta la sua opera artistica è permeata dall’amore per la natura e la montagna: “L’arte è amore rivestito di bellezza”, era il suo motto.
La mostra della Fondation Beyeler mette in luce il ruolo pionieristico dell’artista in seno al modernismo. Accanto ai quadri di Van Gogh, Cézannes e Monet della Collezione Beyeler, l’opera di Segantini può essere osservata con uno sguardo più sensibile alle innovazioni del XXI secolo e alla luce delle esperienze visive dell’arte moderna; ciò consentirà altresì di dare nuova collocazione all’opera di Segantini nel contesto dell’arte fin de siècle
Celebrato in vita come un principe della pittura, fu apprezzato da tutti i movimenti secessionisti, che esposero le sue opere a Vienna, Monaco e Berlino; fu presentato nell’Esposizione Mondiale di Parigi (1889) e nella prima edizione della Biennale di Venezia (1895). Dopo la retrospettiva organizzata dal Kunsthaus di Zurigo (1990) e la presentazione tenutasi a St. Gallen in occasione del 100esimo anniversario della sua morte, è il momento di riconsiderare l’opera del pittore delle montagne e di aggiornare la valutazione del suo prezioso contributo allo sviluppo dell’arte moderna.

La mostra raccoglie circa 45 dipinti e 30 disegni risalenti a tutte le fasi di attività dell’artista; tra questi vi sono diversi lavori raramente o addirittura mai esposti al pubblico. Essa rende conto di tutti i temi, i generi e le tecniche con cui Segantini si è confrontato, includendo i suoi magistrali disegni, i dipinti panoramici di grande dimensione e una serie di espressivi autoritratti. 

Gli spazi aperti e inondati di luce del museo progettato da Renzo Piano, da cui si gode un’ampia prospettiva sul paesaggio esterno, appaiono particolarmente adeguati ad accogliere la venerazione di Segantini per la natura e rispondono da diversi punti di vista alla contemporanea ricerca di una pura “spazialità naturale”.

Ave Maria a trasbordo, 1886
La mostra prende avvio dai due gruppi di opere risalenti alla giovinezza dell’artista, vale a dire i paesaggi urbani e i ritratti che Segantini eseguì durante gli studi all’Accademia d’arte di Brera. Dal 1881 al 1886, l’artista e la sua compagna Bice Bugatti, sorella del collega di studi e designer di mobili Carlo Bugatti, vissero in Brianza, la regione dei laghi dell’Italia settentrionale. Qui, in un realismo ispirato alla lezione di Jean-François Millet, Segantini realizzò i suoi primi capolavori, come il celebre Ave Maria a trasbordo (1886), in cui sentimento religioso e vita campestre si fondono in una armoniosa unità.

Mezzogiorno sulle Alpi, 1891
Una fase successiva vede la coppia e i quattro figli lasciare la pianura brianzola per l’alta montagna; la famiglia si trasferisce a Savognin (1886-1894), dove Segantini approfondisce ulteriormente il confronto con la cultura contadina. Qui l’artista dipinge i primi quadri di grande formato dedicati alle Alpi svizzere e realizzati con la tecnica divisionista. La mostra dà voce a questo importante momento di svolta, insieme geografico e artistico, attraverso diverse opere, tra cui i dipinti Ritorno dal bosco (1890) e Mezzogiorno sulle Alpi (1891). A Savognin, Segantini si allontana dallo stile dei primi lavori, caratterizzati da tonalità tendenzialmente scure, e tramite la scomposizione dei colori in filamenti di puri colori complementari, per lo più disposti orizzontalmente, giunge alla creazione di effetti luminosi di straordinaria intensità.

Primavera sulle Alpi, 1897
Nel 1894 si trasferisce con la famiglia a Maloja in Engandina, a un’altitudine ancora maggiore. Affascinato dalla luce intensa dell’alta montagna e dalla bellezza straordinaria del paesaggio, elabora nell’ultima fase della sua opera un nuovo linguaggio espressivo per dar voce all’essenza di ciò che lo circonda e ad un sentimento di rispetto reverenziale per la natura e la creazione. Tra i principali dipinti di questa fase vi è Primavera sulle Alpi (Raffigurazione della Primavera, 1897). Mentre dipinge all’aperto le sue enormi tele (fino a 255 x 403 cm) viene spesso accompagnato dall’amico e allievo Giovanni Giacometti, di dieci anni più giovane.

Il momento culminante della parabola artistica di Segantini è il celebre Trittico delle Alpi (1896–1899), nelle cui opere – dai programmatici titoli Vita, Natura, Morte – l’esistenza di uomini e animali appare armoniosamente compresa nel ciclo della natura. In mostra saranno esposte delle spettacolari versioni grafiche del Trittico. Verso la fine della sua vita, Segantini divenne famoso nel mondo anche per il suoi dipinti simbolisti, tra La Vanità (1897).

Paesaggio alpino, 1898/99
Di pari passo con una percezione del paesaggio montano inteso come paradiso in terra, la pittura di Segantini si fa astratta e carica di luce, come dimostra efficacemente il dipinto Paesaggio alpino (1898/99), esposto in mostra. Nel 1899, a 41 anni e all’apice del suo successo, Segantini muore mentre dipinge il Trittico delle Alpi sull’innevato monte Schafberg, a 2731 m di altezza, sopra il paese di Pontresina in Engandina. Le sue ultime parole sono “Voglio vedere le mie montagne!”.

Prestiti d’eccezione provengono dalla Otto Fischbacher-Stiftung, dal Segantini Museum di St. Moritz, dalla svizzera Gottfried Keller-Stiftung, dal Kunsthaus di Zurigo, dal Museo d’arte dei Grigioni così come da altri musei di Milano e degli Stati Uniti e da numerose collezioni private.

La mostra è a cura di Diana Segantini, pronipote dell’artista, di Guido Magnaguagno e Ulf Küster.

Contatti/Ufficio stampa
Catherine Schott, tel. + 41 (0)61 645 97 21, fax + 41 (0)61 645 97 39, presse@fondationbeyeler.ch
www.fondationbeyeler.ch. Per l‘Italia: Francesco Gattuso +39 335 678 69 74, gatmata@libero.it, Immagini stampa da scaricare su : http://pressimages.fondationbeyeler.ch
Orari di apertura della Fondation Beyeler: tutti i giorni ore 10 –18, mercoledì ore 10 - 20 


Autoritratto, 1893
Giovanni Segantini (1858-1899)
L'artista nacque nel 1858 ad Arco (Trento), un paesino sulla sponda settentrionale del Lago di Garda. Frequentò l'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, in seguito visse in Brianza e nel 1886 si trasferì in Svizzera. Dapprima si stabilì con la famiglia a Savognino. Dal 1894 visse a Maloja ed a Soglio. Nel 1899 Giovanni Segantini fu colpito da peritonite acuta e morì all'età di 41 anni sullo Schafberg, il monte che sovrasta Pontresina, dove si era recato per ultimare il dipinto La natura, parte centrale del Trittico ispirato alle Alpi.

Già in vita Segantini venne celebrato in mezza Europa non solo come artista innovatore e profeta, ma anche come grande rappresentante del Simbolismo. Le prime opere di Segantini eseguite a Milano ed in Brianza sono ancora completamente collegate alla pittura tradizionale lombarda. Trasferitosi nelle Alpi svizzere con l'atmosfera trasparente, l'artista riuscì a sviluppare una tecnica di trasposizione impregnata di luce che si delineò con lo sviluppo della tecnica pittorica divisionista e, pari passo, con il sempre più accentuato orientamento verso il Simbolismo.

Con il Trittico ispirato alle Alpi - La vita - La natura - La morte - Giovanni Segantini alla fine del XIX secolo realizzò uno degli ultimi cicli di contenuto programmaticamente simbolico dell'epoca. Infatti fu progettato come ciclo monumentale per l'Esposizione universale di Parigi del 1900, nel quale l'artista trateggiò l'immagine dell'esistenza umana in armonia con la natura. I paesaggi e le persone semplici sono inseriti nel ciclo eterno delle stagioni.

Assieme a Ferdinand Hodler Giovanni Segantini impersonò il mondo delle Alpi svizzere. La sua fama internazionale, di cui godette già in vita, come anche il valore storico-artistico delle sue opere, sono fondati sulla singolare trasposizione sulla tela della natura osservata molto analiticamente e, al contempo, sull'attribuzione di un contenuto profondamente simbolico. Il pittore riuscì a raffigurare il paesaggio alpino senza far ricorso ad un illusionismo troppo accentuato, trasponendolo minuziosamente in immagini allegoriche di straordinaria luminosità. Per le sue visioni alpine Giovanni Segantini è noto come uno dei maggiori rappresentanti del Simbolismo europeo di fine secolo, mentre il Divisionismo italiano, di cui è uno tra i principali esponenti, gli attribuisce il merito di grande innovatore della tecnica pittorica. La tecnica del Divisionismo - l'accostamento di sottili pennellate di colore puro - è il suo contributo decisivo all'avanguardia dell'epoca. In ciò sta anche il segreto della luminosità dei suoi dipinti.