RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
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mercoledì 27 maggio 2015

Marlene Dumas alla Fondation Beyeler




Die Fondation Beyeler im Herbst 2010, Foto: Mark Niedermann




Marlene Dumas
31 maggio 2015 – 6 settembre 2015

La Fondation Beyeler dedica all'opera di Marlene Dumas, artista di ampio respiro, un'esposizione incentrata sul suo rapportarsi alla figura umana. Si tratta della retrospettiva più completa sul lavoro dell'artista residente ad Amsterdam mai allestita fino a ora in Europa.

La mostra offre una panoramica unica sulla sua notevole produzione dalla metà degli anni 1970 fino a oggi. Parallelamente ai dipinti e ai disegni più importanti, di carattere iconico, si potranno ammirare dei collage sperimentali del primo periodo come pure alcuni quadri recentissimi.

Un'inusuale combinazione di immediatezza e intimità caratterizza il lavoro di Marlene Dumas. Senza ritrosia, a volte con sfida, altre con spirito, Dumas incontra i personaggi dei suoi quadri. Dumas concede autonomia al colore, senza tuttavia perdere di vista l'immagine della figura umana. Le sue opere dimostrano chiaramente che la pittura è ancora oggi capace di raggiungere esiti altissimi. Marlene Dumas è tra le artiste più interessanti e influenti della scena contemporanea. Nei suoi ritratti singoli e di gruppo domina una tavolozza molto varia, ricca di toni e contrasti. Colori carichi di espressività si alternano a sfumature quasi trasparenti che paiono illuminare la tela dall'interno. Dumas crea volti marcati e corpi violati ma anche creature fragilissime, apparentemente prive di vita. L'artista ci mette sotto gli occhi come la bellezza in pittura possa abbracciare anche scene spaventose. I nuovi lavori, mai esposti prima d'ora, si focalizzano in misura crescente sulla relazione tra figura e spazio.
Per i dipinti e gli acquerelli Dumas attinge a un suo proprio archivio iconografico avviato in giovane età.
Spesso fa riferimento a crisi attuali o eventi della società civile. L'archivio comprende anche foto private di famiglia, fonti di carattere storico-artistico e immagini pubblicate dalla stampa. A partire da fotografie documentarie tratte da giornali e riviste Dumas trasforma lo scatto in un dipinto inquietante, avvincente e toccante: ciò che la fotografia congela nel tempo viene risvegliato a nuova vita nella pittura di Dumas. I suoi quadri emanano una forza di fascinazione e seduzione che cattura l'osservatore.

La rassegna presso la Fondation Beyeler è stata progettata in stretta collaborazione con l'artista, di cui ripropone il percorso artistico secondo un ordine approssimativamente cronologico. L'inizio della mostra costituisce però un'eccezione e segue un ritmo tutto suo. La prima sala raccoglie opere chiave quali The Painter (1994), The Sleep of Reason (2009) e The Artist and His Model (2013). In tal modo è la pittrice stessa a guidare i visitatori attraverso l'esposizione, che trova il suo culmine nel fascino sempre ancora esercitato dalla riproduzione pittorica della figura umana.

Marlene Dumas nasce nel 1953 nelle vicinanze di Città del Capo (SA) dove cresce. Dal 1976 vive e lavora in Olanda. I suoi lavori si trovano in musei e in collezioni sia pubbliche sia private di tutto il mondo. Tra le mostre più significative degli ultimi anni si annoverano le presentazioni al Haus der Kunst di Monaco d. B. (2010/2011), al Museum of Contemporary Art, Los Angeles e al Museum of Modern Art, New York (2008) e al Marugame Genichiro-Inokuma Museum of Contemporary Art, Marugame, Giappone (2007). Dumas ha partecipato alla DOCUMENTA IX del 1992 e alla Biennale di Venezia del 1995. Nel 2012 è stata insignita del rinomato premio Johannes Vermeer. Theodora Vischer, Senior Curator della Fondation Beyeler, cura la mostra alla Fondation Beyeler prodotta insieme allo Stedelijk Museum di Amsterdam e la Tate Modern di Londra; i punti focali delle singole sedi espositivi sono però diversi. È già disponibile un catalogo bilingue tedesco/inglese.

Immagini per la stampa: ottenibili all'indirizzo http://pressimages.fondationbeyeler.ch

lunedì 2 febbraio 2015

Paul Gauguin alla Fondation Beyeler



PAUL GAUGUIN
alla Fondation Beyeler
7 feb 2015 - 28 giu 2015

Con Paul Gauguin (1848–1903) la Fondation Beyeler celebra uno degli artisti più importanti e carismatici in assoluto.

Evento culturale fra i maggiori del 2015 a livello europeo, l'esposizione alla Fondation Beyeler riunisce circa cinquanta capolavori di Gauguin provenienti dai più rinomati musei internazionali e dalle maggiori collezioni private.

Si tratta della rassegna più prestigiosa sul sublime e pionieristico artista francese che sia stata realizzata negli ultimi sessant'anni in Svizzera; nei paesi limitrofi la più recente grande mostra risale a oltre un decennio fa. Avendo richiesto sei anni e passa di preparazione, è il progetto espositivo finora più oneroso nella storia della Fondation Beyeler. Ci si aspetta quindi un record di visitatori al museo. La prevendita è in corso sul sito: www.fondationbeyeler.ch cliccando su “Tickets”.

Nelle sale si possono ammirare sia i molteplici autoritratti di Gauguin sia le sue composizioni visionarie e spirituali del periodo bretone. Il fulcro della mostra è rappresentato dai quadri celeberrimi realizzati dall'artista a Tahiti. In queste tele Gauguin solennizza la sua visione di un mondo esotico intatto, fondendo natura e cultura, mistica ed erotismo, sogno e realtà in un'armonia perfetta.

Accanto ai dipinti la mostra allinea anche una selezione di enigmatiche sculture di Gauguin, che fanno rinascere l'arte dell'Oceania, già allora quasi del tutto scomparsa.

Non esiste al mondo un museo d'arte intitolato a Gauguin, motivo per cui gli eccezionali prestiti giungono da tredici nazioni: Svizzera, Germania, Francia, Spagna, Belgio, Gran Bretagna con Inghilterra e Scozia, Danimarca, Ungheria, Norvegia, Repubblica Ceca, Russia, USA e Canada.

Le opere convocate a Basilea vengono dalle più importanti collezioni di Gauguin del mondo, tra cui spiccano istituzioni come il Musée d'Orsay, Parigi; l'Art Institute of Chicago; i Musées Royaux des Beaux Arts de Belgique, Bruxelles; la National Gallery of Scotland, Edimburgo; il Museum Folkwang, Essen; la Gemäldegalerie Neuer Meister der Staatlichen Kunstsammlungen, Dresda; il Wallraf-Richartz-Museum, Colonia; la Tate londinese; il Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid; il Museum of Modern Art, New York; la Galleria nazionale di Praga e altre. In particolare la Fondation Beyeler è riuscita a farsi concedere per la mostra un gruppo di opere di Gauguin dalle leggendarie collezioni russe dell'Ermitage di San Pietroburgo e dal Museo Pushkin di Mosca.

“Non solo come artista, ma anche come uomo, Paul Gauguin fu una personalità affascinante. Siamo felici di essere riusciti a riunire a Basilea i suoi capolavori che arriveranno da tutto il mondo. Persino per la Fondation Beyeler, riconosciuta internazionalmente per la qualità delle sue mostre, si tratta di una vera e propria sensazione“ sottolinea Sam Keller, il direttore del museo.

Le straordinarie creazioni di Gauguin raccontano della ricerca di un paradiso perduto, testimoniano della vita dell'artista, trascorsa tra mondi e culture e animata da passione e spirito d'avventura, come in un film.

Nessun artista più di Paul Gauguin ha affrontato un cammino lungo e avventuroso per trovare sé stesso e un'arte profondamente nuova. Dopo l'infanzia trascorsa in Perù, il suo essere marittimo giramondo su un mercantile, agente di borsa e bohémien nella Parigi fin de siècle, amico e sostenitore degli impressionisti, membro della comunità artistica di Pont-Aven in Bretagna, coinquilino di Van Gogh ad Arles, sempre tormentato dal desiderio bruciante per un'isola dei beati che spera di trovare a Tahiti e come eremita nelle isole Marchesi, fa di lui il primo nomade moderno ed emarginato volontario in rivolta contro la società che l'arte conosca. A Gauguin si deve la scoperta di un'inedita forma di sensualità, esotismo, primitivismo e libertà per l'arte moderna. Molti dei suoi capolavori più belli provenienti da tutto il mondo saranno presto esibiti a Basilea.

Guy Morin, il presidente del Consiglio di Stato di Basilea Città dice: “Paul Gauguin è uno dei grandi, grandi artisti! La presentazione dei suoi leggendari capolavori prossimamente alla Fondation Beyeler costituisce un evento di rilievo per i cittadini di Basilea e per tutta la regione. Una mostra di codesta importanza e di una tale eccezionale qualità testimonia ugualmente della eccellente reputazione di Basilea, villa votata all'arte. La sua fama di polo dell'arte è sostenuta da lungo tempo dalla passione e dall'entusiasmo per l'arte della sua gente. Il notevole programma di mostre alla Fondation Beyeler contribuisce da molti anni a mantenere questa tradizione ad un livello internazionale. Sono particolarmente felice di potere ammirare da vicino le meravigliose tele che Paul Gauguin ha realizzato in Bretagna e a Tahiti e sono convinto che questa esperienza artistica resterà per molti un evento indimenticabile”.

Anche Daniel Egloff, direttore di Basilea Turismo, ha dichiarato: “Siamo molto lieti di questa mostra evento alla Fondation Beyeler, in quanto una simile rassegna di grande richiamo favorisce la reputazione di Basilea come capitale culturale della Svizzera. Inoltre, siamo convinti che questa esposizione attirerà numerosi turisti”.

L'esposizione, di grande spessore emotivo, viene completata da un'ampia offerta di mediazione e didattica d'arte: per la prima volta la mostra comprende uno spazio multimediale pensato per tematizzare la biografia dell'artista e le sue opere principali. In aggiunta al catalogo scientifico esce una pubblicazione d'accompagnamento destinata al largo pubblico.

Per far fronte alla grande affluenza di visitatori, la Fondation Beyeler ha messo a punto un servizio ottimizzato al ristorante, al guardaroba, alla cassa e ai servizi igienici. Nel “Gauguin shop” appositamente allestito si possono trovare articoli nuovi e interessanti sulla vita e l'opera dell'artista.


La Fondation Beyeler desidera ringraziare Novartis per il generoso contributo alla mostra.



Immagini per la stampa: ottenibili all'indirizzo http://pressimages.fondationbeyeler.ch

Ulteriori informazioni:
Elena DelCarlo, M.A.
Head of PR / Media Relations
Telefono + 41 (0)61 645 97 21, presse@fondationbeyeler.ch, www.fondationbeyeler.ch
Fondation Beyeler, Beyeler Museum AG, Baselstrasse 77, CH-4125 Riehen (Svizzera)

Per l‘Italia: Francesco Gattuso +39 335 678 69 74, gatmata@libero.it

Orari di apertura della Fondation Beyeler: tutti i giorni 10.00–18.00, mercoledì fino alle 20.00

domenica 7 settembre 2014

"Marlene Dumas – The Image as Burden"

Una grande anteprima... 
una grande mostra itinerante di una delle artiste figurative più efficaci 
della storia dell'arte contemporanea: Marlene Dumas



"Marlene Dumas – The Image as Burden"
la retrospettiva più completa delle sue opere finora esposta in Europa, con lavori a partire dai tardi anni Settanta ad oggi.
Stedelijk Museum -
Amsterdam  6 settembre 2014 - 4 gennaio 2015
Tate Modern di Londra 4 febbraio 2015 – 10 maggio 2015 
Fondation Beyeler di Riehen, Basilea 30 maggio 2015 – 13 settembre 2015

lunedì 24 marzo 2014

Gerhard Richter alla Beyeler



Fondation Beyeler, ospita l'artista tedesco Richter dal 18 maggio al 7 settembre 2014 

La Fondation Beyeler dedica una mostra senza precedenti a uno dei maggiori artisti del nostro tempo: il tedesco Gerhard Richter, autore di un corpus artistico vasto ed eterogeneo - L'esposizione sarà aperta dal prossimo 18 maggio fino al 7 settembre.


Gerhard Richter (*1932, vive e lavora a Colonia) è considerato uno dei maggiori artisti del nostro tempo. Nei sessant’anni della sua attività artistica ha prodotto un corpus di lavori assai eterogeneo per temi e stili. La Fondation Beyeler gli dedica una grande mostra senza precedenti in Svizzera. Per la prima volta i riflettori sono puntati sulle sue serie, i cicli e gli spazi, e quindi su un aspetto finora ancora poco indagato della sua opera.
Dagli anni 1960 Richter si è sempre confrontato con le serie oltre che con l’opera singola, come testimoniano i suoi precoci dipinti sia fotorealistici sia astratti, i lavori con specchi e vetro o i recenti cicli di stampe digitali del 2013. Nel contempo Richter ha guardato fin dall’inizio anche alla presentazione della propria arte in connessione con l’architettura, realizzando più volte opere destinate a un determinato luogo. Nel corso dei decenni sono nati così numerosi cicli e spazi che in vario modo suscitano riflessioni sul mutuo rapporto fra immagine singola, insieme di opere e spazio espositivo.

Nel lavoro di Richter le serie partono da spunti e interrogativi diversi: vi sono gruppi di opere legate tra loro dall’affinità contenutistica del soggetto, come esemplificato da Acht Lernschwestern (Otto infermiere tirocinanti) del 1966 fino a18. Oktober 1977 (18 ottobre 1977) del 1988; in altri casi l’artista ha affrontato il tema secondo diverse varianti, cosicché è il nesso tra motivo e variazione a essere decisivo, come posto in luce da Verkündigung nach Tizian(Annunciazione secondo Tiziano) del 1973 fino a S. mit Kind (S. con bambino) del 1995. Quanto agli insiemi di dipinti astratti, essi creano uno spazio immaginativo allargato in cui il singolo quadro e l’impressione generale rimandano costantemente l’uno all’altra, per esempio in Wald (Foresta) del 2005 o in Cage del 2006. Questi e altri aspetti del lavoro di Gerhard Richter sulle serie e gli spazi sono documentati per la prima volta nella densissima mostra alla Fondation Beyele
Gli inizi dell’interesse di Richter per l’interazione di pittura e spazio risalgono agli anni 1950, quando egli attese allo studio della pittura parietale presso l’Accademia d’arte di Dresda. Dagli elaborati di quel tempo si evince quanta attenzione già allora rivolgesse al contesto architettonico. Ma la ricerca assidua su spazi e forme di presentazione dell’arte diviene evidente soprattutto nei numerosi schizzi dell’Atlas eseguiti a partire dagli anni 1960, in cui sono progettati spazi espositivi sia utopici sia reali che esplorano in maniera fondamentale e varia il rapporto che unisce immagine e architettura, dove peraltro i confini fra arte e spazio si fanno sfumati. In un’intervista Richter ha sottolineato il suo alto interesse per lo spazio: “Ho un mio sogno – che i quadri si tramutino in ambiente e diventino essi stessi architettura.”
Accanto all’inclinazione per l’architettura gioca un ruolo fin dalle opere giovanili anche il lavoro su dipinti composti di più parti. Quale esempio precoce la mostra propone Acht Lernschwestern (Otto infermiere tirocinanti), 1966, sequenza degli otto ritratti delle giovani donne assassinate che la stampa aveva pubblicato all’epoca dei fatti
Negli anni 1970 a tali gruppi di opere contenutisticamente affini si era aggiunto un altro genere di cicli, miranti a sondare la relazione tra tema e variazione. Nei dipinti della Verkündigung nach Tizian (Annunciazione secondo Tiziano),1973, Richter si è accostato al modello del 1535 attraverso successive versioni, nel corso delle quali andava accentuandosi progressivamente l’astrazione della visione pittorica. Richter in proposito ha affermato: “Il fattore determinante era il tentativo di copiare il dipinto. Il non riuscirci mi mostrava le difficoltà che abbiamo per il fatto che tutta quella cultura si è perduta, ma è nostro compito partire da questo presupposto e farne qualcosa.” Le composizioni, oggi conservate in diverse raccolte, eccezionalmente si possono qui ammirare nel loro insieme
Un altro nucleo centrale di opere degli anni Settanta è formato da Grau (Grigio), del 1975, che Richter ha allestito come insieme nel museo Abteiberg a Mönchengladbach. Sulla nascita dei suoi quadri grigi ha detto: “È cominciata con piccoli lavori, che semplicemente ho ridipinto di grigio, e con immagini fotografiche, che ho strofinato finché non si vedeva assolutamente più nulla. Quindi ho constatato il manifestarsi di differenze qualitative, dopo di che era emozionante vedere perché uno era buono e l’altro meno buono o meno brutto e così via.” Ne è derivata una serie che anche nella negazione attraverso il colore grigio rivela qualità artistiche nella variazione.
I cicli dei dipinti astratti, di cui tra gli altri sono in mostra Bach, del 1992, Wald (Foresta), del 2005, e Cage, del 2006, già nel loro processo pittorico sono trattati diversamente rispetto ai quadri singoli. Richter ha detto al riguardo:“Nel caso dei dipinti astratti, tutti nascono in una sola volta. Non è che uno venga terminato e poi arrivi il secondo, bensì tutti i quadri sono impostati allo stesso momento. Inizialmente hanno tutti lo stesso status, ma poi apprendono gli uni dagli altri. Li posso dunque confrontare fra loro.” Dai reciproci rapporti tra le singole tele ha origine un nuovo, ampliato spazio pittorico
In questi cicli astratti anche i titoli hanno un significato importante. Per esempio Cage (2006) prende la denominazione dalla musica di John Cage che Richter ascoltava durante il lavoro sui quadri; il ciclo Wald (Foresta) del 2005 prese le mosse da fotografie di passeggiate nei boschi. Tuttavia, i dipinti non sono figurativi, bensì tematizzano in modo astratto l’impressione di potersi perdere nella foresta: “È descritta piuttosto la sensazione che si prova in un bosco sconosciuto.” Allo spazio materiale concreto si affianca lo spazio immaginario delle composizioni astratte.
Il ciclo 18. Oktober 1977 (18 ottobre 1977) eseguito nel 1988 occupa un posto particolare sia nella mostra sia nell’opera di Richter. Esso è frutto di una pluriennale riflessione sulla storia tedesca relativamente alla Rote Armee Fraktion / Frazione Armata Rossa (RAF). La sequenza comprende 15 dipinti desunti da fotografie riportate dalla stampa, dei quali alcuni – come i tre quadri Tote (Morta) – sono in sé variazioni sul tema. I dipinti non forniscono risposte alle domande sull’ideologia politica, bensì mettono in rilievo l’incertezza, i dubbi, ma anche l’insistito e condensato confronto. Lo spazio diventa ambiente storico, la cui osservazione offre lo spunto per ulteriori riflessioni sulla possibilità di rappresentare la storia in pittura.In Verkündigung nach Tizian (Annunciazione secondo Tiziano) Richter aveva affrontato il modello storico-artistico. La serie S. mit Kind (S. con bambino), realizzata nel 1995 sulla base di fotografie di famiglia, mette in gioco in un altro modo e su un piano emotivo il rapporto fra tradizione e tempo presente. Richter a questo proposito: “In fondo non si può più dipingere una maternità. Sarebbe del tutto reazionario. Sembrerebbero delle madonne. Un po’ della difficoltà si fa sentire quando si raschia ciò che si è dipinto, lo si ripassa con la spatola e lo si fa riemergere. Per questo la serie è derivata dai tentativi di farne comunque un quadro. Sono in realtà tutti dipinti danneggiati o insopportabilmente stucchevoli.” Questi approcci pittorici malgrado i dubbi sul mantenimento del soggetto sono palesati dallo spazio.
Tali dipinti formano un tutt’uno, a differenza delle serie che pur esplorando un determinato tema vanno tuttavia osservate nelle loro singole componenti, come le nature morte: “La maggior parte delle serie sono differenti anche perché rappresentano tentativi diversi. Invero questi hanno uno stesso soggetto, ma non sono mai stati pensati per essere mostrati insieme. Per esempio le immagini di candele. Ci sono però anche dipinti veramente coerenti fra loro, che trattano un tema in variazioni così diverse da essere esibiti l’uno accanto all’altro. Di conseguenza sono adatti a uno spazio”. Sono questi i gruppi di opere su cui è incentrata la mostra.
In Spiegeln (Specchi), su cui dagli anni 1990 Richter ha lavorato con crescente intensità, il rapporto con lo spazio denota una nuova qualità. Se prima si guardavano dei quadri, ora sono lo spazio espositivo stesso e i visitatori ad apparire sulle superfici di vetro specchiante. Anche l’architettura delle sale diviene parte dei quadri. I piani degli oggetti riflettenti, degli spazi e dell’immagine speculare che cambia di continuo si sovrappongono. L’esperienza dell’osservatore fa consapevolmente parte dell’opera. A formare uno spazio sono in mostra Vier graue Spiegel(Quattro specchi grigi), del 2013.
 Il carattere di oggetto rivestito da questi specchi monocromi è ancor più accentuato nei lavori sulle lastre di vetro. Nella sequenza con 12 lastre e nel castello di carte con 7 lastre, ambedue del 2013, hanno luogo molteplici trapassi, dallo sguardo attraverso le lastre e lo spazio immaginativo dei riflessi fino alla presenza tangibile delle stesse lastre di vetro quali oggetti. “Il vetro è qualcosa di molto affascinante: in quanto lastra trasparente ci separa e ci protegge dalla realtà che ci mostra come fosse un quadro. E in quanto specchio ci rivela un’immagine che non è là dove la vediamo. La lastra medesima è ciò che si va guardato soltanto se la esponiamo come oggetto. La cosa mi ha molto intrigato.”
Ai lavori più recenti in mostra appartiene anche la serie delle Strip (Strisce), sempre del 2013. Esse si basano sulla fotografia di un dipinto astratto del 1990, i cui particolari in seguito sono stati ingranditi col computer e poi riflessi più volte. La questione del potenziale artistico insito nella serialità e ripetizione assume qui una luce nuova. Complessivamente la mostra presenta dunque numerosi aspetti legati al significato di serie, ciclo e spazio nell’opera di Richter, estendendosi dagli ambienti tematici a quelli che illustrano il processo lavorativo, dagli spazi immaginativi ampliati ai rapporti reciproci diretti tra spazio immaginativo e spazio espositivo nelle sale dei vetri e specchi. L’osservatore non solo si muove da un’opera all’altra, ma anche da una sala all’altra, in cui di volta in volta viene a trovarsi nel mezzo di un insieme. In ciascuna di queste aree si creano nuovi riferimenti tra le opere di Richter e il contesto del luogo.Le serie in mostra sono ripetutamente contrappuntate da opere singole dell’artista; tra queste figurano dipinti che hanno raggiunto lo status di icona, come Betty, del 1988, o Lesende (Lettrice), del 1994. Esse rompono la successione degli spazi e invitano ad addentrarsi oltre nella riflessione sul rapporto tra opera singola e gruppo di opere nella produzione di Richter.Gerhard Richter è nato a Dresda nel 1932. Dapprima studiò all’Accademia d’arte della sua città natale. Nel 1961 fuggì nella Repubblica Federale e proseguì gli studi all’Accademia di Düsseldorf, presso la quale dal 1971 al 1994 ricoprì la carica di professore titolare. Nel 1972 espose nel padiglione tedesco alla Biennale di Venezia come pure alla Documenta di Kassel, dove era rappresentato anche nel 1977, 1982, 1992 e 1997. Nel 2002 il Museum of Modern Art di New York lo ha celebrato con un ampio evento espositivo. Da ultimo nel 2011/12 la retropspettivaPanorama ha fatto tappa alla Tate Modern di Londra, alla Neue Nationalgalerie di Berlino e al Centre Georges Pompidou di Parigi.La rassegna è concepita in stretta collaborazione con l’artista e l’archivio Gerhard Richte 
Curatore ospite della mostra è Hans Ulrich Obrist, condirettore della Serpentine Gallery londinese. Obrist è amico di lunga data di Gerhard Richter nonché straordinario conoscitore della sua opera. Da oltre vent’anni realizza progetti in comune con l’artista. Inoltre è autore di numerose pubblicazioni sul pittore tedesco. Per lo svizzero Hans Ulrich Obrist questa è la prima grande mostra curata in patria.

La mostra si realizza con il sostegno di Sam Keller, direttore della Fondation Beyeler, e di Michiko Kono, Associate Curator presso la Fondation Beyeler.

La mostra è corredata di un catalogo in lingua tedesca ed in lingua inglese, con testi di Georges-Didi Huberman, Dietmar Elger, Michiko Kono e Dieter Schwarz e di un’intervista a Gerhard Richter di Hans Ulrich Obrist. Un particolare ringraziamento va a Dieter Schwarz per la sua partecipazione al dialogo riguardante la concezione della mostra ed a Dietmar Elger per il sostegno all’allestimento della mostra.

Fondation Beyeler, Beyeler Museum AG, Baselstrasse 77, CH-4125 Riehen (Svizzera)
Orari di apertura della Fondation Beyeler: tutti i giorni 10.00–18.00, mercoledì fino alle 20.00

fonte:

domenica 26 maggio 2013

Ernst alla Beyeler



Max Ernst
Fondazione Beyeler
Basilea
26 maggio - 8 settembre 2013


La Fondation Beyeler, in coproduzione con l’Albertina di Vienna, presenta oltre 160 opere di quell’artista epocale che fu Max Ernst (1891–1976), dedicandogli la prima ampia retrospettiva realizzata in Svizzera dalla sua morte e rispettivamente in area germanofona dal 1999.

Sebbene le mostre a Vienna e a Basilea gettino entrambe uno sguardo contemporaneo sulla produzione ernstiana e mettano in campo un analogo numero consistente di capolavori, esse si differenziano tuttavia per il loro impatto visivo, per il loro allestimento e non da ultimo per il fatto che 21 opere sono esposte solo alla Fondation Beyeler. Delle quali molte, come p.es. L’angelo del focoloare (Il trionfo del surrealismo), La vestizione della sposa, La Vergine sculaccia il bambino Gesù (…), Oedipus Rex e altre sono fra le più celebri dell’artista.


Ernst Beyeler era affascinato da Max Ernst, tanto che già nel 1953 l’artista eseguì per il mercante d’arte basilese la cartella litografica intitolata Das Schnabelpaar. La Collezione Beyeler conta sette opere di Max Ernst: quattro dipinti e tre sculture. In ordine cronologico la prima è Fiori di neve, risalente agli anni 1920, e l’ultima Nascita di una galassia, del 1969.


Max Ernst appartiene al novero degli artisti più versatili della modernità. Dopo gli esordi a Colonia come dadaista ribelle, nel 1922 si trasferì a Parigi, dove in breve divenne uno dei maggiori animatori del surrealismo. Durante la seconda guerra mondiale fu internato due volte come “straniero ostile” ma poi rilasciato su intercessione dell’amico poeta Paul Éluard. Nel 1941 fuggì in esilio negli Stati Uniti. Qui trovò nuovi stimoli e allo stesso tempo diede impulsi innovativi alla giovane generazione di artisti americani. Un decennio più tardi fece ritorno in un’Europa devastata dalla guerra, che sembrava aver dimenticato il Max Ernst un tempo alla ribalta, prima di riscoprirlo come uno degli artisti più poliedrici del Novecento. Nel 1958 Ernst, che nel 1948 aveva rinunciato alla nazionalità tedesca in favore di quella statunitense, ottenne infine la cittadinanza francese.


Max Ernst è considerato un artista epocale non solo in relazione alla qualità e portata della sua opera ma anche, oggettivamente, per la sua attività produttiva lungo un arco temporale di circa sessant’anni, dal 1915 al 1975. Egli si trovò dunque a lavorare in un periodo segnato da enormi rivolgimenti artistici, sociali, politici e tecnologici, di cui seppe farsi interprete con opere di forte riflessione sul secolo breve.


Il gusto della sperimentazione nell’uso delle tecniche più disparate fece di Max Ernst un pioniere dell’espressione multimediale. In apparenza con scioltezza, egli condensò nella sua opera i temi, gli stili e le tecniche di volta in volta importanti per la relativa generazione. La sua instancabile ricerca di sempre nuovi linguaggi, interrogativi e soggetti è emblematica per l’uomo moderno. Max Ernst ci appare come l’artista che “non volle mai trovarsi”.


Viandante tra mondi e culture, Max Ernst, con i suoi esordi nel movimento dada, la sua posizione di primo piano nel gruppo surrealista e la sua gestualità anticipatrice dell’action painting, unì Parigi a Colonia e a New York e poi di nuovo alla Francia. In anni politicamente turbolenti egli conservò il suo sguardo critico e creativo, ma si rifugiò in un paese, gli Stati Uniti, che conosceva appena e che nondimeno affrontò con curiosità, riportandone vivissime suggestioni per i suoi lavori del periodo tardo. Attraverso mostre a New York, progetti in Arizona o nella Touraine, partecipazioni alla Biennale di Venezia o alla documenta di Kassel, Max Ernst già nel primo Novecento era identificabile con l’immagine del “nomade culturale e artistico”, entrata nel linguaggio comune soltanto in tempi più recenti.


Anche nella sfera privata Max Ernst evidentemente si destreggiava bene tra opposti poli, data la disinvoltura con cui passò dallo stato di profugo di guerra alla vita oltremodo mondana a fianco della sua mecenate nonché moglie per breve tempo Peggy Guggenheim, vita che in seguito di nuovo bruscamente respinse per condurre un’esistenza incantata nel deserto dell’Arizona assieme all’artista Dorothea Tanning. Dalla prima moglie e madre di suo figlio Jimmy, Luise Straus (morta ad Auschwitz), a Gala Eluard, Leonora Carrington, Peggy Guggenheim e Dorothea Tanning, Max Ernst si accompagnò sempre a figure di donna e artiste di grande spessore.


In quanto intellettuale a proprio agio nell’arte come nella letteratura, Ernst nutriva anche una spiccata curiosità per la tecnica e la scienza, soprattutto per le scienze naturali e la psicoanalisi, disciplina questa che era di primario interesse per il surrealismo.


Max Ernst sviluppò e portò avanti una formidabile e sorprendente molteplicità di tecniche, come evidenzia la panoramica seguente:


Collage

Già intorno al 1919 Max Ernst cominciò a lavorare con il collage, tecnica che gli permetteva di creare o simulare nuove realtà visive. Egli componeva i suoi collage con illustrazioni tratte da diversi romanzi, cataloghi didattici e opuscoli di moda dell’Ottocento. I frammenti di carta provengono da xilografie che ritagliava con il bisturi per ottenere bordi ben netti e senza sfrangiature.
Nel 1929/30 circa Ernst realizzò i suoi romanzi-collage più celebri, La femme 100 têtes (La donna cento teste; il titolo francese suona anche come “La femme sans tête”, la donna senza testa) e Rêve d'une petite fille qui voulut entrer au Carmel (Sogno di una ragazzina che volle entrare al Carmelo), che appartengono alle opere più affascinanti ed enigmatiche del surrealismo.

Frottage

Intorno al 1925 Max Ernst iniziò la sua serie dell’Histoire Naturelle (Storia naturale), in cui per la prima volta sperimentò la tecnica del frottage (dal francese “frotter”, strofinare) come procedimento semiautomatico. A materiali reperiti in natura, come foglie o legno, egli sovrapponeva un foglio di carta che sfregava con una matita, elaborando quindi le strutture che affioravano fino a trasformarle in immagini fantastiche. Nei suoi frottage l’artista infonde vita agli oggetti inanimati e conferisce loro un significato diverso, che talora sfugge alla logica comune.
Ernst sviluppò il frottage durante un soggiorno in Bretagna. Nel suo saggio Au-delà de la peinture egli descrive una sorta di ossessione a ricalcare per sfregamento su un foglio le scabrosità del pavimento di legno e di altri oggetti nella camera della sua pensione.

Grattage

Il grattage (dal francese “gratter”, raschiare) è una tecnica artistica che Max Ernst sviluppò intorno al 1927 per applicare il principio del frottage alla pittura. Dapprima stendeva sulla tela vari strati di colore. Sotto il supporto così preparato poneva oggetti quali reti metalliche, assi di legno o corde, il cui rilievo si delineava attraverso la tela. Per trasferire queste strutture al quadro infine raschiava gli strati di colore più superficiali. In una fase successiva i motivi emersi diventavano il punto di partenza per opere più elaborate quali foreste, fiori di conchiglie, uccelli o città pietrificate.

Decalcomania

La decalcomania è una tecnica di riproduzione per contatto, che consiste nel trasferire a pressione sulla tela il colore ancora umido applicato su lastre di vetro o su carta. Il distacco della matrice lascia sul supporto sottili trame cromatiche, bolle e marezzature, che poi l’artista elabora ulteriormente.
Di questa tecnica artistica, già conosciuta nel Settecento, si avvalsero anche altri surrealisti. Max Ernst riprese il procedimento verso la fine degli anni 1930, ricavandone rappresentazioni di misteriosi paesaggi popolati da volti, figure e animali inquietanti che si nascondono nel folto della natura.

Oscillazione

Intorno al 1942, nell’esilio americano, Max Ernst mise a punto la tecnica dell’oscillazione. Egli lasciava gocciolare il colore da un contenitore, più precisamente un barattolo forato, sospeso a una lunga cordicella che faceva oscillare con ampi movimenti sopra la tela. Questo procedimento, in larga misura incontrollabile e dunque anch’esso semiautomatico, dava vita a composizioni reticolari, a cerchi, linee e punti che richiamano le orbite planetarie.
L’oscillazione fu dunque una tecnica pittorica innovativa, che se in un primo momento ampliò il ventaglio di pratiche artistiche del surrealismo finì per anticipare il drip-painting Jackson Pollock.


La mostra presenta in ordine cronologico tutte le fasi creative e i gruppi tematici importanti. Capricorno, la

scultura più significativa, apre l'esposizione.

Max Ernst, nato il 2 aprile 1891 a Brühl (Germania), si accosta per la prima volta alla pittura tramite il padre. Riceve un'educazione borghese e conservatrice, molto severa, alla quale presto si ribella. Dal 1910 studia storia dell'arte, ma anche psicologia, lingue romanze e filosofia. Dapprima influenzato dall'espressionismo e dal futurismo, entra rapidamente in contatto con altri artisti e movimenti.


L'opera giovanile Città con animali testimonia questa singolare commistione di stili diversi ed evidenzia tratti

sia cubisti sia futuristi. L'incontro con Hans Arp (pure rappresentato nella Collezione Beyeler) avviene in un momento di grandi contraddizioni. Nasce il dada, gli anni del primo dopoguerra sono un periodo di rivolgimenti, di proteste e di sperimentazione.

Le esperienze dadaiste avvicinano Max Ernst ai surrealisti. Da artista tedesco Ernst diviene un esponente di spicco del movimento surrealista parigino. Qui i suoi quadri assumono un carattere misterioso, giacché vi confluiscono l'inconscio e il sogno che la psicoanalisi rivela e il surrealismo esplora. Max Ernst resta un innovatore, e dalla metà degli anni 1920 sperimenta il frottage. Ecco che appaiono creature ibride tra specie diverse, a manifestare l'interesse dell'artista per le scienze naturali.


Alla prima parola chiara è uno di questi quadri misteriosi, addirittura monumentale, pensato per la decorazione della casa che Max Ernst condivide con Paul Éluard e la moglie di questi, Gala (che più tardi sarà la musa di Dalí). Il dipinto parietale, nascosto sotto uno strato di pittura, verrà riportato alla luce soltanto negli anni 1960.


La Vergine sculaccia il bambino Gesù (…) è un altro dipinto spettacolare, un’opera scandalo con elementi blasfemi, che decostruisce il tradizionale motivo sacro della maternità e proclama radicalmente la liberazione di Ernst dal suo retroterra borghese e moralista.


Un'intera sala espositiva è dedicata al ciclo delle Foreste, che vede una selezione altissima di opere. Anche alle Orde dei tardi anni Venti è attribuito un ruolo importante: le figure metamorfiche esplicitano la tematica della trasformazione. Procedendo, con i Fiori e le Città (che sintetizzano la contrapposizione “natura” e “cultura”) si toccano altri importanti nuclei tematici.


La sala 11 raccoglie una nutrita serie di opere chiave, tra cui le immagini di giungla della seconda metà degli anni Trenta con al centro La natura all’aurora (Canto serale), dal tono oscuro e angosciante. Qui confluiscono diverse tradizioni, dalla lezione di Henri Rousseau su su fino al romanticismo di un Caspar David Friedrich. Ne La vestizione della sposa si coglie sia un riferimento all'arte rinascimentale sia il contesto del gioco tra figure femminili contrastanti. La mutazione della donna in animale e dell'animale in donna è un motivo erotico, sottolineato nel dipinto da molti dettagli. L’angelo del focolare (Il trionfo del surrealismo) invece prende spunto dalla guerra civile spagnola dei tardi anni Trenta, un tema con cui si sono confrontati numerosi artisti e intellettuali. Con la dimensione abissale, variopinta e simile a una maschera della figura rappresentata, che pare piombare addosso all'osservatore come un vortice inarrestabile di aggressione e scherno, Max Ernst preconizza la catastrofe politica che investirà l'Europa.


La produzione tarda evidenzia degli iati tematici: da un lato l’osservazione poetico-sensuale (resa con il procedimento della ridipintura) dell’opera raffinata e tecnicamente innovativa Il giardino di Francia; dall'altro la siderale Nascita di una galassia, nella quale aria, acqua, terra e fuoco sono assorbiti nella sfera celeste.


Spirito libero dai molti aspetti – ironico, eccentrico e ribelle –, Max Ernst ancora oggi è un artista al contempo accessibile ed enigmatico. I suoi lavori ci attraggono, evocano profondità e segreti insondabili e danno luogo a riflessioni. Come l’argento vivo che si addensa in conformazioni sempre intriganti e nuove, inafferrabile, egli rimane un maestro straordinario anche a quasi quarant'anni dalla scomparsa, esemplare nella sua autonomia artistica, il cui anelito libertario e coraggio al cambiamento nell'arte e nella vita preservano la sua opera dall’opportunismo stilistico e dal conformismo.


La retrospettiva è stata concepita dai curatori ospiti Werner Spies e Julia Drost e realizzata in collaborazione con l’Albertina di Vienna e la sua curatrice Gisela Fischer. Raphaël Bouvier ne ha curato la realizzazione presso la Fondation Beyeler.


Fondation Beyeler, Beyeler Museum AG

Baselstrasse 77, CH-4125 Riehen, Switzerland
Open every day, 10:00 a.m. – 6:00 p.m., Wednesdays, 10:00 a.m. – 8:00 p.m.
The museum is open on Sundays and on all public holidays.
Admission:
Adults CHF 25
Groups of at least 20 people and disabled visitors with ID CHF 20
Students, under 30 CHF 12
Family Pass (2 Adults and at least 1 child under 19) CHF 50
Children, aged between 11 to 19 CHF 6
Children under age 11, Art Club Members free admission 

sabato 25 agosto 2012

Edgar Degas alla BEYELER


Edgar Degas 
30 settembre 2012 – 27 gennaio 2013
Fondation Beyeler, Beyeler Museum AG, Baselstrasse 77, 4125 Riehen (Svizzera)



Con la mostra dedicata all’opera tarda di Edgar Degas, la Fondation Beyeler organizza la prima esposizione delle opere del celebre pittore nella Svizzera degli ultimi vent’anni. È inoltre la prima mostra dedicata all’ultima fase della sua produzione, momento culminante di una parabola artistica straordinariamente produttiva, protrattasi per oltre sessant’anni. Nell’opera tarda giunge a compimento l’esperienza artistica di Degas, l’audace pioniere che, con i colleghi e amici più giovani Paul Gauguin, Pablo Picasso e Henri Matisse, caratterizzò profondamente il modernismo. A dispetto della grande popolarità di cui gode la sua arte, le mostre dedicate a Degas si concentrano per lo più sul periodo impressionista (1870 ca. – 1885) o su singoli aspetti della sua opera.
Il progetto espositivo prende avvio da due pastelli appartenenti alla collezione della Fondation Beyeler: i capolavori Colazione dopo il bagno (Il bagno), realizzato tra il 1895 e il 1898, e Tre danzatrici (gonna blu, corpetto rosso), del 1903 circa, lasciano immediatamente intuire la radicalità e modernità dell’opera tarda del pittore. Questa grande mostra, con oltre 150 opere esposte, presenta i soggetti e le serie più importanti nell’ultima fase produttiva di Degas: dalle celebri figure di danzatrici ai nudi femminili, ai fantini e cavalli, fino ai paesaggi e ai ritratti. Comprende tutte le tecniche usate dal maestro: pittura, pastello, disegno, litografia, scultura e fotografia. Più di ogni altro artista del suo tempo, Degas si confrontò con una grande varietà di mezzi espressivi. Nella sua opera tarda, la pittura tenue e delicata della fase impressionista lascia posto a un’originalissima volontà di sperimentazione e a un ossessivo impulso creativo.
La mostra è a cura di Martin Schwander, curatore ospite, assistito da Michiko Kono, Associate Curator della Fondation Beyeler. Per la Fondation Beyeler, Martin Schwander ha in precedenza curato la mostra “Venezia – da Canaletto e Turner a Monet” (2008/2009).
Tra le principali istituzioni che hanno prestato le loro opere figurano: Museum of Fine Arts, Boston; Kunstmuseum di Basilea; Tate, Londra; Bayerischer Staatsgemäldesammlungen, Monaco; Museum of Modern Art, New York; Metropolitan Museum of Art, New York; Musée d’Orsay, Parigi; National Museum of Modern Art, Tokyo; Hirshhorn Museum, Washington; Kunsthaus, Zurigo, nonché celebri collezioni private d’Europa, America e Asia.
Il catalogo, in inglese e tedesco, è pubblicato dall’editore Cantz Verlag di Ostfildern. Contiene una prefazione di Sam Keller e Martin Schwander, una conversazione con l’artista Jeff Wall e saggi di Carol Armstrong, Jonas Beyer, Richard Kendall, Martin Schwander e Mareike Wolf-Scheel. Ca. 256 pagine, CHF 68, ISBN 978-3-906053-02-8 (tedesco); ISBN 978-3-906053-03-5 (inglese).
La mostra è accompagnata da un ricco programma di eventi, tra cui spettacoli di danza e musica, interviste, letture e conferenze. Tra gli ospiti, Sasha Waltz & Guests, Varvara Nepomnyastschaya, Caroline Durand-Ruel e Wolfram Berger.


Ulteriori informazioni:
Edgar Degas 
30 settembre 2012 – 27 gennaio 2013
Tel. + 41 (0)61 645 97 21, presse@fondationbeyeler.ch, www.fondationbeyeler.ch
Fondation Beyeler, Beyeler Museum AG, Baselstrasse 77, 4125 Riehen (Svizzera)

Orario di apertura della Fondation Beyeler: ogni giorno ore 10–18, mercoledì ore 10-20

mercoledì 9 maggio 2012

Jeff Koons a Basilea

Jeff Koons alla Beyeler di Basilea: un appuntamento da non perdere!!!


a cura di Sam Keller e Theodora Vischer

Jeff Koons (*1955) è uno dei più noti artisti contemporanei. Fin dagli anni ’80, la sua arte non cessa di suscitare scalpore. Deve la sua celebrità soprattutto alle opere con cui ha saputo mettere in questione le nozioni di arte e di kitsch. La Fondation Beyeler organizza la prima mostra delle opere di Koons mai realizzata in Svizzera.

Jeff Koons (classe 1955) è uno dei più noti artisti contemporanei e dagli anni '80 la sua arte non cessa di suscitare scalpore. Deve la sua celebrità soprattutto alle opere con cui ha saputo mettere in questione i concetti di arte e di kitsch. La Fondation Beyeler presenta la prima mostra di Jeff Koons mai realizzata in un museo svizzero.

Fin dagli esordi, Jeff Koons ha lavorato a serie di opere cronologicamente successive, ognuna dotata di un proprio titolo. Nell'insieme, i titoli delineano una panoramica generale del suo progetto artistico. Questa esauriente presentazione, comprendente circa 50 lavori, è dedicata a tre centrali gruppi di opere; esse rappresentano delle tappe decisive nell’evolu- zione artistica di Jeff Koons e percorrono l'insolita strategia di coniugare cultura alta e cultura popolare, portando l'oggetto a una continua evoluzione, tutt'oggi in atto. Le tre serie esposte, selezionate di comune accordo con l'artista, sono The New (risalente agli anni 1980-1987), Banality (1988) e Celebration (dal 1994).

La mostra copre il lungo periodo di lavoro che va da The New, la prima serie del giovane artista, a Celebration, a cui Koons lavora ancora oggi. Tra questi due poli si trova Banality, un fecondo gruppo di opere che è diventato il manifesto dell'arte di Koons ed è stato una tappa fondamentale nella sua ricerca della propria identità artistica. Nell’insieme, le tre serie ci conducono al cuore del pensiero e della creatività dell'artista, evidenziando anche l'interna coerenza della sua opera, spesso messa in ombra dall'organizzazione dei lavori in serie distinte e dotate di un proprio titolo.

Nei lavori della serie The New, pionieristici dal punto di vista del suo successivo percorso, l'artista si concentra esclusivamente su elettrodomestici della marca Hoover; si tratta di aspirapolveri e macchine per la pulizia di tappeti, nuovi di zecca, adagiati o posti vertical- mente su tubi al neon e chiusi in vetrine cubiche di plexiglas. Tale presentazione ha lo scopo di sottrarre gli oggetti da ogni possibile contatto e di aumentarne pregio e attrattiva. Essi finiscono così per incarnare un ideale di assoluta novità. I temi principali della serie possono essere individuati nei concetti di integrità, purezza e innocenza – valori che del resto contrad- distinguono tutta l'opera di Jeff Koons. Per la loro severa disposizione, ma anche per il ricor- so ai tubi al neon, gli oggetti rimandano non da ultimo alla minimal art.

D'altra parte, Jeff Koons è tra coloro che hanno raccolto la lezione di Duchamp, l'artista che all'inizio del XX secolo inventò il ready-made inaugurando così il dibattito sull'oggetto; Koons ne ha seguito l'esempio con estro e originalità – e nel farlo si è rivelato un vero maestro. La mostra presenta tredici lavori della serie The New, tra cui la ricostruzione con oggetti originali di un'installazione in vetrina presentata per la prima volta nel The New Museum of Contemporary Art di New York nel 1980. Nella serie The New, la celebrazione del concetto di “nuovo” non si esprime solo nelle opere dedicate agli aspirapolveri, ma anche nel pro- grammatico lavoro The New Jeff Koons (1980), consistente in una light-box con una fotog- rafia in bianco e nero dell'artista da bambino. In questo lavoro si manifesta precocemente la consapevolezza di sé del giovane artista.

Immagine: Jeff Koons, Balloon Dog (Red), 1994–2000, High chromium stainless steel with transparent color coating, 307.3 x 363.2 x 114.3 cm. European private collection© Jeff Koons. Photo: Jeff Koons Studio, New York

Contatti/Ufficio stampa
Catherine Schott, tel. + 41 (0)61 645 97 21, fax + 41 (0)61 645 97 60, presse@fondationbeyeler.ch

Per l‘Italia: Francesco Gattuso +39 335 678 69 74, gatmata@libero.it

Inaugurazione 13 maggio

Fondation Beyeler
Baselstrasse 101, Riehen Basel
Orario: ogni giorno ore 10.00–18.00, mercoledì ore 10.00-20.00

giovedì 1 settembre 2011

Louise Bourgeois – À l’infini - Fondazione Beyeler - Basilea


Nulla da aggiungere... solo da prendere e partire!




Louise Bourgeois – À l’infini

Fondazione Beyele - Basilea
3 settembre 2011 – 8 gennaio 2012



In occasione del centesimo anniversario della nascita di Louise Bourgeois (1911–2010), la Fondazione Beyeler offre un omaggio a una delle artiste più significative e autorevoli del nostro tempo. Con l’esposizione di circa venti esemplari, la mostra presenta una ricca selezione dell’opera dell’artista, affrontando alcuni temi centrali della sua arte: il confronto con i colleghi artisti, la riflessione autobiografica, la trasposizione di valori emotivi in oggetti d’arte. Oltre a singoli lavori e serie di opere provenienti da celebri musei e collezioni private di tutto il mondo, saranno esposti alcuni contributi più recenti, tra cui il tardo ciclo À l’infini, finora mai presentato al pubblico. I lavori di Louise Bourgeois saranno presentati accanto a gruppi di opere appartenenti alla collezione Beyeler. Particolarmente illuminante sarà il raffronto con i dipinti di Fernand Léger e Francis Bacon e con le sculture di Alberto Giacometti. Questi artisti, con cui Louise Bourgeois ebbe un contatto diretto, furono di stimolo alla sua arte e influenzarono in modo decisivo il suo linguaggio.

Al centro della mostra dedicata a Louise Bourgeois sta la grande capacità di questa artista di irretire l’osservatore con atmosfere poetiche, catene di libere associazioni e con un particolare genere di narrazione per immagini. L’opera di Louise Bourgeois ha spazzato via l’antitesi tra figurazione e astrazione, che ha dominato a lungo l’arte moderna, arricchendo il discorso contemporaneo di una nuova, originalissima chiave interpretativa dell’oggettività. Ciò vale soprattutto per le sue leggendarie Cells, di cui sarà esposto in mostra un significativo esemplare.

Nata a Parigi, Louise Bourgeois ha riunito nella sua persona e nella sua biografia diverse epoche: quella dell’orgogliosa e al contempo sensibile borghesia francese, che andò progressivamente scomparendo nel corso degli anni ’20 e che Bourgeois vedeva simboleggiata nella problematica figura del padre; l’esperienza della vita artistica parigina degli anni ’20, che la giovane Bourgeois visse da studentessa d’arte; il trasferimento del centro di gravità della scena artistica internazionale da Parigi agli Stati Uniti, cui Bourgeois contribuì in modo determinante trasferendosi a New York nel 1938; infine i conflitti interni ed esterni che sconvolsero gli Stati Uniti e la grande ondata delle battaglie per i diritti civili che ha influenzato in modo significativo il percorso dell’artista.

Nella sua persona s’intrecciano tutte queste linee evolutive e le esperienze che ne conseguono. In questo contesto deve essere intesa anche l’opera À l’infini, che riveste un ruolo centrale nella mostra e comprende 14 incisioni ad acquaforte, ognuna delle quali presenta l’incontro di due linee. Quest’opera di toccante efficacia deve la sua struttura formale alla genesi di una trama che, composta di almeno due fili, può essere variata e moltiplicata all’infinito. Anche la storia appare, infatti, simile a una trama tessuta col filo del ricordo. L’immagine del tessere la trama e l’idea ad essa collegata di un costante rinnovamento è stata esemplificata da Louise Bourgeois nella figura del ragno, che l’artista paragonò alla persona di sua madre. Una scultura della celebre serie Maman sarà esposta nel parco della Fondzione Beyeler.

La mostra, concepita insieme a Louise Bourgeois († 31. Mai 2010), è curata da Ulf Küster, curatore della Fondation Beyeler, in collaborazione con il Louise Bourgeois Studio di New York.

FONDATION BEYELER
Baselstrasse 101
CH-4125 Riehen / Basel
Tel. +41 – (0)61 – 645 97 00
Fax +41 – (0)61 – 645 97 19

venerdì 10 giugno 2011

"Costantin Brancusi & Richard Serra", a cura di Oliver Wick, alla Fondazione Beyeler

Si è inaugurata lo scorso 21 maggio e sarà visitabile fino al prossimo 21 agosto, la mostra "Costantin Brancusi & Richard Serra", a cura di Oliver Wick, alla Fondazione Beyeler.
Due personalità così distanti eppure così simili... una mostra "capolavoro" da vedere!!!



«Un bel vecchio con lo sguardo vivace, occhi neri pieni di vitalità, capelli bianchi e indosso una salopette bianca. Grande artista, è rimasto grande artigiano con una coscienza professionale esigente…» Così Sonia Delaunay descriveva in un appunto conservato negli archivi del Musée d'Art Moderne di Parigi,Constantin Brancusi che incontrò e frequentò quando lo scultore aveva già oltrepassato il fiore dell'età.
Dialogo tra due artisti
Un rapido flash per disegnare i contorni di un uomo che nella sua isolata identità non rinunciò mai a plasmare la materia fra le mani, dando vita a forme che sfidano l'assoluto. Oggi il percorso di questo artista - pioniere della scultura moderna - viene ripercorso e messo in relazione con l'opera di un altro gigante abituato a giocare con materiali e linee curve. Parliamo di
Richard Serra, scultore americano capace di azzerare la pesantezza dell'acciaio, dando vita a lavori aerei che giocano con la nostra percezione.
Un dialogo non certo immediato (era già stato proposto nel 2005 presso la Pulitzer Foundation for the Arts, St Louis) un confronto che merita di essere approfondito nell'interessante esposizione che la Fondazione Beyeler di Basilea dedica fino al 21 agosto ai due artisti.
I tre momenti della mostra
Curata da 
Oliver Wick, la mostra prevede tre momenti diversi per il visitatore: l'immersione fra alcuni dei più importanti capolavori di Brancusi, una passeggiata dentro, fuori, sopra, sotto le suggestive sculture di Serra e uno sguardo simultaneo che può cogliere differenze e analogie nel lavoro dei due artisti.
Brancusi
Di Brancusi, nato a Bucarest nel 1876 (muore nel 1957), ma adottato dalla Ville Lumiére, possiamo ammirare le diverse varianti de «Il bacio», dove le figure dei due innamorati restano integrate in un parallelepipedo di pietra, mentre le teste di profilo sono iscritte in un semicerchio. Un'opera che ricorda la «Figura accovacciata» di
 André Derain e riecheggia alla tecnica del taglio diretto inaugurato da Paul Gauguin. Seguono gli altri capolavori: le «Teste di bambini», le «Muse addormentate» e gli «Uccelli nello spazio».
Serra
Di Serra, nato a San Francisco nel 1939 e approdato a Parigi a 22 anni (per circa quattro mesi andò ogni giorno a disegnare nell'atelier di Brancusi nel Palais de Tokyo) osserviamo i primi lavori realizzati in gomma piombo, alcune opere come i «Belts» e la poetica e monumentale «Olson», fra le cui curve ci si può perdere, ritrovare o forse solo passeggiare. Pronte a dialogare cercando un linguaggio possibile le versioni in bronzo e marmo della «Princesse X» di Brancusi - opera esposta al Salon del 1920 e rifiutata perchè oscena e fallica - e «One Ton Prop» (House of Cards) di Serra, lamine di piombo in equilibrio precario in bilico fra transitorio ed eternità. Insieme ad Art Basel (dal 15 al 19 giugno), un motivo in più per andare nella bella cittadina svizzera.
Constantin Brancusi & Richar Serra 
Fondation Beyeler 



domenica 9 gennaio 2011

Giovanni Segantini al Fondazione BEYELER di Basilea


L'attività della Fondazione Bayeler di Basilea si contraddistingue per avere attenzione solo all'eccellenza. Lo si deduce dalla qualità della collezione permanente o delle mostre allestite in precedenza. Ora, è il momento di Giovanni Segantini. Da non perdere!!!






SEGANTINI

16 gennaio – 25 aprile 2010


Giovanni Segantini (1858–1899) è celebre per i dipinti dei paesaggi alpini e della vita agreste, in cui uomini e animali vivono a stretto contatto con la natura. Nato ad Arco sul Lago di Garda, apolide per tutta la vita, fu mosso dall’incessante desiderio di spingersi sempre più in alto, verso le cime. La sua vita fuori del comune lo condusse prima a Milano e in Brianza, quindi a Savognin in Engandina e infine a Maloja. Tutta la sua opera artistica è permeata dall’amore per la natura e la montagna: “L’arte è amore rivestito di bellezza”, era il suo motto.
La mostra della Fondation Beyeler mette in luce il ruolo pionieristico dell’artista in seno al modernismo. Accanto ai quadri di Van Gogh, Cézannes e Monet della Collezione Beyeler, l’opera di Segantini può essere osservata con uno sguardo più sensibile alle innovazioni del XXI secolo e alla luce delle esperienze visive dell’arte moderna; ciò consentirà altresì di dare nuova collocazione all’opera di Segantini nel contesto dell’arte fin de siècle
Celebrato in vita come un principe della pittura, fu apprezzato da tutti i movimenti secessionisti, che esposero le sue opere a Vienna, Monaco e Berlino; fu presentato nell’Esposizione Mondiale di Parigi (1889) e nella prima edizione della Biennale di Venezia (1895). Dopo la retrospettiva organizzata dal Kunsthaus di Zurigo (1990) e la presentazione tenutasi a St. Gallen in occasione del 100esimo anniversario della sua morte, è il momento di riconsiderare l’opera del pittore delle montagne e di aggiornare la valutazione del suo prezioso contributo allo sviluppo dell’arte moderna.

La mostra raccoglie circa 45 dipinti e 30 disegni risalenti a tutte le fasi di attività dell’artista; tra questi vi sono diversi lavori raramente o addirittura mai esposti al pubblico. Essa rende conto di tutti i temi, i generi e le tecniche con cui Segantini si è confrontato, includendo i suoi magistrali disegni, i dipinti panoramici di grande dimensione e una serie di espressivi autoritratti. 

Gli spazi aperti e inondati di luce del museo progettato da Renzo Piano, da cui si gode un’ampia prospettiva sul paesaggio esterno, appaiono particolarmente adeguati ad accogliere la venerazione di Segantini per la natura e rispondono da diversi punti di vista alla contemporanea ricerca di una pura “spazialità naturale”.

Ave Maria a trasbordo, 1886
La mostra prende avvio dai due gruppi di opere risalenti alla giovinezza dell’artista, vale a dire i paesaggi urbani e i ritratti che Segantini eseguì durante gli studi all’Accademia d’arte di Brera. Dal 1881 al 1886, l’artista e la sua compagna Bice Bugatti, sorella del collega di studi e designer di mobili Carlo Bugatti, vissero in Brianza, la regione dei laghi dell’Italia settentrionale. Qui, in un realismo ispirato alla lezione di Jean-François Millet, Segantini realizzò i suoi primi capolavori, come il celebre Ave Maria a trasbordo (1886), in cui sentimento religioso e vita campestre si fondono in una armoniosa unità.

Mezzogiorno sulle Alpi, 1891
Una fase successiva vede la coppia e i quattro figli lasciare la pianura brianzola per l’alta montagna; la famiglia si trasferisce a Savognin (1886-1894), dove Segantini approfondisce ulteriormente il confronto con la cultura contadina. Qui l’artista dipinge i primi quadri di grande formato dedicati alle Alpi svizzere e realizzati con la tecnica divisionista. La mostra dà voce a questo importante momento di svolta, insieme geografico e artistico, attraverso diverse opere, tra cui i dipinti Ritorno dal bosco (1890) e Mezzogiorno sulle Alpi (1891). A Savognin, Segantini si allontana dallo stile dei primi lavori, caratterizzati da tonalità tendenzialmente scure, e tramite la scomposizione dei colori in filamenti di puri colori complementari, per lo più disposti orizzontalmente, giunge alla creazione di effetti luminosi di straordinaria intensità.

Primavera sulle Alpi, 1897
Nel 1894 si trasferisce con la famiglia a Maloja in Engandina, a un’altitudine ancora maggiore. Affascinato dalla luce intensa dell’alta montagna e dalla bellezza straordinaria del paesaggio, elabora nell’ultima fase della sua opera un nuovo linguaggio espressivo per dar voce all’essenza di ciò che lo circonda e ad un sentimento di rispetto reverenziale per la natura e la creazione. Tra i principali dipinti di questa fase vi è Primavera sulle Alpi (Raffigurazione della Primavera, 1897). Mentre dipinge all’aperto le sue enormi tele (fino a 255 x 403 cm) viene spesso accompagnato dall’amico e allievo Giovanni Giacometti, di dieci anni più giovane.

Il momento culminante della parabola artistica di Segantini è il celebre Trittico delle Alpi (1896–1899), nelle cui opere – dai programmatici titoli Vita, Natura, Morte – l’esistenza di uomini e animali appare armoniosamente compresa nel ciclo della natura. In mostra saranno esposte delle spettacolari versioni grafiche del Trittico. Verso la fine della sua vita, Segantini divenne famoso nel mondo anche per il suoi dipinti simbolisti, tra La Vanità (1897).

Paesaggio alpino, 1898/99
Di pari passo con una percezione del paesaggio montano inteso come paradiso in terra, la pittura di Segantini si fa astratta e carica di luce, come dimostra efficacemente il dipinto Paesaggio alpino (1898/99), esposto in mostra. Nel 1899, a 41 anni e all’apice del suo successo, Segantini muore mentre dipinge il Trittico delle Alpi sull’innevato monte Schafberg, a 2731 m di altezza, sopra il paese di Pontresina in Engandina. Le sue ultime parole sono “Voglio vedere le mie montagne!”.

Prestiti d’eccezione provengono dalla Otto Fischbacher-Stiftung, dal Segantini Museum di St. Moritz, dalla svizzera Gottfried Keller-Stiftung, dal Kunsthaus di Zurigo, dal Museo d’arte dei Grigioni così come da altri musei di Milano e degli Stati Uniti e da numerose collezioni private.

La mostra è a cura di Diana Segantini, pronipote dell’artista, di Guido Magnaguagno e Ulf Küster.

Contatti/Ufficio stampa
Catherine Schott, tel. + 41 (0)61 645 97 21, fax + 41 (0)61 645 97 39, presse@fondationbeyeler.ch
www.fondationbeyeler.ch. Per l‘Italia: Francesco Gattuso +39 335 678 69 74, gatmata@libero.it, Immagini stampa da scaricare su : http://pressimages.fondationbeyeler.ch
Orari di apertura della Fondation Beyeler: tutti i giorni ore 10 –18, mercoledì ore 10 - 20 


Autoritratto, 1893
Giovanni Segantini (1858-1899)
L'artista nacque nel 1858 ad Arco (Trento), un paesino sulla sponda settentrionale del Lago di Garda. Frequentò l'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, in seguito visse in Brianza e nel 1886 si trasferì in Svizzera. Dapprima si stabilì con la famiglia a Savognino. Dal 1894 visse a Maloja ed a Soglio. Nel 1899 Giovanni Segantini fu colpito da peritonite acuta e morì all'età di 41 anni sullo Schafberg, il monte che sovrasta Pontresina, dove si era recato per ultimare il dipinto La natura, parte centrale del Trittico ispirato alle Alpi.

Già in vita Segantini venne celebrato in mezza Europa non solo come artista innovatore e profeta, ma anche come grande rappresentante del Simbolismo. Le prime opere di Segantini eseguite a Milano ed in Brianza sono ancora completamente collegate alla pittura tradizionale lombarda. Trasferitosi nelle Alpi svizzere con l'atmosfera trasparente, l'artista riuscì a sviluppare una tecnica di trasposizione impregnata di luce che si delineò con lo sviluppo della tecnica pittorica divisionista e, pari passo, con il sempre più accentuato orientamento verso il Simbolismo.

Con il Trittico ispirato alle Alpi - La vita - La natura - La morte - Giovanni Segantini alla fine del XIX secolo realizzò uno degli ultimi cicli di contenuto programmaticamente simbolico dell'epoca. Infatti fu progettato come ciclo monumentale per l'Esposizione universale di Parigi del 1900, nel quale l'artista trateggiò l'immagine dell'esistenza umana in armonia con la natura. I paesaggi e le persone semplici sono inseriti nel ciclo eterno delle stagioni.

Assieme a Ferdinand Hodler Giovanni Segantini impersonò il mondo delle Alpi svizzere. La sua fama internazionale, di cui godette già in vita, come anche il valore storico-artistico delle sue opere, sono fondati sulla singolare trasposizione sulla tela della natura osservata molto analiticamente e, al contempo, sull'attribuzione di un contenuto profondamente simbolico. Il pittore riuscì a raffigurare il paesaggio alpino senza far ricorso ad un illusionismo troppo accentuato, trasponendolo minuziosamente in immagini allegoriche di straordinaria luminosità. Per le sue visioni alpine Giovanni Segantini è noto come uno dei maggiori rappresentanti del Simbolismo europeo di fine secolo, mentre il Divisionismo italiano, di cui è uno tra i principali esponenti, gli attribuisce il merito di grande innovatore della tecnica pittorica. La tecnica del Divisionismo - l'accostamento di sottili pennellate di colore puro - è il suo contributo decisivo all'avanguardia dell'epoca. In ciò sta anche il segreto della luminosità dei suoi dipinti.