RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!






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lunedì 10 agosto 2015

Settis: Perché gli italiani sono diventati nemici dell’arte, dal "IL GIORNALE DELL'ARTE"

Dal "IL GIORNALE DELL'ARTE" edizione on-line, un bell'articolo di Salvatore Settis...


Settis: Perché gli italiani sono diventati nemici dell’arte

Malgrado si sia data le leggi migliori del mondo, oggi l’Italia maltratta l’arte: è stranamente diventata un Paese ignorante e regredito dove prevalgono l’incultura e l’indifferenza verso la devastazione del paesaggio e dell’ambiente. È dunque necessario che sia il mondo a difendere il patrimonio artistico e naturale dell’Italia?


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lunedì 10 febbraio 2014

L'appello di Salvatore Settis per difendere i Beni Culturali

Dalle pagine de "IL TIRRENO" (http://iltirreno.gelocal.it) , l'appello di Salvatore Settis per difendere i Beni Culturali


Settis: «Per difendere i beni culturali, è il momento d’andare sulle barricate»

L’ex direttore della Scuola Normale Superiore, che è intervenuto a un dibattito sulla tutela di biblioteche e archivi, ha parlato anche della legge elettorale: «Il Cavaliere e il sindaco di Firenze preferiscono le liste bloccate» 

«Per difendere i beni culturali oggi è il momento di andare sulle barricate».
Lo ha detto oggi (8 febbraio) a Pisa Salvatore Settis (nella foto) intervenendo a un dibattito sulla tutela delle biblioteche e degli archivi statali promosso dall'associazione amici della biblioteca universitaria pisana chiusa dal 2012 per deficit strutturali.
«Dobbiamo ricordare - ha aggiunto l’ex direttore della Scuola Normale Superiore - che la tutela della cultura, come bene comune, è inserita nella Costituzione, quindi noi non stiamo chiedendo un favore a qualcuno, ma che si applichi la Costituzione. Anzi, potremmo dire che biblioteche, archivi e beni culturali sono organi costituzionali e chi non li difende va contro la Costituzione e contro il fondamento stesso dello Stato».

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Salvatore Settis
 

mercoledì 24 luglio 2013

Salvatore Settis attraverso Antonio Capitano "Formiche"



Trovo su http://www.formiche.net, una bella riflessione di Antonio Capitano, che analizza il pensiero del grande Salvatore Settis e rende omaggio al recentemente scomparso Cerami. Ovviamente condivido con voi... leggete gente, leggete...


Salvatore Settis: “Un Paese senza cultura è un Paese senza futuro”

Salvatore Settis archeologo e storico dell’arte di fama mondiale. Ha diretto il Getty Research Institute di Los Angeles e la Normale di Pisa. E’ presidente del Consiglio scientifico del Louvre e Accademico dei Lincei.
Le sue autorevoli idee sono, ogni volta, una bussola per trovare la giusta direzione, con esempi concreti di inversione di rotta, per restituire alla cultura la meritata attenzione e dignità.
L’insigne professore è da sempre attento alle sorti del nostro paese e della società civile che può compiersi anche attraverso un diritto inalienabile tra i principi fondamentali della costituzione: il diritto alla cultura. Un diritto che ha pieno esercizio se si realizza compiutamente la formazione della “cittadinanza attiva”...

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domenica 10 febbraio 2013

Salvatore Settis scrive a L'Espresso


Caro pre­mier, salva l’arte . Di Sal­va­tore Set­tis — l’Espresso, 25.01.2013.
Un grande sto­rico e ar­cheo­logo scrive al capo del go­verno che verrà. Per­ché nella sua agenda metta al primo po­sto la di­fesa di am­biente e cultura


Al pros­simo pre­si­dente del Con­si­glio (chiun­que sia). Si­gnor Pre­si­dente, ne­gli ul­timi anni, prin­cipi co­sti­tu­zio­nali e pra­ti­che po­li­ti­che con­so­li­date hanno su­bito una con­ti­nua ero­sione. Sotto il peso (o con l’alibi) della crisi eco­no­mica, ta­gli spie­tati hanno col­pito la spesa so­ciale: scuola, cul­tura, uni­ver­sità, tu­tela del pa­tri­mo­nio e dell’ambiente, ri­cerca, tea­tro e mu­sica, sa­nità. An­che quando i “ta­gli li­neari” (cioè cie­chi) dei go­verni di de­stra sono stati ri­bat­tez­zati spen­ding re­view, in nulla hanno gio­vato al pub­blico in­te­resse: al con­tra­rio, h anno ri­dotto il li­vello dei ser­vizi ai cit­ta­dini, fa­vo­rito la re­ces­sione, in­cre­men­tato la di­soc­cu­pa­zione. Col­pendo la di­gnità di chi (non) la­vora e l’equità, que­sta po­li­tica mina alla ra­dice de­mo­cra­zia e libertà.
La nuova le­gi­sla­tura può se­gnare una svolta, rein­ne­scando quel che da tempo manca al no­stro Paese: crea­zione di com­pe­tenze, crea­ti­vità, in­no­va­zione, oc­cu­pa­zione. Al ver­tice delle prio­rità del go­verno de­vono es­sere la cura dell’ambiente e la messa in si­cu­rezza del ter­ri­to­rio. E un com­pito im­mane, per­ché que­sti temi sono stati tra­scu­rati per de­cenni. Ma è un tra­guardo es­sen­ziale, che me­rita in­ve­sti­menti so­stan­ziosi e può as­sor­bire più forza la­voro di quella per “grandi opere”, spesso in­vec­chiate prima di na­scere. Cura dell’ambiente vuoi dire tu­tela della sa­lute, ma an­che tu­tela del pae­sag­gio, a co­min­ciare dal pae­sag­gio agra­rio; vuol dire pro­mo­zione dell’agricoltura di qua­lità, con po­tenti ri­ca­dute eco­no­mi­che. Vuol dire pro­te­zione del pa­tri­mo­nio cul­tu­rale, e sal­tato a pa­role come mag­gior ric­chezza d’Italia, ma di fatto ab­ban­do­nato al de­grado. Que­sti temi sono for­te­mente le­gati fra loro. È per­ciò ur­gente agire sulle isti­tu­zioni, po­nendo fine alla con­di­zione re­si­duale del mi­ni­stero dei Beni cul­tu­rali e alla scelta di mi­ni­stri in­ca­paci. Esso può es­sere ac­cor­pato al mi­ni­stero dell’Ambiente, per una nuova po­li­tica fon­data sulla cul­tura della pre­ven­zione, dal con­trollo del ri­schio idro­geo­lo­gico alla con­ser­va­zione pro­gram­mata del pa­tri­mo­nio cul­tu­rale. Ma an­che que­sta “mossa” sa­rebbe inef­fi­cace, se non si ac­com­pa­gnasse a un torte rein­ve­sti­mento sui Beni cul­tu­rali, che quanto meno ri­medi al ci­nico ta­glio di ol­tre un mi­liardo per­pe­trato da Ber­lu­sconi nel 2008. È inol­tre ne­ces­sa­rio il rin­novo del per­so­nale, iber­nato dal blocco del turn-over, me­diante una sana po­li­tica di as­sun­zioni per me­rito, aperta a esperti non solo italiani.
Il fu­turo di un Paese di­pende da tre fat­tori: lun­gi­mi­ranza de­gli obiet­tivi, for­ma­zione dei gio­vani, in­ne­sco di ener­gie crea­tive. In Ita­lia da de­cenni ac­cade il con­tra­rio: le ri­forme della scuola e dell’universirà sono ispi­rate non da un qual­si­vo­glia pro­getto cul­tu­rale, ma dalla de­ci­sione di ta­gliare a ogni co­sto i bi­lanci nel se­gno di un miope neo­li­be­ri­smo. La ri­cerca di base (la sola che pro­duca esiti, an­che eco­no­mici, di lungo pe­riodo) è ac­can­to­nata in fa­vore di uno “sguardo corto” che pre­tende ri­sul­tati mi­su­ra­bili in tempi brevi; la qua­lità viene esi­liata in fa­vore della quan­tità. Ri­por­tare il fu­turo al cen­tro della po­li­tica ri­lan­ciando scuola, uni­ver­sità e ri­cerca me­diante ac­corti in­ve­sti­menti sulla qua­lità e nuove as­sun­zioni in base al me­rito: ecco un’altra prio­ri­tà­del go­verno. Al­tri Paesi, da­gli Stati Uniti alla Ger­ma­nia alla Fran­cia, stanno in­ve­stendo in istru­zione e ri­cerca come mezzi per com­bat­tere la crisi eco­no­mica; in Ita­lia si fa l’opposto. E tempo di rom­pere que­sto iso­la­mento, re­cu­pe­rando l’alta tra­di­zione ita­liana e ri­col­lo­cando al cen­tro il si­stema pub­blico di istru­zione an­zi­ché, come si è fatto ne­gli ul­timi anni, de­po­ten­ziarlo in fa­vore del set­tore pri­vato.
Que­sti obiet­tivi mi­nimi non sono de­gli op­tio­nal. Essi cor­ri­spon­dono all’orizzonte dei di­ritti pre­scritto dalla Co­sti­tu­zione. La Co­sti­tu­zione, per in­ten­derci, a cui il nuovo go­verno pre­sterà giu­ra­mento, e non una pre­tesa “Co­sti­tu­zione ma­te­riale”. La cen­tra­lità della cul­tura è scol­pita nell’art.9: «La Re­pub­blica pro­muove lo svi­luppo della cul­tura e la ri­cerca scien­ti­fica e tec­nica. Tu­tela il pae­sag­gio e il pa­tri­mo­nio sto­rico e ar­ti­stico della Na­zione». Au­to­no­mia delle uni­ver­sità, cen­tra­lità della scuola pub­blica, di­ritto allo stu­dio (art. 33–34), li­bertà di pen­siero (art. 21) sono aspetti del di­ritto alla cul­tura, es­sen­ziale allo svi­luppo della per­so­na­lità in­di­vi­duale (art. 3) e al «pro­gresso spi­ri­tuale della società»(art.4).
Que­sti prin­cipi fon­da­men­tali dello Stato sono co­stan­te­mente di­sat­tesi con l’alibi di una “tec­ni­cità” che pro­duce ta­gli, ma non svi­luppo. De­vono tor­nare al cen­tro delle po­li­ti­che del go­verno, nel loro nesso con al­tri di­ritti es­sen­ziali san­citi dalla Co­sti­tu­zione: il di­ritto alla sa­lute (art. 32), il di­ritto al la­voro (art. 4), la «pari di­gnità so­ciale». (art. 3). La di­sgre­ga­zione, anzi la “ma­cel­le­ria so­ciale” che è sotto i no­stri oc­chi ha in que­sti prin­cipi il suo ri­me­dio: per­ché solo se i di­ritti sono ri­co­no­sciuti è pos­si­bile esi­gere «l’adempimento dei do­veri in­de­ro­ga­bili di so­li­da­rietà po­li­tica, eco­no­mica e so­ciale» (art. 2).
I pro­blemi glo­bali dell’economia e la pes­sima ge­stione dei bi­lanci hanno messo in om­bra que­sti prin­cipi, e il “go­verno tec­nico” ha in­ter­pre­tato il pro­prio man­dato alla luce di un pre­cetto che la Co­sti­tu­zione non con­tiene, anzi nega: la prio­rità dell’economia sui di­ritti. È tempo di met­tere sul ta­volo il con­tra­sto fra la ne­ces­sità (che tutti ri­co­no­scono) di ri­sa­na­mento dei bi­lanci e l’obbligo (che molti di­men­ti­cano) di ri­spet­tare la le­ga­lità co­sti­tu­zio­nale. La “ri­cetta tecni ca” di ta­gliare alla cieca la spesa so­ciale ha pro­dotto solo re­ces­sione, di­soc­cu­pa­zione, di­sor­dine. Per uscire da que­sto vi­colo cieco oc­corre re­pe­rire con ur­genza nuove ri­sorse, com­bat­tendo con fatti e non pa­role l’enorme eva­sione fi­scale: 142,47 mi­liardi di euro di tasse non pa­gare nel solo 201 l (dati Con­f­com­mer­cio). Re­cu­pe­ran­done al­meno la metà, si po­trebbe co­min­ciare a sa­nare il de­bito pub­blico e in­ve­stire in scuola, ri­cerca, pa­tri­mo­nio, sa­nità, in­ne­scando pro­cessi vir­tuosi di sti­molo della crea­ti­vità e dell’economia. Una sana spen­ding re­view do­vrebbe can­cel­lare spese vane o dan­nose, a co­min­ciare dal ponte sullo Stretto e da al­tre “grandi opere”, dall’acquisto in­sen­sato di ae­rei da guerra e som­mer­gi­bili, da in­ter­venti one­rosi e fal­li­men­tari come il “sal­va­tag­gio” Alitalia.
Qua­li­fi­care la spesa ca­po­vol­gendo le prio­rità dei go­verni di que­sta le­gi­sla­tura è il primo passo verso un rin­no­vato ruolo dell’Italia in Eu­ropa. Per non es­sere a ri­mor­chio de­gli gnomi delle Borse, l’Italia deve fare ap­pello alle enormi ener­gie crea­tive dei cit­ta­dini, che hanno nella no­stra sto­ria, arte, cul­tura il loro ine­sau­ri­bile te­soro. È un “conto in banca” che non è quo­tato in Borsa, ma vale più di qual­siasi spread. Di­men­ti­carlo è de­lit­tuoso, an­che per­ché con­danna l’Italia a un ruolo gre­ga­rio in­de­gno delle sue po­ten­zia­lità. Pro­muo­ver­loè ne­ces­sa­rio, per ri­lan­ciare un’idea di Stato-comunità che co­strui­sce e di­fende i di­ritti delle ge­ne­ra­zioni fu­ture. La Co­sti­tu­zione non va cam­biata, va ri­letta alla luce del pre­sente, come la Carta della no­stra iden­tità cul­tu­rale. Per­ché, molti eco­no­mi­sti oggi lo ri­co­no­scono, la di­stru­zione dell’identità sto­rica di­sgrega la so­cietà e ne ri­duce la pro­dut­ti­vità, men­tre ogni “cre­scita en­do­gena” si fonda sul pieno re­cu­pero dell’autocoscienza cul­tu­rale delle co­mu­nità. Uno sguardo lun­gi­mi­rante, una con­sa­pe­vole ca­pa­cità di fu­turo: que­sto, si­gnor pre­si­dente, gli ita­liani aspet­tano dal nuovo governo.