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venerdì 17 ottobre 2014

Nicolò Paoli - Weather - a cura di Viana Conti



Nicolò Paoli - Weather

Silvy Bassanese Arte Contemporanea, Biella, riconferma l’appuntamento annuale di attenzione ai giovani artisti, inaugurando sabato 25 ottobre 2014, dalle ore 18 alle 21, la mostra personale Weather dell’artista Nicolò Paoli, a cura di Viana Conti. Un manifesto documenta la mostra con fotografie e testi critici.
La mostra, appositamente ideata per gli spazi della galleria, attua, con fotografie, dipinti, disegni, video- installazioni, un ribaltamento ambientale immaginario dei torrenti montani nelle onde del mare, del folto del bosco nelle sabbie del deserto, abitate da seducenti ed inquietanti cactus chiodati, da piante siliconate, dai colori artificiali e acidi, visitate da insetti postatomici. Una mostra meteoropatica questa? Il titolo Weather indica il clima e la temperatura dell’evento espositivo, ma anche la sua intima motivazione: mettere in opera una condizione aerea, gassosa, vulcanica, geo e antropologica, superficiale e abissale, ossigenata e inquinata al tempo stesso. È una mostra-autoritratto dell’artista, riflesso nei frammenti di uno specchio deformante. Ha un unico concept, ma si articola in quattro stanze mentalmente visionarie: Stanza dei Tuffi, di Rorschach, dei Cactus, dei Fossili. L’artista: residente a Genova, nato a Mirandola il 25 novembre 1980, Nicolò Paoli è un corsaro romantico che naviga sulla cresta di adrenaliniche onde del Web, un rabdomante che fa sgorgare la pioggia sul deserto, volare le nuvole in galleria, per rianimare i suoi metal cactus, i suoi fiori inquinati dalle consuetudini quotidiane, è un solitario che dialoga amabilmente con le mucche, un aspirante glottologo che parla fluentemente russo a Genova e genovese in Russia. Quando, nel suo atelier di Quinto, non inchioda cactus, non scatta fotografie, non allestisce set, non prepara collage, non videoriprende Barbie dai tacchi a spillo, non disegna nudi femminili, in fantasiose posizioni erotiche, suona con la band dal nome, di suggestione ipnotico-ansiolitica, Roypnol. Pittore, alchimista, videomaker, performer, strumentista, si cala, senza difficoltà, in ognuno dei suoi alter ego. Nicolò Paoli, come da adolescente era dedito ad una subcultura giovanile di fumetti, animazione, icone, tatuaggi, piercing, scritte, pezze, stivali, jeans, capelli lunghi, aggrovigliati effetto dread o corti, dal giallo al blu, da adulto non esita a crearsi un ventaglio di alterità di cultura underground. Come Dylan Dog gotico e rassicurante, può portare sulle spalle lunghe trecce brune, indossare bermuda mimetici, ma, a differenza del protagonista del fumetto horror, non è astemio
La sua opera, intessuta dell’assurdità del reale e della credibilità dell’assurdo, è animata da componenti surreali, fantascientifiche, fumettistiche. Il tempo, protagonista, ricorre nelle due dimensioni cronologica e atmosferica. Le Metalphoto e i Metalfossili di Nicolò Paoli, entrati in un processo matericamente e virtualmente alchemico, accadono nel tempo, risentono delle condizioni ambientali e meteo, fanno razza con le ossidazioni del supporto; come un vegetale, sono fotosensibili. Le spine dei Cactus, queste piante primitive, sono diventate, nelle opere di Nicolò Paoli, lunghi chiodi d’acciaio che, ferendo la superficie della tela vergine, la trapassano violentemente. Il loro fusto, cilindrico o globoso, ha un indubbio aspetto fallico, che assume, nell’immaginario dell’autore, non senza una profonda autoironia, l’allusione a certe ostentate ritualità della comunità virile. Le Metalphoto, di medie e grandi dimensioni, delle Stanze dei Tuffi, delle Macchie di Rorschach, dei Fossili, detengono il messaggio subliminale di una mostra in cui la presenza del soggetto umano viene dissimulata, mascherata, travestita, spogliata, mitizzata e smitizzata. Nelle mega fotografie digitali dei Tuffi, a effetto metallico satinato, qualcuno, un essere, un oggetto, un ente, di sé lascia labili tracce liquide, spruzzi d’acqua nell’aria, giochi di luce e ombra, per poi scomparire al di sotto di una superficie piatta, immobile, specchiante, come se nulla fosse accaduto. Eppure quello scintillio di gocce, quello spostamento d’acqua parlano di un trapasso dal visibile all’invisibile, di un metaforico tuffo nel passato, di un’immersione nel tempo. Tematica non meno significativa è quella delle sue Macchie di Rorschach: fotografie digitali, in bianco e nero, rinvianti al noto test psicologico proiettivo, teso a indagare dinamiche interpersonali, profili e nodi dell’io, risvolti della creatività. Inedito, questo ciclo di lavoro recente, riferito in particolare alle orchidee, è di impatto formale e psicologico coinvolgente ed inquietante. Rientrano nel suo work in progress sull’identità e sulla dissimulazione, scatti analogici, elaborati poi digitalmente, di grandi nudi femminili o ritratti del volto (stupendo quello, in mostra, della madre Paola), sottoposti a solarizzazione, a trattamenti di ossidazione, a interventi

gestuali con resine e vernici, che li assimilano, in qualche modo, a ritrovamenti, fittizi, di fossili: ognuno di questi lavori fotografici è un pezzo unico, irripetibile, in antitesi con la riproducibilità connessa a tale mezzo. L’effetto-fossile si estende, nel suo lavoro, dalla figura a resti ittici, di vegetazione o animali primitivi, non esclusa la comparsa di un’archeologia portuale di gru ad acqua, a mano, a vapore, tipica del porto di Genova: testimoni tutti di una remota vita transitata, come in natura lo è dalla bio alla litosfera, così, in arte, dall’immagine originaria ad un supporto che ne accolga le vestigia, tramite un’alchimia segreta. Tali immagini in bianco e nero si contaminano con gli affioramenti ruggine del fondo metallico, che non cessa di agire nel tempo, maculando progressivamente la superficie. Cresce, in parallelo, un ciclo di disegni a matita acquarellabile, che addensa e al tempo stesso sfrangia i contorni del segno, lasciandoli colare verso il fondo della tela bianca: i soggetti sono per lo più nudi che trovano ascendenze, per intensità espressionista, negli abbandoni, nelle torsioni e contrazioni dei soggetti maschili e femminili di Egon Schiele. Nell’opera di Nicolò Paoli, i diversi linguaggi interagiscono, si contaminano, si scambiano i ruoli, entrano nella quarta dimensione del tempo: il fermo immagine video-fotografico, le installazioni ambientali, si animano sotto interventi gestuali di spray painting, di proiezioni, di azioni esibitivo-performative, spesso sconfinanti sul piano sonoro.


INFO:
Nicolò Paoli
WEATHER
Mostra a cura di Viana Conti
Inaugurazione sabato 25 ottobre 2014 ore 18
Durata - 25 ottobre 201 – 31 gennaio 2015
Orari della galleria da martedi a venerdi 16 – 19
Sabato, domenica e festivi su appuntamento.
Galleria Silvy Bassanese Arte Contemporanea
Via G. Galilei 45 13900 Biella Italy
Tel 015355414 mob 3382540156   e-mail silvy.bassanese@libero.it
Facebook  Galleria Silvy Bassanese Arte Contemporanea



Nicolò Paoli
Weather

Silvy Bassanese Arte Contemporanea, Biella
a  cura di Viana Conti


Ho preso tempo, da quando ero un bambino, un bambino dai capelli rasta naturali. Ho perso tempo. Nella mia vita d’artista, caoticamente ordinata, sono regista unico del buono e del cattivo tempo. Trovo credibile far piovere sul deserto per rianimare i miei metal cactus, piangere e urinare sui miei fiori inquinati di consuetudini quotidiane, dialogare con una mucca che mi riconosce e saluta. La contraccambio subito dipingendola con un’aureola da santa, tra le corna. Voglio parlare undici lingue contemporaneamente, scrivere un libro che chiunque, sotto i ponti o a Copacabana, possa comprendere, voglio tuffarmi in un buco nero e riemergere raggiante tra le onde della scogliera di Nervi, tra le rocce taglienti che feriscono, leniscono, guariscono, le mie ferite. Voglio cantare, a voce spiegata, ogni bicchiere di vodka che mi sono bevuto urlando, giocando con Leone, rinascendo, strinato, dal centro della Terra. Weather è la mia pelle che si abbronza e si sbronza, è il deposito di polveri su cui esplode ogni mio istante, è quel remoto fossile su cui, un giorno, nel tempo, un terrestre o un alieno, sorridendo pronunceranno, forse, il mio nome.
                                                     Nicolò Paoli

Premessa Nicolò Paoli, residente a Genova, nato a Mirandola il 25 novembre 1980, è un artista che condivide l’anima di un sognatore romantico e quella di un pirata postmodern: windsurfer di adrenaliniche onde del Web. Fatalmente attratto dall’immagine e dal suono, non cessa di praticare, da sempre, la musica dell’arte e l’arte della musica. Come Dylan Dog,  reale e immaginario, gotico e rassicurante, può portare sulle spalle lunghe trecce brune, viaggiare in mini, indossare bermuda mimetici, ma, a differenza del protagonista del fumetto horror, non è astemio. Soffre di qualche fobia, ma in compenso è meteoropatico e ipocondriaco. Non nutre particolare interesse per il denaro, mentre Dylan si fa  pagare in anticipo. Quando, nel suo atelier di Quinto, non inchioda cactus, non scatta fotografie, non allestisce set, non prepara collage, non videoriprende Barbie tacchi a spillo e guêpière, non disegna nudi femminili in fantasiose posizioni erotiche, suona con la band dal nome, di suggestione ipnotico-ansiolitica, Roypnol, con sonorità sincretica grunge, heavy metal, punk rock.
Pittore, alchimista, videomaker, performer, strumentista, si cala, senza difficoltà, a intermittenza o simultaneamente, in ognuno dei suoi alter ego, non escluso quello del figlio Leone e della moglie Barbara. La sua opera è intessuta dell’assurdità del reale e della credibilità dell’assurdo. La sua identità, indecidibile quanto inafferrabile, affonda le radici in un remix di figure fondamentali ed estreme, al tempo stesso, da Gandhi al chitarrista Dimebag (un tipo di Marijuana scadente usata in Texas) Darrell dei Pantera, per intenderci, ma che hanno segnato anche la sua generazione. Una generazione Punk che ha adottato la parola d’ordine No future! dei Sex Pistols, parola che riecheggia ancora in un diffuso ribellismo giovanile, dolente, insicuro, disincantato, scippato, dal mondo del potere adulto, di prospettive concrete, compulsivamente segnato dall’iperconsumismo di un erotismo mediatico, dall’istantaneismo cyborg del tempo reale, dalla derealizzazione identitaria, dall’estetizzazione dell’esistenza, ora globalmente galleggiante sui canali elettronici, ora collassata e implosa nei buchi della rete. È un artista che, con il suo interlocutore, usa disinvoltamente il pronome noi, raccogliendo la moltitudine delle voci, dei suoni, delle icone, delle pulsioni, delle proiezioni, che gli provengono dalle sue varie anime. D’altronde non era già Rimbaud che scriveva È falso dire: IO penso: si dovrebbe dire io sono pensato. Car JE est un autre. Si le cuivre s'éveille clairon, il n'y a rien de sa faute.  Perché IO è un altro – continua - Se l'ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua. La cosa mi pare ovvia: io assisto allo sbocciare del mio pensiero: lo guardo, lo ascolto: do un colpo d'archetto: la sinfonia si agita nelle profondità, oppure salta con un balzo sulla scena – da Une Saison en Enfer, Arthur Rimbaud. E per restare nel mondo dell’arte, non è il poeta visuale genovese Martino Oberto che dichiara, nella sua Anaphilosophia: Io non penso, spenso?
Oggi, le dilaganti Interactive Touch Screen Tablet, i Social network, non cessano di indurre questa generazione, anche minorenne, a comunicare e interagire con chiunque,  prescindendo dal proprio corpo, divenuto ormai un’estensione immateriale, uno strumento bionico, con l’esito di rendere fluida, multipla, sfuggente, liquida, l’identità personale. Soggetti ormai esperti sul terreno del simbolico, tentano di esercitare i loro alter ego anche fuori dalle reti, pratica in cui l’artista risulta, da sempre, maestro.
Nicolò Paoli, come da adolescente era dedito ad una subcultura giovanile di fumetti, animazione, icone, tatuaggi, piercing, scritte, pezze, stivali, jeans, capelli lunghi, aggrovigliati effetto dread o corti, dal giallo al blu, da adulto non esita, visionariamente, a crearsi un ventaglio di alterità in cui identificarsi, di provenienza, appartenenza, tessuto sociale, gruppo, cultura underground, svago, delocalizzati e trasversali, aderenti a un’ideologia anarco-pacifista, mai, tuttavia, perdendo di vista i valori dell’autenticità. Uno dei suoi miti? Il suddetto chitarrista statunitense heavy metal, anni Ottanta, Dimebag o Diamond Darrell (Dallas 1966, Columbus 2004) assassinato da un suo fan durante un concerto. Di lui sottoscrive il celebre aforisma Heavy metal is what I’m into. Shit that moves you. Shit that has heart and soul! Heavy metal è ciò che sono nel mio intimo. Merda che ti muove. Merda con cuore e anima.

Una mostra meteoropatica Il titolo Weather indica clima e temperatura di questo evento espositivo, ma anche la sua intima motivazione: mettere in opera una condizione aerea, gassosa, vulcanica, geo e antropologica, superficiale e abissale, ossigenata e inquinata al tempo stesso. È una mostra-autoritratto dell’artista, riflesso nei frammenti di uno specchio deformante. Il tempo, ineludibile protagonista, ricorre nelle due dimensioni cronologica e atmosferica. La mostra ha un unico concept, ma si articola in quattro stanze mentalmente visionarie: Stanza dei Tuffi, di Rorschach, dei Cactus, dei Fossili. Ogni spettatore potrà identificarsi, associandosi o dissociandosi da uno spazio di autoriconoscimento.
Le Metalphoto e i Metalfossili di Nicolò Paoli, entrati in un processo matericamente e virtualmente alchemico, accadono nel tempo, risentono delle condizioni ambientali e meteo, fanno razza con le ossidazioni del supporto; come un vegetale, sono fotosensibili, mutano impercettibilmente e dialogano con le diverse prospettive e aspettative di chi guarda. Sono opere leggibili su un terreno instabile, di impermanenza materico-percettivo-emozionale.
Sulle pendici di Monte Moro, Quartiere Azzurro, a Genova, vegeta e fiorisce, naturalmente, un lussureggiante universo di ulivi, alberi tropicali, ninfee, rampicanti, fiori esotici, erbe aromatiche, basilico: è il giardino dei Paoli. Al primo piano dello stabile si espande però un altro giardino, l’atelier di Nicolò Paoli, che sembra scaturito dall’immaginario di Tim Burton ed accudito da Edward Mani di forbice: lì crescono e proliferano inverosimili cactus chiodati, lì fioriscono piante siliconate, abitate da insetti postatomici, dai colori artificiali e acidi. Non è inverosimile che dal suo immaginario scaturisca anche la savana africana, delineando, sulle sue tele bianche, tra un baobab e un’acacia, le sagome nere, immobilizzate, di zebre al galoppo, leoni in caccia, rinoceronti all'attacco, caimani sonnolenti, ippopotami a mollo, giraffe di vedetta. I suoi cactus, rigogliosi e prolifici, a giudicare dai mini e maxi globi che si riproducono dal corpo centrale, non sono usciti da una foresta tropicale, ma da un laboratorio da metalmeccanico. Le spine di queste piante primitive, con potenzialità allucinogene, sono diventate, nelle opere di Nicolò Paoli, lunghi chiodi d’acciaio che, ferendo la superficie della tela vergine, la trapassano violentemente. Il loro fusto, cilindrico o globoso, ha un indubbio aspetto fallico, che assume, nell’immaginario dell’autore, non senza una profonda autoironia, l’allusione a certe ostentate ritualità della comunità virile. La sua chiodata Cactus Passion trova anche una colorazione dark nella loro fioritura notturna, frequente in alcune specie, nella loro impollinazione da inquietanti chirotteri e lepidotteri come i pipistrelli e le falene. Irrinunciabile il riferimento, in campo artistico, con i dovuti distinguo di ordine storico-critico, alle foreste di chiodi di Günther Ücker, esponente tedesco del Gruppo Zero.
Le Metalphoto, di medie e grandi dimensioni, delle Stanze dei Tuffi, delle Macchie di Rorschach, dei Fossili, detengono il messaggio subliminale di una mostra in cui la presenza del soggetto umano viene dissimulata, mascherata, travestita, spogliata, mitizzata e smitizzata. Nelle mega fotografie digitali dei Tuffi, a effetto metallico satinato, qualcuno, un essere, un oggetto, un ente, di sé lascia labili tracce liquide, spruzzi d’acqua nell’aria, giochi di luce e ombra, per poi scomparire al di sotto di una superficie piatta, immobile, specchiante, come se nulla fosse accaduto. Eppure quello scintillio di gocce, quello spostamento d’acqua parlano di un trapasso dal visibile all’invisibile, di un volo nel vuoto, in picchiata, senza paracadute, di un metaforico tuffo nel passato, di un’immersione nel tempo. Tematica non meno significativa è quella delle sue Macchie di Rorschach: fotografie digitali, in bianco e nero, rinvianti al noto test psicologico proiettivo, teso a indagare dinamiche interpersonali, profili e nodi dell’io, risvolti della creatività. Inedito, questo ciclo di lavoro recente, riferito in particolare alle orchidee, è di impatto formale e psicologico coinvolgente ed inquietante, alla luce della loro morfologia, maculatura, presenza di affinità genetiche, messa in atto di mimetismi sessuali, ibridismi. L’orchis (dal greco oρχις=testicolo, per via dei suoi rizotuberi accoppiati) seducente fiore di natura polimorfa, dalle caratteristiche, talvolta, epifite e saprofite, riunisce, in un unico corpo colonnare, organi maschili e femminili, si può riprodurre sessualmente e asessualmente, diffonde odori attrattivi. Un soggetto quindi che, nella sua struttura alata di petali, sepali, labello e sperone, nelle sue strategie simulative, non manca di stimolare a livello formale, strutturale e comportamentale, l’immaginario di un artista, di per sé, già incline  alla multidimensionalità dell’io. Rientrano nel suo work in progress sull’identità e sulla dissimulazione, scatti analogici, elaborati poi digitalmente, di grandi nudi femminili o ritratti del volto, sottoposti a solarizzazione, a trattamenti di ossidazione, a interventi gestuali con resine e vernici, che li assimilano, in qualche modo, a ritrovamenti, fittizi, di fossili: ognuno di questi lavori fotografici è un pezzo unico, irripetibile, in antitesi con la riproducibilità connessa a tale mezzo. L’effetto-fossile si estende, nel suo lavoro, dalla figura a resti ittici, di vegetazione o animali primitivi, non esclusa la comparsa di un’archeologia portuale di gru ad acqua, a mano, a vapore, tipica del porto di Genova: testimoni tutti di una remota vita transitata, come in natura lo è dalla bio alla litosfera, così, in arte, dall’immagine originaria ad un supporto che ne accolga le vestigia, tramite un’alchimia segreta. Tali immagini in bianco e nero si contaminano con gli affioramenti ruggine del fondo metallico, che non cessa di agire nel tempo, maculando progressivamente la superficie. Cresce, in parallelo, un ciclo di disegni a matita acquarellabile, che addensa e al tempo stesso sfrangia i contorni del segno, lasciandoli colare verso il fondo della tela bianca: i soggetti sono per lo più nudi che trovano ascendenze, per intensità espressionista, negli abbandoni, nelle torsioni e contrazioni dei soggetti maschili e femminili di Egon Schiele.
Nell’opera di Nicolò Paoli, i diversi linguaggi interagiscono, si contaminano, si scambiano i ruoli, entrano nella quarta dimensione del tempo: il fermo immagine video-fotografico, le installazioni ambientali, si animano sotto interventi gestuali di spray painting, di proiezioni, di azioni  esibitivo-performative, spesso sconfinanti sul piano sonoro.
Viana Conti


mercoledì 17 settembre 2014

Vis-à-vis #6 Chiara Coccorese | Chiave di Sol Alexander Hahn | Luminous Point a cura di Viana Conti con Nicola Davide Angerame

...da vedere...




Vis-à-vis #6

Chiara Coccorese | Chiave di Sol

Alexander Hahn | Luminous Point


a cura di Viana Conti con Nicola Davide Angerame
Opening venerdi 19 settembre 2014 ore 18.00 – 22.00
ore 19.00 introduzione alla mostra dei curatori
dal 20 settembre al 31 ottobre 2014
orari d’apertura: da martedì a venerdì, ore 15.00 | 19.00
sabato su appuntamento info: +39 348 9031514
 

Chiara Coccorese – Chiave di Sol

Soglie di Viana Conti
La chiave, con la sua potenzialità di apertura, chiusura, lettura, soluzione interpretativa, scioglimento di un arcano, è una figura centrale dell’opera di Chiara Coccorese (Napoli1982), un’opera che si struttura intorno ad uno scenario allegorico, ad una molteplicità di segni, immagini e oggetti simbolici, ad un percorso iniziatico di conoscenza. Il titolo, con acronimo, Chiave di S.O.L., infatti è riferibile, nell’iter di meditazione gnostica, all’acquisizione di consapevolezza  da parte di un Soggetto che viva, in un tempo presente, la sua condizione di Oggetto attivo nel Luogo primario del suo risveglio spirituale, del suo oltrepassamento dell’ego. Le seducenti ed enigmatiche rappresentazioni di Chiara Coccorese, colorate o nelle sfumature seppia o bianco e nero, attraversate da luci e ombre, sono leggibili come stanze di affioramenti mnestici, di ricordi  infantili, di visioni ipnagogiche, di premonizioni del Caso o del Destino. I suoi viaggi silenziosi, verso Archetipi di ascendenza junghiana, si intessono di risalimenti al mito, a forme rituali o liturgie sacrali, a rielaborazioni mistiche, a scenari metaforici di ordine scenografico, letterario, teatrale, onirico, in cui protagonista è costantemente l’inconscio ed il cui destinatario è fatalmente l’osservatore. Non mancano riferimenti all’arte divinatoria attraverso le carte napoletane, francesi, i tarocchi, i dadi o attraverso segni o figurazioni simboliche rinvianti a felicità o afflizione, fortuna o malasorte, sortilegi, ma anche a fertilità, gravidanza, nascita, buoni affari, successo, energia, armonia.
La sua formazione d’artista, sull’area della pittura, del restauro e della scenografia, ha come esito un’opera in cui l’esperienza pittorica, connessa alla percezione fisica dei materiali un tempo utilizzati (cera d’api, carta, tela, plastilina, colori ad olio) si trascrive nel linguaggio della fotografia digitale senza perdere effetti sensoriali di spessore sinestetico. Chiara Coccorese crea il mondo che intende fotografare ricostruendo, come l’artista statunitense James Casebere (Lansing, Michigan 1953), inventore della fotografia allestita (realizza, dal 1992, modellini, tra gli altri, di luoghi e spazi dell’internamento e dell’isolamento, come prigioni, corridoi e sottopassaggi stradali) set virtuali nella bidimensione fotografica digitale o plastici nella realizzazione tridimensionale, ricorrendo, sovente, ad arredi in miniatura e a figure modellate nella plastilina. Altre cose che si sanno di lei. L’opera Chiavedi S.O.L. è stata segnalata tra i finalisti del Premio Cairo, con l’opera La stanza dell’acqua è finalista del concorso Smartup Optima, con la giuria composta dalla curatrice del premio Alessandra Troncone, insieme a Giacomo Guidi (direttore della galleria Giacomo Guidi), Olga Scotto di Vettimo (critica d’arte), Massimiliano Tonelli (direttore di Artribune), Bianco-Valente (artisti), Antonio Pirpan (direttore Comunicazione Optima Italia), Fabrizio Cappella (partner Arakne Communication). L’artista viene ancora selezionata, con Gian Luca Capozzi, per una mostra alla Sala Dogana-Giovani idee in transito in Palazzo Ducale a Genova.Lo scrittore inglese Jonathan Coe, autore nel 2012 del libro, collana Feltrinelli kids, Lo Specchio dei Desideri/The Broken Mirror, trova nelle tavole ideate da questa artista napoletana una tipologia di illustrazione che conferisce al suo testo un elemento di indecidibilità, rispetto all’ambiente in cui si svolge il racconto, delineando una terra di mezzo tra la cultura anglosassone e la cultura mediterranea. Nel mondo artistico di Chiara Coccorese entra anche la maschera partenopea di Pulcinella.Nella photopaint digitale del Circo, giostra della vita, il suo cappello a pan di zucchero diventa un innaffiatoio bianco capovolto, la tradizionale mascherina nera diventa un paio di inquietanti occhiali scuri. Nelle atmosfere carnascialesche, con accenni noir, nella rammemorazione onirica di giochi dell’infanzia, l’artista non cessa di interfacciare le soglie tra realtà e finzione, tra persone reali e figure immaginarie. La dimensione instabile, oscillante tra macro e microcosmo, disseminata di nonsense e assurdo, rinviante anche al Lewis Carroll di Alice nel paese delle meraviglie e di Dietro lo specchio, produce tensione e inquietudine, particolarmente quando la scena si sposta nell’ambiente familiare della quotidianità. Il circo, dal tendone rosa, la claustrofobica piscina dove affiorano enigmaticamente, come la parte emersa di un iceberg, le gambe di un’adolescente, attorniate da alcune carte da gioco galleggianti; le mini stanze arredate di cubi iperdimensionati o disposti a croce, misteriosamente abitate, sono anticamere che preludono all’entrata o all’uscita dall’inconscio, dal sogno. La letteratura sfuma nell’universo filmico di Federico Fellini o di Tim Burton, in quello artistico, che investe un ampio arco temporale, ora di un Pop Surrealism, in cui emergono riferimenti a scenari ludici, visionari, spettrali, magici, ora di unHorror Vacui rinviante al clima fiammingo, disseminato di orripilanti dettagli, dei grandi maestri Bosch e Bruegel, brulicante di mostri, di motivi alchemici e astrologici, di un’animalità indecente. In questo scambio tra quotidiano e immaginifico, si intersecano fotografia e pittura, scenografia e scultura. Le ermetiche mise en scène di Chiara Coccorese sono tavole uniche, composizioni a sé stanti, sia narrativamente che stilisticamente, proprio perché costruite come rebus, come campi oracolari, il cui comune denominatore è il percorso di riflessione dell’artista, alimentato dal suo fantasmagorico immaginario.

Nota biocritica – Chiara Coccorese
Chiara Coccorese (Napoli, 2 Agosto 1982) si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Napoli nel 2005 ed ha conseguito il Master in Fotografia Professionale. La sua ricerca artistica si orienta verso la creazione di immagini surreali ed oniriche, attraverso un uso combinato di fotografia, scenografia in miniatura, pittura ed elaborazione digitale. Il risultato è un lavoro dove verità e virtualità si confondono e si compenetrano attraverso i confini resi sfumati e pittorici. Nel 2012 Chiara Coccorese ha realizzato le illustrazioni del libro di Jonathan Coe Lo specchio dei desideri, edito in Italia da Feltrinelli e pubblicato in Francia (Gallimard), Grecia (Polis), Brasile (Record) e Olanda (Cargo), mentre nel 2013 è finalista del Premio Cairo. I suoi lavori sono stati esposti in numerose mostre e musei in Italia e all’estero, tra cui presso:  Museo della Permanente (MI); Palazzo Ducale (GE); Museo MADRE, (NA) ; Pristine Gallery, (Monterrey, MESSICO) ; Galleria Dino Morra, (NA);  PAN, (NA); “The Others”, (TO); MiArt2010, (MI); Galleria Fondaco, FotoGrafia Festival (ROMA); WhiteLabs Gallery,(MI); Galleria Paolo Erbetta, FG; Cell63 ArtGallery, (BERLINO); Art Raw gallery, (NY).


Alexander Hahn – Luminous Point

Appartamento come Deposito di memorie di Viana Conti
Il linguaggio digitale di Alexander Hahn esprime lucidamente, nel panorama internazionale dell’estetica contemporanea, il punto di sutura tra la ricerca artistica e quella scientifica, azzardando, attraverso spaesamenti temporali e spaziali, ipotesi, apparentemente fantascientifiche, che al contrario non cessano di  innervare i loro terminali nel tessuto della mente, della psiche e del sistema neuronale dell’uomo, estendendone le capacità cognitive e avviando un processo di trasformazione e di reazione del corpo stesso, come non ha mancato di anticipare il massmediologo Derrick De Kerckhove. Elaboratore attivo di dati e immagini, che l’ubiquità spaziale e temporale delle Reti gli propone senza soluzione di continuità, Hahn raccoglie la sfida di confrontare i termini di rappresentazione oggettiva del reale con quelli di una rappresentazione suggestiva del virtuale. Ibridando radicalmente paesaggi, figure, eventi, colti in tempo reale, con immagini, suoni, film, estratti dal flusso dei silenziosi canali elettronici, Hahn perviene paradossalmente alla creazione di un linguaggio di pura innovazione estetica, linguistica ed epistemologica.  Se i percorsi dello sguardo, la saturazione dei colori, l’individuazione dei punti luce, nelle sue simulazioni 3D, rinviano concettualmente a quelli dei dipinti di Jan Vermeer (Delft 1632-1675) e di Caspar David Friedrich (Greifswald 1774 – Dresda 1840), gli effetti di suspense sia sonora che visiva non possono non rinviare, per certi versi, a registi come Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick, Ridley Scott. L’installazione interattiva Luminous Point (2006), selezionata dalla Fondazione Bogliasco in collaborazione con la Confederazione Svizzera – Consolato generale di Svizzera a Genova e con la Pro Helvetia – Fondazione svizzera per la Cultura, programmata nell’ambito del Festival della Scienza 2008 e ospitata, da Sandra Solimano, negli spazi del Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, riflette ampiamente, insieme a una sequenza di stampe digitali, questa sua modalità di creazione ed espressione. La sfida percettiva verso lo spettatore comincia già a partire dalle prescrizioni impartite professionalmente dall’artista sulle dimensioni ottimali dello schermo (4 metri x 3)  e della sala  (6 m x 4 x 3) in cui avrà luogo la proiezione virtuale, pur sapendo che Luminous Point, l’avvolgente tour all’interno dell’appartamento di Hahn in Ludlow Street a New York, è pura simulazione, accadendo nello spazio immateriale e interattivo di un computer, scorrendo lungo  filamenti di interconnessione digitale. Questo è sufficiente per dire che quel luogo non esiste? Certamente no. Esiste l’appartamento reale come ne esiste la simulazione virtuale: si tratta di due diverse realtà che si interfacciano, con l’esito che si può percepire, come minimo a livello visivo e sonoro. A partire da uno spioncino, in una porta chiusa, si inizia la perlustrazione interattiva, invitati ad entrare in casa per scoprire, tramite un telecomando virtuale, non senza meraviglia, soffitti affrescati, architetture firmate, arredi d’epoca, ma, all’improvviso, anche un lavandino bianco infestato da mosche, un ventilatore immobile, tra crepitii, scricchiolii, rumori sinistri di una porta che si chiude, di un interruttore che accende la luce, di un giornale sfogliato durante un viaggio in aeroplano. Presenze incongrue come tracce organiche di animali o insetti avvisano che i virus della vita reale hanno già fatto razza con i virus, non meno insidiosi, del mondo  digitale. Lo spazio si apre e si avvolge a spirale intorno al visitatore, mentre un punto luce lo guida lungo le scale, tra corridoi labirintici, all’interno di una pupilla senza fondo che introduce a una serra con piante verdi. Di soglia in soglia, accompagnati verso l’altrove dalla presenza aerodinamica dello storico dirigibile Hindenburg (della Zeppelin), precipitato nella catastrofe di Lake Hurst del 1937, di colore azzurro, negli interni, argentato, in volo su aree metropolitane, infine bruno e fiammeggiante (come un grande sigaro che, incendiatosi, esplode)  si arriva, attraverso diaframmi di un possibile obiettivo fotografico, all’aperto: su una terrazza la pioggia, il vento, i tuoni, trasmettono sensazioni fisiche, mentre, all’interno, le pareti viola, l’imbottitura verde smeraldo di una sedia, un fascio di luce che investe l’occhio dell’artista, riportano alla condizione ipnagogica di un film transizionale.
L’artista svizzero è consapevole che, se da una parte i mezzi di comunicazione elettronica possono alterare la percezione della realtà, dall’altra, operando su un versante tanto tecnologicamente raffinato da sfiorare la sfera del magico e dell’onirico, possono restituire allo sguardo anestetizzato della massa, che resta una grande consumatrice passiva della Società dello spettacolo, nuove potenzialità di lettura critica, creativa, comunicativa, percettiva, alimentando visioni, costellazioni di senso, scenari, provocazioni, fortemente impressivi sull’immaginario collettivo profondo. Risvegliando dal loro sonno virtuale, sia digitale che analogico, metafore, simboli, archetipi, scenari ordinari e straordinari, Alexander Hahn fa interagire, anche  a livello subliminale, le sfere della natura e dell’artificio al punto da creare un’unica realtà, in grado di stimolare e alimentare simultaneamente i versanti dell’arte, del pensiero, della fisica, della chimica, della robotica, della coscienza artificiale, della psicologia, della poesia e, non ultimo, del gioco.

Nota biocritica  – Alexander Hahn
Alexander HAHN, nato nel 1954 a Rapperswil, Svizzera, Cantone di San Gallo, vive e opera, dopo Zurigo, stabilmente a New York, città dove si è trasferito nel 1980. Nel 1981-82 ha frequentato The Whitney Museum Independent Study Program a New York. Ulteriori soggiorni di ricerca nelle città di Roma, Berlino, Varsavia, Bogliasco-Genova. Tra il 1972 e il 1979  realizza performance, installazioni, S8, Video. I primi lavori con il computer risalgono al 1983. L’anno 1990 segna il punto di svolta da una modalità di produzione ibrida analogico/digitale a una puramente digitale. Scienza, tecnologia e filosofia investono gli aspetti della vita, del pensiero, dell’estetica contemporanea: Hahn ne analizza i punti di contatto, le contaminazioni, le forme di espressione visibili e non-visibili, gli effetti sulla sensorialità, sulla trasformazione dell’immaginario e del linguaggio conscio e inconscio. La sua opera è l’esito di una prima fase in cui gli stimoli, sorta di input luminosi, ricevuti dall’esterno, sprofondano nel buio dell’interiorità, da cui, in una seconda fase, riemergono trasformati in una dimensione spazio-temporale, filtrata dalla memoria, dall’emozione, dall’attività onirica. Musei internazionali si sono interessati alla sua opera, ripetutamente premiata da Borse di Studio della Confederazione Elvetica, dal Media Production Grant New York State Council on the Arts, dal Deutscher Akademischer Austauschdienst e, tra gli altri riconoscimenti, ha ottenuto una fellowship presso la Fondazione Bogliasco. Praticando l’artificio ottico, altamente seduttivo, dell’anamorfosi, le sue immagini realizzano l’assunto di fare interagire il visibile del fenomeno con l’invisibile dell’attività mentale. (Viana Conti)


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venerdì 10 maggio 2013

Solitudine allo Specchio | Antonio De Venezia - Giuseppe Bombaci - Eva Antonini | a cura di Viana Conti

Anche il grandissimo Bombaci in mostra a Biella!



 

Solitudine allo Specchio 

Antonio De Venezia - Giuseppe Bombaci - Eva Antonini 
a cura di Viana Conti



Solitudine allo Specchio è una proposta di mostra internazionale scaturita dalla passione per la pittura e la scultura di due collezionisti italiani. La mostra si inaugura domenica 19 maggio alle ore 18 nella galleria di Silvy Bassanese arte contemporanea. Gli artisti selezionati non sono necessariamente omogenei o vicini quanto alle loro scelte linguistiche, ai loro referenti, ai loro contesti culturali e nazionali, ma condividono un terreno figurativo comune: quello dell’uomo, del suo universo interiore, conscio e inconscio, della sua visione del mondo esterno, dei dispositivi di un immaginario sospeso tra l’onirico e l’esistenziale, del suo dialogo tra virtuale e reale. Progetto mosso forse da un’ottica diversamente critica, che, possibilmente, rifletta proiezioni di sé sull’opera come su uno specchio, a volte oscurato a volte impietosamente limpido, da un punto di osservazione che implichi un autoriconoscimento, o anche un desiderio di possesso, di fare di quell’opera una presenza quotidiana del proprio habitat, una finestra aperta sul proprio inconscio mediato da quello dell’artista. Sul piano del chiaroscuro, la mostra declina, nel ventaglio delle sue varianti, il contrasto cromatico, quello luministico e quello dei complementari, contrasti che sul piano pittorico accentuano il distacco tra figura e sfondo, conferendo profondità alla scena, sul piano scultoreo esaltano gli effetti plastici. Guardando all’opera di questi tre artisti, la dimensione chiaroscurale, pertanto, si esaspera nella scultura e nei bassorilievi di Eva Antonini e nei ritratti pittorici e grafici di Antonio De Venezia, mentre non cessa di praticare la terra di mezzo del grigio di payne nei dipinti di Giuseppe Bombaci. L’arte figurativa allo specchio non ha smesso di esercitare incantamenti e seduzioni.




INFO:

· Mostra a cura di Viana Conti

· Inaugurazione domenica 19 maggio 2013 ore 18

· Durata 19 maggio 2013 30 giugno 2013

· Orari della galleria:

Martedi – venerdi 16 – 19

Sabato domenica e festivi su appuntamento

· Silvy Bassanese arte contemporanea

Via G. Galilei 45 13900 Biella Italy

Tel 015355414 mob 3382540156

E-mail silvy.bassanese@libero.it