Le stanze misteriose di Vanni Cuoghi
a cura di Ivan Quaroni
dal blog di Ivan Quaroni
I Monolocali di Vanni Cuoghi
rappresentano l’esito finale di un lungo percorso di affinamento tecnico
e linguistico durato oltre dieci anni e, insieme, il sintomo di un
ritorno alle origini o meglio di un recupero di abilità, intuizioni e
capacità di visione che appartengono al suo più antico background
culturale. Sono il frutto di una grammatica costruita attorno alla
fusione di diverse pratiche, dalla pittura al collage, dal disegno alla
scenografia, fino al paper cutting, cioè all’arte di intagliare figure in fogli di carta per farne delle opere d’arte. Di fatto, i Monolocali
sono dipinti, in tutto e per tutto simili a quelli su tela, sebbene
abbiano la forma di oggetti tridimensionali in cui lo spazio illusorio e
quello reale e fisico scivolano l’uno nell’altro senza soluzione di
continuità. Si possono definire diorami, perché la logica compositiva è
quella dei plastici tridimensionali e delle maquette che appassionano i
modellisti.
Diorama è un termine francese che deriva dal greco διά
(attraverso) e ὅραμα (veduta). Indica, cioè, un oggetto attraverso il
quale si possono vedere delle cose. Non stupisce che la sua diffusione e
il suo successo nel diciannovesimo secolo siano attribuiti, tra gli
altri, a Louis-Jacques-Mandeé Daguerre, pittore e decoratore teatrale
che nel 1837 inventò un metodo per fissare le immagini riprese con la
camera oscura su un supporto sensibile in rame o argento (i famosi
daghrrotipi). Solo un uomo di teatro, avvezzo alla costruzione di
complessi allestimenti scenici, poteva inventare qualcosa di simile ai
moderni modelli architettonici.
Nei Monolocali di Vanni Cuoghi
c’è la memoria dei suoi trascorsi da scenografo, unita, però, a una
matura comprensione dei meccanismi inventivi della pittura. A prevalere
in queste opere, infatti, non è tanto la dimensione progettuale del
diorama, che semmai sussiste nella scelta di una cornice convenzionale,
di uno spazio scenico standardizzato equivalente alle dimensioni di un
foglio A4 entro cui si svolge l’azione ma, piuttosto, la logica
imprendibile della giustapposizione giocosa, dell’intuizione fulminea,
dell’errore fecondo.
Gli elementi che compongono queste
scatole prospettiche, questi teatrini misteriosi ed enigmatici, sono,
infatti, come le tessere di un puzzle ancora da definire. Personaggi,
oggetti, complementi d’arredo, carte da parati, piastrelle, decori sono
spesso realizzati in anticipo. Costituiscono, cioè, i frammenti di un
collage di là da venire, di un’immagine ancora da costruire. Alcuni
saranno usati, altri saranno scartati, altri ancora finiranno in
un’opera successiva. Non c’è una regola, un copione prestabilito
nell’assemblaggio di queste tessere, ma solo un’idea, un’intuizione,
insomma un indirizzo che può mutare nel corso dell’opera. Come nell’atto
del dipingere, ciò che conta è il percorso, quel labirintico
susseguirsi di prove, errori e ripensamenti che portano,
inevitabilmente, a soluzioni impreviste e risultati inaspettati.
Ovviamente in quest’attitudine, che prende la forma di un vero e proprio modus operandi,
giocano un ruolo fondamentale la gioia e lo stupore della scoperta,
caratteristiche tipiche della ricerca di Cuoghi. Se queste stanze sono
piene di eventi sorprendenti, di storie al limite del credibile, sempre
in bilico tra una fantasia scatenata e una verosimiglianza ossessiva, è
perché l’artista stesso si apre alla conoscenza di un mistero più
sottile proprio attraverso l’adozione di una procedura non codificata.
Vanni Cuoghi non progetta mai la forma finale di un’opera, nel senso che
non prevede i dettagli, ma guida il processo verso l’espressione di una
sensazione o di un’atmosfera impalpabile.
Molti dei suoi Monolocali
contengono riferimenti biografici, tracce di vissuto che la memoria
sembra riattivare alla presenza di un profumo, di una luce, di un
colore, di un suono. In un certo senso, le capricciose narrazioni
dell’artista formano una sorta di diario intimo e sinestetico delle sue
peregrinazioni. Genovese di nascita e milanese d’adozione, Cuoghi ha
vissuto gli anni da studente nel capoluogo meneghino, abitando una
pletora di appartamenti molto piccoli. Il monolocale o, se preferite, la
stanza, è diventata per lui, come per molti studenti, la metafora di
una condizione esistenziale e, insieme, il simbolo di un certo tipo di
formazione. Gli ambienti ristretti, i compromessi della convivenza e
della condivisione, le inevitabili economie di una vita libera, ma pur
sempre confinata in un perimetro definito, hanno contribuito ad acuire
la sua percezione dell’unità abitativa come spazio funzionale e, allo
stesso tempo, autonomo.
La stanza, esattamente come il
palcoscenico, è una scatola prospettica in cui convergono illusione e
realtà, è un teatro di accadimenti che vanta una lunga tradizione tanto
nella letteratura, quanto nella pittura e nel cinema, dai Delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe alla Stanza di Arles di Van Gogh, fino alla Redrum di Shining e alla stanza rossa di Twin Peaks.
Vanni Cuoghi adotta questa convenzione
iconografica, trasformandola in un formato, in una misura che delimita e
circoscrive le classiche unità di luogo, tempo e azione. I suoi Monolocali
sono tutti, tranne qualche rara eccezione, rettangoli orizzontali di
21×30 centimetri che l’occhio dell’osservatore riconosce,
inconsciamente, come una grandezza familiare, dato che è quella delle
risme di carta che acquistiamo per le nostre stampanti domestiche.
La natura delle invenzioni dell’artista,
in questo caso, è piuttosto affine al genere letterario degli enigmi
della camera chiusa[1], e soprattutto a certe misteriose visioni di René Magritte (L’assassin menacé, 1926-27), Max Ernst (Une semaine de bonté, 1934) e Paul Delvaux (Abandon, 1964) dominate da un’atmosfera di sinistra attesa e d’ipnotica inquietudine.
Mentre da un lato i Monolocali
rappresentano una sfida formale sul piano compositivo e, insieme, un
tentativo di tradurre nel linguaggio visivo memorie e sensazioni
personali, dall’altro essi approdano a una dimensione surreale che ha
più a che fare con l’esplorazione dei meandri del subcosciente. È vero,
infatti, che l’artista trae spesso spunto dalla storia dell’arte o
dall’immaginario della cultura popolare, ma è altrettanto chiaro che il
risultato finale corrisponde alla formulazione di una personalissima
sigla pittorica, di uno stile coerente e originale dove il significato
eventuale delle immagini retrocede, per lasciare campo a una moltitudine
di letture e interpretazioni.
Certo, è possibile rintracciare, qua e
là, una serie di rimandi, discretamente disseminati tra le pareti delle
sue camere chiuse come, ad esempio, negli unici due Monolocali
dipinti su tela, che simulano le profondità e le ombre dei suoi diorami
con una tecnica da perfetto illusionista. Mentre nel primo, intitolato Monolocale n. 17 (tinto), compare un evidente riferimento alla tradizione degli azulejos, le celebri piastrelle in ceramica smaltata che ornavano i palazzi nobiliari di Spagna e Portogallo, nel secondo, intitolato Monolocale n. 19 (le ciliegie),
gli indizi del personaggio che spia la coppia attraverso una porta
socchiusa e il quadro con una natura morta di ciliegie appeso alla
parete, alludono a due celebri dipinti di Giulio Romano e di Giovanna
Garzoni.
Nel diorama Monolocale n. 14 (tonnata), invece, la donna alla fune è ispirata a una sequenza del video Orient di Markus Shinwald, l’artista che ha rappresentato l’Austria alla 54° Biennale di Venezia, mentre l’interno di Monolocale n. 18 (la lettera) è rubato a una scena del film Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza (2014) di Roy Andersson, così come la protagonista in primo piano cita, evidentemente, La lettera d’amore di Jan Vermeer (1669-1670).
Aldilà dei riferimenti abilmente
occultati nella trama di queste scatole del mistero, ciò che conta è,
piuttosto, l’impiego di sorprendenti soluzioni grafiche e compositive.
La più ricorrente è l’incursione di un elemento sinistro, di un’entità
informe che frantuma muri e pavimenti delle stanze, minacciando la
quiete di questi interni borghesi. È come una sorta di apocalittico deus ex machina,
un intervento esterno e imprevedibile che assume, di volta in volta,
sembianze diverse. È un famelico organismo tentacolare nei Monolocali n. 2 e n. 3 e in Bilocale n. 1 (MM1 Pasteur); una nera sostanza fluida in Monolocale n. 10; una colossale trave di legno precipitata dal soffitto in Monolocale n. 18; un fiotto sanguigno che squarcia il parquet di Monolocale n. 13 (barbecue).
In questi, come in altri casi, l’evento non ha un carattere
necessariamente negativo. Semplicemente, si tratta di una trasposizione
visiva del modo in cui a volte i ricordi e le sensazioni irrompono
violentemente nella nostra coscienza. Come in Monolocale n. 11 (odor di basilico), dove l’evento scatenante è la memoria olfattiva del basilico di Prà appena colto, o in Monolocale n. 12 (l’astice),
in cui è il sapore, questa volta immaginato attraverso il racconto di
alcuni amici, di un noto crostaceo del Maine. A ben vedere, Cuoghi
adombra il racconto a puntate della propria biografia di gourmet e di
voyeur sotto le mentite spoglie di una crime story o di un weird tale,
costruisce un mistero fittizio per celebrare i fasti dell’esperienza e
dell’immaginazione. Così, finisce per somigliare a quei grandi artisti
visionari che seppero raccontare la vita nelle forme traslate della
metafora e dell’analogia. Forse perché, come diceva Jorge Luis Borges, “il reale è quello che vede la maggioranza”.
Info:
VANNI CUOGHI, Monolocali: tutte le mattine del mondo.
a cura di Ivan Quaroni
GALLERIA AREA B, Via Marco D’Oggiono n 10 Milano
OPENING: 14 maggio h 18.30
dal 14 maggio al 23 luglio 2015/ 14 May – 23 July 2015
Lunedì/monday h. 15.00 -18.00,
martedì-sabato/Tuesday-Saturday h. 10.00-13.00 15.00-18.00
02 89059535
UFFICIO STAMPA/PRESS OFFICE
ch2 comunicazione e progettazione eventi culturali, Milano / Bologna
Chiara Chiapparoli cc@ch2.it t 328 8967283
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