RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!






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mercoledì 25 gennaio 2017

Giacomo Montanelli: un talento naturale!



Di Giacomo Montanelli in queste pagine ho già parlato diverse volte. 
E' un artista toscano, ora milanese di adozione per gli impegni assunti a Brera, che si è già fatto notare in diverse occasioni. Personalmente lo considero un talento naturale e lo seguo da diverso tempo oramai.

Oggi su l'edizione on line di Repubblica.it Firenze gli vengono dedicate ben 9 pagine, relative alla sua partecipazione all'iniziativa della Libreria Brac di Firenze nel progetto Brac's art on table visibile fino al prossimo 5 febbraio (vedi http://firenze.repubblica.it/tempo-libero/2017/01/25/foto/firenze_alla_brac_i_paesaggi_di_giacomo_montanelli-156861116/#1).

A breve, tra l'altro, il magazine SMALL ZINE, sembra pubblicherà una sua intervista rilasciata a Gregorio Raspa...

Giacomo Montanelli: un talento naturale!

venerdì 20 maggio 2016

ERA ORA!!!




Finalmente è stata smascherata una organizzazione dedita alla produzione di opere false. 
Dei meschini che hanno minato e lordato per molti anni un mercato nobile e concentrato alla divulgazione della bellezza e della cultura.

I carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Firenze, tempo fa, vennero a controllare anche le opere in nostro possesso (parlo di noi come Casa d'Arte San Lorenzo). Nello specifico le opere di Nino Caffè insieme a quelle degli altri autori citati nell'articolo. 
Alla fine delle verifiche, il sottoufficiale dell'arma incaricato di svolgere questo arduo compito, ci fece i propri complimenti per non avere trovato alcuna irregolarità. 

Questa non dovrebbe essere una eccezione degna di menzione, ma la prassi! 

Eppure molti, che spesso propongo opere ad un prezzo invitante, sono osannati come mercanti onesti perchè non speculano sui prezzi... certo, perchè le opere che trattano sono senza alcun valore. 
Diffidate sempre dagli "affari". 
Nel bene o nel male, la qualità e la garanzia hanno un prezzo e non lasciatevi influenzare dal canto delle sirene. 
L'arte è cosa seria, così come la maggior parte dei mercanti e dei galleristi che troppo spesso vedono minato il loro lavoro (già schiacciato da una tassazione iniqua e molto altro) da speculatori spesso affabili e gentili...

Leggete l'articolo apparso su Repubblica.it (vedi http://bari.repubblica.it/cronaca/2016/05/19/news/bari_quadri-140121552/).

sabato 7 maggio 2016

Vi ricordate di Fabiano Parisi?

"Il mondo che non vedo", Mercati generali di Roma (2009)


Vi ricordate quando 10/12 anni fa proponevo l'opera del giovanissimo fotografo Fabiano Parisi?
Con grande piacere vi racconto dove è arrivato, anzi lo racconta Ludovica Amoro dalle pagine web di Repubblica...

leggete qui

venerdì 7 marzo 2014

Dal sito di Repubblica... Musei Civici gratis a Milano



Trasferisco questa notizia che ho trovato sul sito di Repubblica (http://milano.repubblica.it)...

per tutti i milanesi e per coloro che saranno a Milano durante il Prossimo Salone del Mobile (http://www.cosmit.it/en/salone_internazionale_del_mobile)




Milano, musei civici gratis per tutti dall'8 al 13 aprile 2014 per il Salone del mobile

L'iniziativa riguarderà Museo del Novecento, Museo Archeologico, Museo di Storia naturale, Musei del Castello Sforzesco, Palazzo Morando, Acquario civico, Galleria d'arte moderna e Museo del Risorgimento. In concomitanza, a Palazzo Reale, la mostra 'Bernardino Luini e i suoi figli'

Il Salone del mobile, in calendario alla Fiera di Milano a Rho dall'8 al 13 aprile, offrirà l'ingresso gratuito ai musei civici di Milano. I visitatori del Salone, ma anche i cittadini milanesi e i turisti, potranno entrare gratuitamente al Museo del Novecento, Museo Archeologico, Museo di Storia naturale, Musei del Castello Sforzesco, Palazzo Morando, Acquario civico, Galleria d'arte moderna e Museo del Risorgimento e conoscere le loro importanti collezioni artistiche, scientifiche e naturali. A finanziare il mancato incasso di una settimana di musei è Cosmit con uno stanziamento di 30-40 mila euro.

Continua a leggerete l'articolo su:

mercoledì 5 febbraio 2014

Un vergogna solo italiana: ADDIO MACRO! dal sito di Repubblica...

Leggo sul sito di Repubblica (http://roma.repubblica.it) questo articolo a firma Carlo Alberto Bucci, che sottoliena ancora una volta l'inettitudine e l'incapacità tutta italiana. L'ennesimo esempio di cattiva gestione che porta sempre più in basso la povera e martoriata Italia dell'arte e della cultura!

 

Addio Macro: la caduta di un museo
senza contratti né mostre

Sono quindici i lavoratori che lasciano in queste ore gli uffici di via Reggio Emilia. Intanto, la direzione artistica resta vacante

"Cari amici, il mio incarico al Macro è chiuso. Ho mandato una mail con indicato chi rimane". Questo l'sms spedito ieri da Maria Bonmassar che priva il Museo d'arte contemporanea di Roma del suo capo ufficio stampa. E che straccia il velo sul futuro del museo bifronte, diviso tra le sedi di Nomentana e Testaccio. Un domani nero, con poche centinaia di migliaia di euro in cassa dal 2013. E con un 2014 senza certezze se non quella che "a giorni dovrebbe essere pubblicato il bando, pronto da tempo, che ci darà il nuovo direttore", assicura l'assessore alla Cultura, Flavia Barca. Il bando era stato annunciato dal sindaco il 3 novembre. Ora si spera che presto arrivino i curricula... 

per leggere l'articolo nella sua completezza, vai su:

http://roma.repubblica.it/cronaca/2014/02/05/news/addio_macro_la_caduta_di_un_museo_senza_contratti_n_mostre-77715133/ 


sabato 4 agosto 2012

Paolo Ceribelli sul sito di Reubblica...

Scopro con immenso piacere la presenza dell'amico e raffinato artista, Paolo Ceribelli, nella pagina web di LaRepubblica-Milano (http://milano.repubblica.it/) e nello specifico all'indirizzo: http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/08/03/foto/un_mondo_di_soldatini_di_plastica-40281994/1/



"I soldatini di plastica con cui si divertono i bambini diventano arte: sono la materia prima di tutte le opere di Paolo Ceribelli, esposte alla galleria Glauco Cavaciuti di via Vincenzo Monti, a Milano. Accostandone decine e decine con infinita pazienza, l'artista compone vortici variopinti e planisferi multicolore. "Per i suoi lavori Ceribelli usa oggetti di plastica perfettamente riconoscibili nella loro forma e attribuisce loro una funzione di stimolo visivo che va oltre l'aspetto ludico degli oggetti stessi" spiegano dalla galleria (Lucia Landoni)"

domenica 19 febbraio 2012

L' INGANNO DEL CRITICO

Qualche giorno fa, esattamente il giorno 5, è stato pubblicato sulle pagine di Repubblica, questo articolo dell'ormai stranoto Prof. Jean Clair ( http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/02/05/inganno-del-critico.html ). L'ho letto e rliletto. L'ho lasciato lì a decantare fino ad oggi, per farlo "ossigenare" come si fa quando si stappa una bottiglia di vino millesimato... C'è qualcosa che non riesco a fare mio. Se condiviredere o no, il Clair/Pensiero... ma dopo un ragionevole periodo di tempo, non essendo riuscito a risolvere il mio interrogativo, ho deciso comunque di pubblicarlo sul blog e trasferire a voi il privilegio della soluzione. Buona lettura.


JEAN CLAIR

L' INGANNO DEL CRITICO

Provo sempre un sentimento di disagio quando mi si applica la qualifica di "critico d' arte". L' origine del termine è tra le più incerte, il suo impiego è tra i più vaghi, la sua serietà tra le più contestate. Poiché requisito dell' arte è il silenzio - Poussin diceva che «la pittura concerne le cose mute» - il critico d' arte non potrà che esserne la protesi, una sorta di ventriloquo dell' arte. L' etimologia della parola sembra, in verità, suffragare questa interpretazione. È un termine che rinvia a una condizione di malessere che è forse quello di cui oggi soffre l' arte. In ogni caso è in questa prospettiva che l' attività "critica" acquista un senso. Proveniente dal greco krinein, la parola avrebbe un' origine medica e si riferirebbe a quel momento - krisis - dell' evoluzione della malattia giudicata pericoloso, difficile, decisivo. E critico è il medico che sa ravvisare quel momento, influenzando così la prognosi. La critica d' arte come attività specifica compare, in effetti, in un momento in cui, dopo tanto risplendere, l' arte comincia ad essere preda della malattia o di ciò che Manet - che ne fu uno spettatore consapevole - chiamerà la sua "decrepitudine". L' attività critica diventa un rimedio a questo male. Il critico è, dunque, una invenzione recente, che risale all' incirca al XVIII secolo. Non vi era crisi nell' arte arte antica, nell' arte d' Antico Regime. Non vi erano dei "critici" ma dei giudici, incaricati di verificare la conformità delle opere a dei canoni,a delle norme invariabili, a dei programmi iconografici precisi. Non si critica la muscolatura di un eroe la cui figura è conforme al canone di Policletoo di Vitruvio. Non si critica la rappresentazione di una Deposizione dipinta da un artista per un convento. Si verifica se esse siano conformi a dei programmi, dei trattati di proporzione, dei dogmi religiosi, dei paradigmi. Credo che sia proprio nel momento in cui il corpo dell' arte si ammala, che il critico d' arte entra in scena. Pensiamoa Diderote alle sue critiche dei Salons, scritte quando le opere d' arte non rispondono più a una committenza pubblica, religiosa o principesca, ma sono l' espressione di un gusto individuale in vista di un pubblico profano. È anche il momento in cui la nozione di "Belle Arti", rispondente a regole, canoni, teorie, paradigmi, scompare a profitto de "l' Arte" tout court, qualità propria ed inimitabile di un individuo che si vuole creatore e si crede un genio. È allora che, a partire dal 1750, in corrispondenza con questa scomparsa, nasce l' Estetica, una nuova scienza che si accinge a prendere in esame l' infinita varietà delle sensazioni e la diversità delle sensibilità corporee, senza più tener conto dei canoni antichi. Fintanto che l' arte era destinata agli Dei e ai Potenti, la valutazione critica - fenomeno umano, troppo umano - non aveva alcun senso. È quando l' arte diventa oggetto di diletto per dei privati che vediamo l' emergere di una critica privata e di quel bizzarro mestiere - a malapena un mestiere - a cui andrà il nome di critico d' arte. Fin dalla sua origine, tuttavia, l' arte è sempre stata sottomessa alla parola. La formula di Cicerone, docere, delectare, movere, che definisce l' arte della parola, la retorica, verrà presto estesa all' arte plastica, l' arte delle forme e dei colori, anche essa capace di eloquenza e, dunque, di "ben dire". Nicolas Poussin - ancora lui! - farà propria la formula: docere et delectare. Colui che parla dell' arte, l' oratore, il critico, sarebbe, in fondo, la voce che spiega e che forse impartisce direttive alle voci del silenzio, alle voci delle Belle Arti. Non ci dimentichiamo che Fidia stesso fu un oratore e che, in musica, l ' Offerta musicale di Bach viene composta sul filo della lettura dell' Istituzione oratoria di Quintiliano. Quel che bisogna conservare, e non criticare, è questo dialogo tra le arti - la pittura, la musica, l' architettura, la retorica - perché, pur rispondendo a discipline diverse, esse obbediscono tutte alla stessa armonia. Eppure il dialogo è venuto meno. Il tempo in cui un' unica e uguale armonia dettava le leggi di un quadro, di una composizione musicale, di un' architettura o di un corpo umano si è concluso. Nato da questo dialogo spezzato, un nuovo regime si instaura a partire dal momento in cui il critico d' arte si fa carico della responsabilità che fino ad allora era stata di pertinenza dello scrittore, del musicista, del poeta, per diventare il ventriloquo di un' arte che, privata del suo rigore retorico, è più muta e confusa che mai. E - peggio ancora - per imporsi come una sorta di spettro che viene ad abitare il corpo muto della pittura, fino a dirigerne dall' interno gesti e atti. Una critica d' arte? Piuttosto un magistero sconfinante con l' ossessione spiritica. Se i programmi iconografici o le regole estetiche scompaiono è allora a profitto di programmi politici, presto chiamati manifesti. Il critico non può che mettersi al servizio di un programma, diventa un portavoce, meglio ancora un profeta che apre la via e che battezza: la sua missione non è più quella di difendere un canone ma una causa. Da consigliere delle corti e dei salotti a eminenza grigia del regime il passo sarà breve. Se la politica si è estetizzata, presto sarà l' estetica a politicizzarsi. I nuovi "critici" saranno Bottai o Lounatcharski, ma presto anche Jdanovo Goebbels (egli stesso scrittore), al servizio di despoti capaci di ridurvi al silenzio, all' ergastolo. La critica non ha più posto nella divulgazione di un' arte che è ridiventata un' arte ufficialee di culto. Il fatto che ogni gesto sia codificato, ogni attitudine conforme, ogni sorriso sottoposto a verifica, ma anche ogni colore vagliato esclude l' intervento di qualsivoglia esercizio "critico". Questo va da sé. Ma, a rischio di apparire paradossali e provocatori, andiamo oltre, in direzione dell' arte "borghese" favorevole alla critica "formalista": quale critico avrebbe osato, negli anni ' 30, criticare le forme dell' avanguardia, che nel frattempo erano diventate delle formule? Chi avrebbe osato criticare la doxa del cubismo,o le prescrizioni maniacali degli adepti dell' astrazione geometrica alla Mondrian? Una volta di più, il critico non era un compagno di strada, ma colui che forniva le formule, i programmi. Impone le parole d' ordine, le formule, i manifesti e all' artista di ubbidire. L' impostura si spingerà ancora più lontano quando, negli anni ' 60, finito da tempo il programma utopico delle "avanguardie", si continuerà nondimeno a usare il termine "avanguardia", a servirsene come di un marchio di fabbrica, di uno slogan di cui il critico diventa allora l' uomo sandwich. Più tardi, negli anni ' 90, quando l' impostura divenne ancora più evidente, si inventò il termine di "arte contemporanea" per distinguere colui che nella attuale produzione emergeva munito di una qualità che lo rendeva - lui e lui solo - capace di garantire della qualità della "contemporaneità" come di un grado superiore di presenza al momento presente, e che fa sì che Jeff Koons sia più "contemporaneo" di Botero- quando in realtà sono entrambi ugualmente kitsch. Il critico ridiventò allora il personaggio centrale di questa manipolazione. C' era bisogno di una operazione singolare, di una sorta di catalisi perché la sua parola assumesse la forza di un dogma. La catalisi la si ottiene aggiungendo ai suoi lati due figure essenziali: lo storico d' arte e il mercante. Il mercante è quello che fornisce la mercanzia, lo storico d' arte colui che ne attesta la provenienza. Al critico non resterà più che autentificarne la qualità e tentare di descriverla con le sue parole. Se parlo con tanta convinzione di questo processo è perché io stesso ne ho fatto parte. Non sono più un critico d' arte da molto tempo, ma lo sono stato quanto basta per avere la misura dei limiti di questo strano mestiere. Nel 1970 creai, poi diressi per quattro anni, una rivista di avanguardia, Chroniques de L' Art Vivant. Assai prima di riviste come Art Press o Teknikart, che oggi danno il "la" in fatto di mode estetiche, L' Art Vivant fu la prima a lanciare in Francia la passione dell' avanguardia. Vi apparvero i primi articoli su artisti, allora pressoché sconosciuti, come Boltanski e Buren - ne fui l' autore-e sulle prime stelle della Scuola minimalista americana come David Judd o Robert Ryman. Vi pubblicammo anche le prime interviste a Joseph Beuys e un numero speciale consacrato agli artisti dissidenti dell' Unione Sovietica, che mi valsero una convocazione minacciosa dell' Ambasciatore dell' Urss a Parigi. Nel 1974 misi fine a questa esperienza. Avevo sperimentato l' impostura che poteva rappresentare una pubblicazione consacrata a dei movimenti così detti d' avanguardia. Avevo visto com' era possibile, nel giro di sei, otto mesi, lanciare sul mercato dell' arte nomi o prodotti. La condizione era quella di riuscire a creare quella triade miracolosa di cui ho parlato prima: mettere d' accordo fra di loro per osannare lo stesso artista, un conservatore di museo, tutto eccitato di riscaldarsi ai fuochi dell' attualità, uno storico d' arte, ugualmente felice di lasciare i suoi studi per riscaldarsi al calore degli atelier dei giovani creatori, un giovane critico ambizioso e naturalmente un mercante per aiutare, sul piano materiale, questa trinità a rivelare al profano i misteri dell' Avanguardia... Potei inoltre verificare, come aveva mostrato McLuhan, che il supporto, il medium, diventava il messaggio. Poco importava l' oggetto: era la sua esposizione, la sua messa in valore, il modo di fotografarlo, le parole per descriverlo che lo facevano esistere, non il suo valore intrinseco. Questa esperienza delle arti fittiziee dei mercati ingannevoli mi allontanò per sempre dalla critica. Vi acquistai una certezza: che la storia dell' arte moderna e contemporanea è fatta di cliché - nel senso quasi tecnico del termine - e che era venuto il momento di scriverla. Intrapresi questa riscrittura in due modio su due scale. Intendevo fare vedere che la concatenazione delle scuole e dei movimenti d' avanguardia era una illusione retrospettiva di cui bisognava liberarsi. Così ideai due mostre che mi valsero la reputazione di reazionario o di revisionista. Nei Realismi tra le due guerre del 1981 (Centre Pompidou), cercai di smentire la doxa secondo cui l' arte tra le due guerre aveva segnato il trionfo dell' astrattismo e l' inizio del primato dell' arte americana. In realtà, tra le due guerre, dalla "Neue Sachlichkeit" tedesca ai "Valori Plastici", si era fatto ritorno al soggetto, al classicismo e alla forma. E nel 1995, per il centenario della Biennale di Venezia, tentai ugualmente, con la mostra Identità-Alterità, di dimostrare che l' arte del XX secolo aveva segnato il trionfo del ritratto. Al contempo le mie curiosità sull' arte di oggi mi spinsero a cercare degli artisti viventi il cui genio potesse corrispondere a questa storia rivisitata di cui cercavo di riscrivere le tappe. Si trattava ancora di critica? Sì se, come abbiamo visto, si intende con ciò l' arte del terapeuta che formula una diagnosi. O ciò che Kant aveva definito come critica in relazione alla Ragion pura e da cui noi non avremmo mai dovuto scostarci: una rivoluzione copernicana del nostro modo di comprendere il mondo a prescindere dalle mode e dai capricci dei nostri sensi. (Traduzione di Benedetta Craveri) I - JEAN CLAIR

lunedì 17 ottobre 2011

TRIENNALE BOVISA: in chiusura

Leggo sul sito di Repubblica una notizia che mi lascia basito. La Triennale Bovisa salta, chiude! Ma come, non più di un anno fa sembrava che Triennale dovesse aprire succursali in Asia, a New York, e non ricordo più dove, ed ora chiude un luogo che per fascino non eguali e che forse, solo per cattiva gestione, non è riuscita nel suo intento! Mah... sarà ma incomincio a non capire più nulla...

articolo originale su:

Triennale, addio alla Bovisa
al suo posto arriverà il Ciak

Gli ingressi si erano dimezzati rispetto ai primi anni. E lo spazio interessa al teatro,
che lascia la Fabbrica del Vapore. Rampello: "Adesso andrà ripensata la funzione"

di SARA CHIAPPORI

Grandi manovre in Bovisa: in marzo chiude la Triennale, potrebbe arrivare il Ciak. Sul fermo della sede decentrata di Triennale, il presidente Davide Rampello si affretta a precisare che è «per manutenzione». Vero, ma è altrettanto vero che urge un ripensamento sul futuro dello spazio espositivo, inaugurato nel 2006 fa come avanguardia di un progetto più ampio che avrebbe dovuto rilanciare l’intero quartiere. «Triennale Bovisa — continua Rampello — nasce come struttura provvisoria, dove il termine provvisorio va letto nel senso latino del termine: “providere”. Era il volano per riqualificare la zona in sinergia con altre realtà: il Politecnico, l’Istituto Mario Negri, gli studi di Telelombardia. Un gesto innovativo che rivendico. Come rivendico la qualità e la quantità di mostre realizzate: Hans Hartung, Crepax, l’arte contemporanea turca, i writers prima che li sdoganasse Sgarbi».
Allestita a tempo di record in sei mesi sui terreni di proprietà di EuroMilano, oggi Triennale Bovisa necessita di un intervento di manutenzione, strutturale ma soprattutto di concetto. «Vogliamo cambiare, darci un’identità ulteriore — prosegue Rampello — che faccia i conti con un contesto in rapida evoluzione. I costi di gestione sono altissimi: più che uno spazio dove fare mostre, Triennale Bovisa potrebbe diventare il luogo dove mettere in mostra la creatività delle imprese e dell’artigianato milanese».
Un passo indietro dettato dall’affluenza di pubblico in evidente calo? «Per niente. Nei primi quattro anni abbiano fatto una media di 65mila presenze annue. Ammetto che ultimamente siamo scesi intorno alle 35mila, ma il problema non è questo».  Tutto da inventare il possibile futuro, che qualcuno comunque mette in dubbio: in Bovisa, Triennale potrebbe anche non riaprire. «Nient’affatto — replica Rampello — ci fermiamo in marzo per la manutenzione. Plausibilmente si potrà ricominciare l’anno prossimo». Vedremo.

Nel frattempo in Bovisa potrebbe sbarcare il Ciak, ancora in tormentosa ricerca di una sede definitiva. Già, perché il tendone allestito alla Fabbrica del Vapore, dove il teatro si è trasferito cinque anni fa dopo lo sfratto dalla storica sala di via Sangallo, va spostato. Non piace all’assessore alla Cultura Stefano Boeri che sull’area di via Procaccini ha altri progetti: «Uno spazio del contemporaneo a tutti gli effetti — spiega —  che esclude la tensostruttura del Ciak . Va smantellata prima della settimana del Salone del Mobile». Dunque entro aprile. Gianmario Longoni, che al Ciak di via Procaccini quest’anno ha programmato un solo spettacolo a lunga tenitura (il musical londinese Priscilla, da gennaio a marzo) incassa e guarda verso la Bovisa.

«Potrebbe essere la soluzione — commenta — anche se vorrei ricordare che prima del nostro arrivo la Fabbrica del Vapore era praticamente morta. Ciò detto, mi interessa dare una casa definitiva al Ciak. Gli interlocutori ci sono: in primis Alessandro Pasquarelli, amministratore delegato di EuroMilano, che da tempo mi invita a pensare a questa ipotesi. Bovisa è un luogo molto bello ma difficile. Il trasferimento dovrà essere accompagnato dagli adeguati investimenti».
(12 ottobre 2011)