RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!






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martedì 13 dicembre 2016

Marica Fasoli – Aurea - a cura di Ivan Quaroni

Scrive così Ivan Quaroni nel saggio critico prodotto per la mostra personale di Marica Fasoli a Zola Pedrosa...

"L’arte astratta è sovente il prodotto di un processo di stilizzazione o geometrizzazione di elementi visivi, percepiti sensibilmente o mentalmente. Altrimenti, può essere la conseguenza di una traslazione gestuale d’impulsi fisici ed emotivi. Raramente, però, contempliamo la possibilità che l’immagine di un oggetto reale possa generare una visione fondamentalmente astratta."

Una mostra che sicuramente merita la scoperta di questa brava giovane artista...



Marica Fasoli – Aurea
A cura di Ivan Quaroni
Inaugurazione 26 Dicembre 2016 ore 17.30
dal 26 dicembre 2016 al 4 febbraio 2017
Ca’ la Ghironda Modern Art Museum
Via Leonardo Da Vinci 19, Zola Predosa (Bologna)
in collaborazione con Zanini Contemporary Gallery

martedì 30 settembre 2014

Femminile, plurale Rassegna in tre atti a cura di Alessandra Redaelli


Femminile, plurale
Rassegna in tre atti a cura di Alessandra Redaelli

 

Secondo Atto | Lo sguardo sul mondo
Terzo Atto | Gli spazi del sogno
Biffi Arte racconta in tre mostre le voci più nuove e originali dell’arte italiana al femminile.


Palazzo Pirola
P.zza della Repubblica 1 - Gorgonzola – MI

18 ottobre | 09 novembre
inaugurazione sabato 18 ottobre ore 18
con la performance Nonsonomaistataunabambina, di Giovanna Lacedra con Massimo Festi


Venticinque artiste per Palazzo Pirola

A Palazzo Pirola siamo alla seconda tappa della rassegna Femminile, Plurale. Un super evento che raccoglie venticinque tra i nomi più interessanti del panorama artistico femminile in Italia.

Una doppia tappa perché qui, a un passo da Milano, dal 18 ottobre al 9 novembre si incontrano le protagoniste di due mostre nate sotto il segno di Biffi Arte. La prima, Lo sguardo sul mondo, dal 27 giugno al 3 agosto ha raccolto nella galleria di Piacenza gli sguardi di 14 donne. Dalle fotografie poetiche di Alessandra Baldoni agli spazi infiniti dipinti da Linda Carrara, dai labirinti di alberi di Marika Vicari ai cantieri brulicanti di Marina Previtali, dai fiori carnali di Chiara Albertoni a quelli imponenti di Brigitta Rossetti, dalle stanze silenziose di Tina Sgrò alla folla caotica di Liliana Cecchin. E poi le ragazze di Elisa Rossi, i soffici pattern di Cristina Iotti, i caleidoscopi di Claudia Scarsella, il caos fatato di Loredana Galante, i bambini più veri del vero di Marica Fasoli, fino alla musica, fotografata in vibrazioni da Marina Giannobi.
La seconda mostra, Gli spazi del sogno, aprirà i battenti il 22 novembre a Piacenza per concludersi l’8 febbraio dell’anno prossimo, e raccoglierà altre undici voci uniche e inconfondibili. A raccontare il sogno, la fantasia. Qualche volta l’incubo. Ecco allora qui, a Palazzo Pirola, in anteprima un assaggio dei loro lavori.
I sogni di Alice Colombo si concretizzano in collage vaghi, gremiti di piccoli dettagli da inseguire con lo sguardo come in una caccia al tesoro. Sono bambine che portano al guinzaglio uccelli multicolori oppure sono balene incagliate tra i rami di un albero, protagoniste di storie raccontate in un tono lieve e sussurrato. Federica Gonnelli invece ricrea il sogno attraverso installazioni che accolgono lo spettatore come un abbraccio avvolgente, tutte giocate su luci soffuse e trasparenze, in un continuo sdoppiarsi e modificarsi della realtà. Se Jara Marzulli con una pittura liquida, leggerissima, evoca figure femminili senza tempo, fermate in un momento sospeso di abbandono e di meditazione, danno invece un’idea di forza guerriera le donne che Adele Ceraudo interpreta nei suoi minuziosissimi disegni a penna, dove lei stessa si trasforma nelle protagoniste delle più classiche iconografie dell’arte sacra. Una realtà “altra”, vibrante, mobilissima, fatta di una materia trasparente dalle suggestioni acquatiche è quella creata dalle mani di Annalù. Con lei la vetroresina diventa schiuma brulicante, onda, ala di farfalla, entità viva, respirante e fatata. Se Ieva Petersone ci porta con i suoi dipinti in un mondo algido e perfetto, scandito in stanze dalle atmosfere metafisiche, dove le icone del design diventano protagoniste di spazi dagli ipnotici equilibri geometrici, di tutt’altro genere è lo spazio nel quale ci invita Chiara Coccorese. Le sue fotografie, costruite come collage pieni di oggetti creati o recuperati da lei, ci precipitano oltre lo specchio di Alice, in un mondo dove le proporzione si annullano, i punti di riferimento si invertono, invitandoci a galleggiare in una sensazione di inquieta
beatitudine. E poi c’è Florencia Martinez, con le sue fotografie stampate su stoffe dai colori accesi, rutilanti, con i suoi ricami che sono racconti di vita e con le sue installazioni dove gli oggetti della casa, ricoperti di stoffa e di soffici aculei, si fanno al tempo stesso accoglienti e minacciosi. Ilaria Del Monte, con le sue fanciulle prigioniere di stanze incantate, dove gli specchi riflettono immagini irreali e gli oggetti prendono vita. Francesca De Pieri, che con le sue fotografie di cave e orti botanici, stampate su doppia lastra trasparente, ci offre uno sguardo nuovo, vibrante e pulsante sulla natura. E Giovanna Lacedra, con una serie di acquerelli onirici ispirati alla poesia femminile (da Sylvia Plath ad Anne Sexton) e con la performance Nonsonomaistataunabambina – in programma per l’inaugurazione – dove mette in scena l’incubo dell’infanzia male amata e il risveglio alla vita.


SCHEDA INFORMATIVA

Mostra collettiva arte contemporanea

Titolo: Lo sguardo sul mondo e Gli spazi del sogno

A cura di: Alessandra Redaelli

Artisti: Alessandra Baldoni, Brigitta Rossetti, Chiara Albertoni, Claudia Scarsella, Cristina Iotti, Elisa Rossi, Linda Carrara, Liliana Cecchin, Loredana Galante, Marica Fasoli, Marika Vicari, Marina Giannobi, Marina Previtali, Tina Sgrò - Adele Ceraudo, Alice Colombo, Annalù, Chiara Coccorese, Federica Gonnelli, Florencia Martinez, Francesca De Pieri, Giovanna Lacedra, Jara Marzulli, Ieva Petersone, Ilaria Del Monte

Performance: Giovanna Lacedra - Massimo Festi

Allestimento a cura di: Alessandra Redaelli e Vania Elettra Tam


INFO PUBBLICO

Palazzo Pirola
P.zza della Repubblica 1 (angolo con Vicolo Filippo Corridoni)
20064 Gorgonzola – MI
www.palazzopirola.it

INAUGURAZIONE:
sabato 18 ottobre ore 18

ORARI:
venerdì 16,00/19.00 - sabato e domenica 10,00/12,00 – 16,00/19,00

INGRESSO GRATUITO

CATALOGO:
“Femminile, plurale: Lo sguardo sul mondo” sarà in mostra
“Femminile, plurale: Gli spazi del sogno” sarà in mostra dal 22 novembre presso la Galleria Biffi Arte a Piacenza

MOSTRA ORGANIZZATA DA:
Galleria Biffi Arte - P.zza Sant’Antonino - Via Chiapponi 39 - 29121 Piacenza
Info: tel 0523.1720408 - www.biffiarte.it

MEDIA PARTNER:
Frattura Scomposta contemporary art magazine - www.fratturascomposta.it

UFFICIO STAMPA:
Angela Ianni - Galleria Biffi Arte - tel 0523.1720408 - galleria@biffarte.it - www.biffiarte.it

sabato 10 maggio 2014

2 ANIME OGNI COSA E’ ILLUMINATA



2 ANIME
OGNI COSA E’ ILLUMINATA

17 maggio - 7 giugno

a cura di ALBERTO D’ATANASIO
presso l’ ALBORNOZ PALACE HOTEL
Via Giacomo Matteotti 16 –Spoleto (PG)
DAL 18 MAGGIO AL 7 GIUGNO 2014
INAUGURAZIONE
SABATO 17 MAGGIO ORE 18.00
Ci allieterà con alcuni brani musicali l’arpista Maria Chiara Fiorucci
Per info telefonare allo 0743 221221 – info@albornozpalace.com

Marica Fasoli ci fa perdere e ritrovare in un dialogo che attiene più agli esiti di ciò che potrei definire ascolto interiore o più semplicemente contemplazione. Gli abiti senza la persona che li ha indossati sono l’evidenza metafisica della presenza di un corpo che ha lasciato segno di sé in un involucro costruito dall’uomo. Percepiamo visivamente un abito, ma ciò che leggiamo è che l’infinitamente grande si è trasferito nell’infinitamente piccolo e pertanto non può avere volto; ogni soggetto di Marica Fasoli è essenza di chi l’ha indossato. L’involucro ha l’incanto di quell’energia che ha pervaso fin dall’inizio del viaggio quel corpo ed ora è lì nell’indiscutibilità della sua assenza, per sempre fissa in quell’immortalità che solo l’arte sa donare. Le scatole dipinte di Marica altro non sono che il meraviglioso universo in cui l’occhio esplora cose già viste, ma questi oggetti sapientemente ricostruiti con la tecnica a olio, che questa artista conosce in maniera scientifica avendo praticato per anni il sapiente mestiere del restauratore, permettono di recepire lo spazio stesso che il contenitore propone. L’oggetto diviene soggetto in virtù dell’emanazione che l’insieme suscita. quei dipinti che riproducono scatole e il loro contenuto permettono di fissare il tempo con quel meccanismo che si attiva esplorando cose consuete, semplici, che sfioriamo e guardiamo distrattamente ogni giorno. Se l’anima ha bisogno di un involucro per animarsi e manifestarsi allora in questo contesto Marica Fasoli ci indica quei connotati che sono mappa per ritrovare i ricordi e, tramite loro, lo specchio dove si riflette il nostro vero volto, quello che non ha tempo né conosce tempi. Il fare arte di Marica Fasoli permette che gli oggetti comuni diventino punti essenziali perché l’osservazione di un’opera acquisisca un valore esistenziale. In un mondo del mercantile effimero, le icone di quest’artista diventano vero e proprio paradosso. L’oggetto dimenticato, usato, banale nella sua riconoscibilità quotidiana, diviene emblema e simbolo. Il gioco del bimbo, la trina di un vestito da sposa, la massa rinfusa di bottoni dentro uno scomparto, la camicia che fa presumere la fisicità del corpo che la indossava, altro non sono che i connotati che ci permettono di riconoscerci nel tempo vissuto e in quello presente; Marica offre all’osservatore il senso vero delle cose che rendono questo passaggio terrestre meno anonimo. È come se lei rendesse figura le parole del grande poeta contemporaneo Roberto Lerici, che termina la poesia “Quest’amore” con questa frase: “prima che il nulla tutti ci divori che venga, venga presto il tempo in cui ci s’innamori”. Nel fare arte di Marica Fasoli, l’anima torna a richiamare l’immanenza, quasi che per contrasto e per armonia, lei eterea per antonomasia, non possa fare a meno della corporeità. E nell’alchimia del laboratorio quest’artista riproduce tessuti, la porosità di giunchi intrecciati e oggetti che nelle sue icone assurgono a reliquie di un tempo senza tempi. La metafisica perde la sua malinconia e ritrova una nuova musicalità.
Alberto D'Atanasio

Il tempo trascorso non consente di ricordare esattamente se sia nata prima l’idea di realizzare una struttura ricettiva polifunzionale qual'è l’Albornoz Palace Hotel o, nell’inconscio, quella di un posto in cui gli ospiti della città potessero trovare una testimonianza concreta dell’importanza che Spoleto, fin dagli anni ’50, si era venuta conquistando a livello nazionale ed internazionale nel campo dell’arte contemporanea.
Comunque, sin dall’inizio, si aveva in mente di dare corpo e vita ad un luogo dove fosse piacevole sostare, in grado di offrire qualcosa di diverso, di più di un albergo di grandi dimensioni dotato anche di un centro congressuale.
Era necessario fare in modo che opere di artisti scelti ed invitati, non fossero disgiunte dall’architettura degli ambienti che le ospitavano ma che esse stesse concorressero alla definizione e alla valorizzazione degli spazi.
L’avventura iniziò dalla Hall con la grandiosa realizzazione di Sol Le Witt, l’artista che, scegliendo l’Italia ed in particolare Spoleto per viverci diversi mesi l’anno, ha in tal modo confermato il suo amore per la città. Sentimenti di stima reciproca ormai ci uniscono e questa prima esperienza ha spinto ad esplorare la stessa strada anche con altri artisti, di formazione ed espressività diversa, che si sono resi disponibili a misurarsi con gli ambienti dell’Albornoz Palace Hotel, animati tutti dalla convinzione di poter contribuire a farne una realtà viva in Umbria ed un punto di riferimento per quanti sanno apprezzare il linguaggio artistico contemporaneo.
Anche con loro è nata stima ed amicizia che ci ha unito e ci unisce, così pure ai molti critici che spesso ci onorano di un loro soggiorno o semplicemente di una loro visita.
Sandro e Fabio Tulli (AlbornoZ Palace Hotel)

sabato 1 febbraio 2014

Marica Fasoli - Essenza e Presenza



MARICA FASOLI
"ESSENZA E PRESENZA"
Vernissage Domenica 2 FEBBRAIO alle ore 18.00
l'artista interverrà con il critico Alberto D'Atanasio

La mostra è patrocinata dal Comune di San Benedetto Po (MN)
Durata della Mostra: 2 - 23 febbraio 2014



MARICA FASOLI


E' nata a Bussolengo (Vr) nel 1977. Vive e lavora a San Giorgio in Salici (Vr). Dopo aver conseguito nel 1995 il diploma di Maestra d’Arte al Liceo Artistico Statale di Verona sez. Accademia, nel 1997 si specializza in Addetto alla Conservazione e Manutenzione dei manufatti artistici su legno e tela con il massimo dei voti presso gli Istituti Santa Paola di Mantova. Nel 2006 ottiene anche la specializzazione in Anatomia Artistica presso l’Accademia di Belle Arti 'Cignaroli' di Verona.

Dopo i primissimi anni come restauratrice nei quali affina una tecnica di precisione insuperabile dal 2002 si dedica sempre più alla pittura di propria produzione. Dal 2006 concentra la propria espressività e ricerca artistica in ambito figurativo iperrealista, ricerca che l'ha portata negli ultimi anni alla formulazione di due filoni espressivi distinti:

- la 'gente invisibile', ossia camicie/felpe/magliette dove, pur mancando il soggetto fisico, si percepisce la corporalità di chi le indossa, lasciando totale libertà all'immaginazione dell'osservatore relativamente alle emozioni vissute in quel momento da parte del soggetto 'ritratto'. Inoltre, o forse soprattutto, questa ricerca vuole anche spingere alla riflessione sul contrasto tra superficie e contenuto, tra essere ed apparire, e lo vuole fare, ed è questa l’originalità, rappresentando il ‘contenitore’ e non cio’ che contiene.

- il "3D", ossia scatole/cassette postali/imballaggi in genere, dove il contenitore, molto spesso lacerato, rotto, strappato, lascia intravedere oggetti i piu' vari (chitarre, biciclette, giocattoli, ecc.ecc.), in una ricerca dove la rappresentazione iperrealistica e tridimensionale dell'oggetto si fonde con la volontà di suggerire una riflessione sul contenuto stesso dell'opera.

Ha partecipato ed ottenuto riconoscimenti in vari premi e concorsi, esposto in gallerie, arte fiere, Musei e Fondazioni, tra cui: Museo di Santa Giulia a Brescia, Villa Contarini (54ma Biennale di Venezia), Fondazione Matalon a Milano, Museo Internazionale della Musica a Bologna, Palazzo delle Esposizioni Sala Nervi a Torino, Palazzo della Permanente a Milano, Museo Civico Parisi-Valle a Maccagno (Va), Castel Sismondo e Palazzo del Podestà a Rimini, Mambo Villa delle Rose a Bologna, Museo Pecci di Arte Contemporanea a Prato.



L’Anima di questa Mostra vuole essere intesa e divenire oggetto di ispirazione per chi guarda, non solo come Essenza del Divino nell’uomo, ma anche come Presenza dei simboli archetipi che danno vita e voce alla persona interiore. L’Anima è anche la parte più intima e profonda del nostro io che contiene le passioni, gli odi, i sentimenti più profondi e importanti: la fucina delle emozioni, essenze e luogo dove Eros e Psiche, mente e cuore si incontrano dando vita e raffigurazione ai ricordi.

Alberto D’Atanasio
Docente di Storia dell’Arte e Semiologia dei linguaggi non verbali

ZANINI CONTEMPORARY GALLERY
San Benedetto Po (Mantova)

domenica 26 gennaio 2014

ANIME PERDUTE – ANIME RITROVATE a cura di Alberto D'Atanasio



ANIME PERDUTE – ANIME RITROVATE
a cura di Alberto D'Atanasio

OPERE di:
Marica Fasoli
Stefania Orru'
Roberta Serenari
Elisabetta Trevisan

Vernissage 31 gennaio 2014 ore 17.00
CERP - Centro Espositivo Rocca Paolina
Perugia - Piazza Italia 11

Testo critico:

Questa mostra è nata quasi per caso, più per esigenze curatoriali che per il raggiungimento di obiettivi artistico-estetici. È stato veloce come quando si assiste alla prova generale, quella prima del debutto, per una sinfonia. L’orchestra è lì nella cavea, il direttore è lì al centro non indossa il frac, è vestito normalmente, guarda gli orchestrali, i cantanti solisti e i coristi, illustra il proprio punto di vista sul contenuto e l'impostazione generale del componimento musicale. Nei leggii ci sono i fogli con le partiture e in quello del direttore, oltre alla bacchetta, c’è una matita che servirà per correggere le battute in relazione a come gli orchestrali eseguiranno il tema e le variazioni. Il tema è l’anima perduta e quella ritrovata, che in questo progetto vuole essere intesa e divenire oggetto di ispirazione non solo come essenza del Dio nell’uomo, ma anche come presenza dei simboli archetipi che danno vita e voce alla persona interiore.
L’anima è anche la parte più intima e profonda del nostro Io che contiene le passioni, le rabbie, i sentimenti più intensi e più importanti; una vera fucina delle emozioni.
L’anima come essenza e luogo dove eros e psiche, mente e cuore, si incontrano dando un senso al vissuto e vita al tempo presente.
L’anima come laboratorio magico dell’azione creativa dove si da immagine e forma all’immaginato, a ciò che non si può, talvolta, esprimere a parole.
L’anima è anche il concetto junghiano dell’Animus, cioè la parte del maschile che è nella donna, e dell’Anima, la parte del femminile che invece abita in ogni uomo.
L’anima come unione e scissione, intensa e sublime, tra persona e personaggio.
La creatività e l’arte rendono liberi e donano la capacità dei bisogni che esulano dalla sfera materiale.
Gli artisti sono talvolta persone per natura rivoluzionarie perché mal si adeguano a ciò che è regola imposta e predisposta da altri.
Gli artisti sono liberi e spesso inconsapevolmente pretendono di essere liberanti per quanti vogliono ancora provare ad emozionarsi e percepire sensazioni, passioni, voglia di vivere col cuore e con la ragione dei sentimenti. È così che ho voluto immaginare questa mostra, un tema, un direttore e quattro orchestrali, ma in effetti se è l’anima che si perde e si ritrova, allora, è anche vero, che ognuna di queste, straordinarie artiste, sono direttrici d’orchestra e allo stesso tempo orchestrali. Marica Fasoli, Stefania Orrù, Roberta Serenari, e Elisabetta Trevisan dirigono, con le loro opere, me, che cercherò di collocare quelle stesse opere al meglio perché la sinfonia sia ben interpretata e poi dirigono colori, forme, soggetti affinché poi nell’insieme si possa rivelare quel suono che non ha bisogno di tante parole ma solo di contemplazione e meditazione. Fasoli, Orrù, Serenari, e Trevisan hanno la prerogativa di creare immagini che hanno il sapore antico del mistero e come tale va svelato addentrandosi dentro la figura. Ogni opera è una sorta di percorso dove l’anima si perde e si ritrova.

Marica Fasoli ci fa perdere e ritrovare in un dialogo che attiene più agli esiti di ciò che potrei definire ascolto interiore o più semplicemente contemplazione. Gli abiti senza la persona che li ha indossati sono l’evidenza metafisica della presenza di un corpo che ha lasciato segno di sé in un involucro costruito dall’uomo. Percepiamo visivamente un abito, ma ciò che leggiamo è che l’infinitamente grande si è trasferito nell’infinitamente piccolo e pertanto non può avere volto; ogni soggetto di Marica Fasoli è essenza di chi l’ha indossato. L’involucro ha l’incanto di quell’energia che ha pervaso fin dall’inizio del viaggio quel corpo ed ora è lì nell’indiscutibilità della sua assenza, per sempre fissa in quell’immortalità che solo l’arte sa donare. Le scatole dipinte di Marica altro non sono che il meraviglioso universo in cui l’occhio esplora cose già viste, ma questi oggetti sapientemente ricostruiti con la tecnica a olio, che questa artista conosce in maniera scientifica avendo praticato per anni il sapiente mestiere del restauratore, permettono di recepire lo spazio stesso che il contenitore propone. L’oggetto diviene soggetto in virtù dell’emanazione che l’insieme suscita. quei dipinti che riproducono scatole e il loro contenuto permettono di fissare il tempo con quel meccanismo che si attiva esplorando cose consuete, semplici, che sfioriamo e guardiamo distrattamente ogni giorno. Se l’anima ha bisogno di un involucro per animarsi e manifestarsi allora in questo contesto Marica Fasoli ci indica quei connotati che sono mappa per ritrovare i ricordi e, tramite loro, lo specchio dove si riflette il nostro vero volto, quello che non ha tempo né conosce tempi. Il fare arte di Marica Fasoli permette che gli oggetti comuni diventino punti essenziali perché l’osservazione di un’opera acquisisca un valore esistenziale. In un mondo del mercantile effimero, le icone di quest’artista diventano vero e proprio paradosso. L’oggetto dimenticato, usato, banale nella sua riconoscibilità quotidiana, diviene emblema e simbolo. Il gioco del bimbo, la trina di un vestito da sposa, la massa rinfusa di bottoni dentro uno scomparto, la camicia che fa presumere la fisicità del corpo che la indossava, altro non sono che i connotati che ci permettono di riconoscerci nel tempo vissuto e in quello presente; Marica offre all’osservatore il senso vero delle cose che rendono questo passaggio terrestre meno anonimo. È come se lei rendesse figura le parole del grande poeta contemporaneo Roberto Lerici, che termina la poesia “Quest’amore” con questa frase: “prima che il nulla tutti ci divori che venga, venga presto il tempo in cui ci s’innamori”. Nel fare arte di Marica Fasoli, l’anima torna a richiamare l’immanenza, quasi che per contrasto e per armonia, lei eterea per antonomasia, non possa fare a meno della corporeità. E nell’alchimia del laboratorio quest’artista riproduce tessuti, la porosità di giunchi intrecciati e oggetti che nelle sue icone assurgono a reliquie di un tempo senza tempi. La metafisica perde la sua malinconia e ritrova una nuova musicalità, per queste sue opere consiglierei di farsi accompagnare dalle melodie dei brani: “Missing Words e Save a place for me” di Piers Faccini


Stefania Orrù ci fa perdere e ritrovare nella costruzione delle sue opere che sono manifestazione di un percorso in cui si percepisce inizio e fine. Lei pone la riflessione su quella rara situazione in cui l´artista esplicita la sua essenza nell´opera d´arte e questa ha la sua genesi e si sviluppa nei ricordi e nella dilatazione di questi nel presente. Ogni suo quadro nasce da un´attenta analisi delle sensazioni, delle emozioni e dei sentimenti che si evidenziano nei tratti del viso, negli sguardi, nei movimenti del corpo e nella gestualità. L´idea, in Stefania, nasce sempre da un’introspezione, il suo obiettivo è dar voce e forma a ciò che voce e forma può avere soltanto attraverso il lavoro dell´artista. È come dire che è l’anima ad essere figurata attraverso il suo fare immagine con pennelli, colori e ossidi. Lei raffigura il femminile come fosse l´unica chiave per accedere ad un universo che si apre solo a chi è capace di sentire o guardare non solo con i sensi. Per Modigliani gli occhi che, per volontà dichiarata, dipingeva raramente, erano l´unico accesso per arrivare all´anima dell´individuo e per dipingerla, e in Orrù gli occhi sono la porta perché la semplice osservazione si trasmuti in contemplazione, quasi che la figura ritratta riesca a contemplare colui che guarda e passa. Ciò che propone quest’artista non è fissare un’immagine in modo che diventi concetto astruso, o un monumento al tempo passato, o perché torni e resti alla memoria, la sua eccezionalità sta nel fissare un’emozione generata nell´attimo dell’incontro con l’opera affinché chi osserva abbia la consapevolezza di vivere un momento unico e irripetibile. Le espressioni dei suoi volti hanno la malinconia e talvolta la serietà di chi vive in un mondo incomprensibile che non regala comprensione. L´opera è solo un pretesto che deve liberarsi delle infrastrutture retoriche, per questo la materia dei suoi colori si veste di trasparenza e di luce che non è fisica ma mentale, cosmica, spirituale, la luce indefinibile dell’anima.
Ogni opera di Stefania Orrù è sintesi di un arrivo e di una nuova partenza. Sembra quasi che il tempo abbia corroso le sue immagini senza però intaccarne l’essenza che si rivela in sguardi penetranti, in pose elegantemente sinuose; è la nuova icona della veritas che in Orrù non ha bisogno di nudità, ogni suo quadro è come un canto dimenticato che quando lo si riascolta ci fa accorgere di essere ancora vitali. Per guardare queste sue opere consiglierei le suggestioni del brano “divenire” di Ludovico Einaudi.

Roberta Serenari ci fa perdere e ritrovare con la forza dell’evocazione. Ogni suo quadro è uno sguardo preciso e diretto negli antri dell’anima e se per i padri della psicologia l’animus era diviso in tre persone, quali il bimbo, l’uomo e il vecchio, allora potrei dire che la filosofia estetica che muove quest’artista è una sorta di ponte che permette all’osservatore di valicare le rive del presente e tornare ad esplorare quelle rive lasciate ieri, fino a percorrere il ponte e giungere a terre distanti che ricordiamo, per poi addentraci fino a quelle più remote che necessitano di impegno e memoria. Le immagini di Roberta sono metamorfosi di quei pensieri che si evocano con i ricordi. Le opere di quest’artista uniscono in maniera mirabile il surrealismo di Magritte e la metafisica di Savinio, è così che il tempo nello spazio magico del quadro si ferma e l’icona diventa varco dove perdersi per ritrovarsi. Ed è mirabile come la sua filosofia estetica sia suffragata armonicamente dalla tecnica pittorica, dal disegnato, dalla cura del particolare che concorre come un orchestrale a far sì che la partitura sia ben eseguita. L’opera è lì, sembra avvertirci, Roberta Serenari, “guardate e non abbiate paura di addentrarvi perché è in questa magica esplorazione che si ritroverà quel tempo magnifico rimasto ancora intatto prima che il tempo adulto lo avesse reso opaco”. Il linguaggio visivo non è soltanto dall’opera verso l’osservatore ma più che altro il contrario: non è l’opera che si espone all’osservatore ma è questi che guardando l’opera entra in essa ed espone se stesso a se medesimo. Non esiste utopia, nelle sue raffigurazioni, né irrealtà, esiste solo la voglia di sperare oltre il possibile, oltre la mera ed evidente realtà. In ogni suo dipinto è presente, nell’immagine complessiva o nel particolare della figura, il concetto di porta come varco verso dimensioni che appartengono alla sfera onirica, ma nelle sue figure l’universo onirico, il sogno, non sono effimeri, ma realtà che si realizzano nell’anima di chi guarda. Quando l’osservatore contempla l’opera di Roberta Serenari si trova come davanti a una mappa in cui può trovare la strada per ritrovarsi o per perdersi di nuovo i simboli che lei sapientemente rappresenta sono i quadranti e i punti cardinali servono perché la rotta, sia che ci si perda sia che ci si ritrovi, abbia comunque un senso. Roberta possiede una tecnica assoluta, confesso che mi sono perso a scovare la trama tra la pennellata che descrive velature, e quella che invece tinge zone più vaste. Ho seguito lo sfumato che rende eterea la massa e quello più cupo che rende l’oggetto prossimo ad uscire dal quadro. La Serenari è un’artista che sa suonare in maniera ottimale il suo strumento, per queste sue opere ho pensato a un brano poco conosciuto di Eugenio Finardi: “Una scala per la luna”.

Elisabetta Trevisan fa perdere e ritrovar l’anima con la freschezza di una donna che non ha risentito né del tempo e né dei tempi. Lei ha la freschezza e la spontaneità di chi ha la consapevolezza di essere diversa, per vocazione e condizione, dal resto della gente. È questa diversità che l’accomuna alla Fasoli, alla Orrù e alla Serenari, ed è la condizione che purtroppo o per fortuna rende ogni vero artista una sorta di alienato o un extraterrestre, una stranezza in mezzo a tanta, spesso troppa, normalità. C’è una filosofia estetica a cui ha corrisposto un fare arte che all’inizio degli ani ’50 ha mantenuto intatti quei valori stilistici che sono propri di un universo culturale che attiene al racconto per immagini, al simbolismo e all’affabulazione. Questa filosofia ha fatto in modo che il progresso non distruggesse quei connotati che permettono, tutt’ora, al futuro di avere comunque delle radici nella tradizione, al progresso una memoria storica da cui attingere, e al caos di divenire cosmo e non inconsapevole disordine. È da qui che a mio parere, nasce la genesi estetica e storico-artistica che rende possibile una congrua lettura delle opere di questa mostra e, in particolare, di Elisabetta Trevisan. Il suo fare arte dimostra un’alta maestria nello strutturare la composizione. Nulla è lasciato alla casualità, come solo una donna sa fare, quest’artista armonizza le zone del quadro in modo che lo spazio disegnato possa risultare infinito pur nella cromaticità satura che lo ricopre. Formidabile è la sua conoscenza della semiologia antica e come riesca a mescolare questa sapienza con la sagacia che solo le donne possiedono con i colori le linee e i soggetti. Le figure risultano misteriose ed enigmatiche; quasi che l’osservatore sia invitato a leggere, capire, interpretare e allo stesso tempo a leggere, capire interpretare se stesso. È il senso antico della catarsi: guardo il quadro e il dialogo tra oggetto e soggetto permette alle figure interiori di riemergere e di innescare il gioco fantastico di riscoprirsi ancora capaci di emozionarsi. La giostra comincia il suo giro e passano le immagini della memoria, i ricordi, le fantasie, i sogni che vorremmo almeno risognare. Ogni sua immagine è dunque pura rivelazione, i suoi soggetti, tutti al femminile, sono tanti oracoli che invece di svelarci arcani ci parlano di emozioni evocate da uno stile elegante in cui il linguaggio degli occhi delle figure formano un dialogo sottile ed intimo con l’osservatore. La staticità è solo nell’apparenza, è come se un vento si fosse fermato all’improvviso, giusto il tempo necessario perché quel preciso attimo si possa vestire d’eternità. Mirabile è la trasparenza che riesce a infondere nei colori e a tutta la tonalità, è come se la secessione viennese e il surrealismo abbiamo trovato nella filosofia estetica di Elisabetta Trevisan la giusta maturazione, la giusta voce, una nuova anima e questa volta tutta al femminile. Il brano che suggerisco d’ascoltare è “Beside You” Simply Red.

Alberto D’Atanasio

martedì 22 ottobre 2013

Marica Fasoli "2ANIME", a cura di Alberto D’Atanasio




Marica Fasoli "2ANIME", a cura di Alberto D’Atanasio

Musei di Santa Giulia
Via dei Musei 81/b,  25121  Brescia
Il giorno dell’inaugurazione ingresso via Piamarta
Dal 15 Novembre al 15 Dicembre 2013
Dal Martedi alla Domenica 9,30 - 17,30


Questa esposizione al museo Santa Giulia di Brescia nasce e si sviluppa come naturale conseguenza della mostra personale “3Dpinti”, che Marica Fasoli ha tenuto a Milano nel 2010.
Ciò che la differenzia è la prerogativa, il percorso che è stato motivo ispiratore delle opere e le raffigurazione del pensiero della Fasoli che qui vuole esplorare in maniera più ampia l’interno del contenitore, degli involucri che contengono quell’ineffabile e incorporea essenza che chiamiamo Anima.
I due generi di opere che verranno esposti a Brescia si caratterizzano in una diversità che nella magia delle opere della Fasoli diventa complementare. Sia le camicie indossate ( invisible people ), che le scatole, sono CONTENITORI o meglio involucri. Involucri di ANIME.
Ce ne parla il curatore Alberto D’Atanasio: “La mostra “ 2 ANIME “ vuole avviare una sorta di dialogo tra il visitatore e i due valori visivi che compongono lo stile unico di Marica Fasoli, la raffigurazione surreale dell’incorporeità dell’ anima attraverso ciò che la contiene e la rappresentazione quasi metafisica delle scatole, dei contenitori che accolgono quegli oggetti piccoli che compongono quell’infinitamente piccolo in cui l’infinitamente grande si rivela. Gli oggetti della Fasoli riscoprono l’universo della memoria e dei ricordi, quasi che quelle scatole e quegli involucri altro non siano che i luoghi dove l’anima trova il modo di manifestarsi.
Tutti gli oggetti portano i segni di questo loro uso ed è proprio questo logoramento del tempo che costituisce l’anima dell’oggetto e che ci può rivelare molto dell’universo di chi con l’oggetto rivive il suo passato, i ricordi. Ciò che è lo scopo di questa mostra al Santa Giulia, continua D’Atanasio, è che gli oggetti rivelano il linguaggio arcaico e quanto mai moderno dell’anima, perché in effetti, le opere della Fasoli suscitano emozioni, sensazioni , in definitiva sentimenti, cioè tutto quel pianeta del cuore che insieme alla razionalità degli oggetti danno voce all’interiore dell’uomo, all’anima.
Nelle opere della mostra “2 Anime” ogni opera è una sorta di ponte in cui si rivela il concetto ispiratore, ma soprattutto si gioca con gli oggetti dipinti, con questa perfezione assoluta che la Fasoli riesce a creare con una tecnica assoluta e un’anima, è il caso di dirlo, veramente d’artista.
Gli oggetti dipinti diventano simboli perché in ogni opera c’è l’intento filologico che quest’artista ha elaborato affinché il messaggio potesse essere più chiaro e vibrante possibile. Nell’opera intitolata “THE MIRROR’, ad esempio, si vedono delle spillette in una scatola di cartone, con una visione speculare. “Noi quando ci guardiamo attentamente allo specchio siamo come una scatola aperta dove possiamo vedere riflessi i nostri sogni, le nostre passioni, i nostri punti di forza e le nostre debolezze, mentre le spille rovesciate a mostrare l’ago rappresentano le incognite della vita.”
Nella serie “INVISIBLE PEOPLE”, colui che guarda l’opera diventa protagonista della stessa, nel senso che in base al proprio stato d’animo ed al suo vissuto, potrà immaginare le emozioni e le espressioni del personaggio rappresentato nel dipinto.
Queste opere vogliono essere una riflessione sulla differenza e l’importanza tra l’essere e l’apparire e come nel mondo di oggi si guardi sempre di più all’esteriorità, al personaggio che la maggior parte di noi si costruisce, piuttosto che alla vera essenza della persona.
Questi personaggi attraversano delle PORTE, simbolo della scelta individuale di intraprendere la strada più difficile alla ricerca di valori più profondi, attraverso una comprensione della propria interiorità e alla ricerca della propria ANIMA.

martedì 12 ottobre 2010

Marica Fasoli alla Fondazione Mattalon sotto la guida di Luca Beatrice

Marica Casola non la conosco personalmente, conosco il suo lavoro e mi piace. Ecco perchè mi sento obbligato di riferire di questa mostra anche se già in corso, anzi quasi a metà per-corso...
Sotto la curatela di Luca Beatrice espone alla prestigiosa Fondazione Mattalon in Milano. Da vedere!


Mostra personale di Marica Fasoli "3Dpinti - Message in a box", a cura di Luca Beatrice
L'idea della mostra ha il suo punto forte nella convinzione che ci siano, oggi, ancora buoni margini di esplorazione nell'ambito dell'iperrealismo. É indubbio che il criterio guida,in questo tipo di rappresentazione artistica, abbia sempre mirato alla  “verosimiglianza” più estrema: un'arte come imitazione del reale, con l'obiettivo di fare apparire vero ciò che vero non è. Con la creazione  visionaria in terza dimensione di altre realtà (virtuali),anche nell'arte il confine fra reale e non reale muta e diviene, in giochi e in ambiti,  d'imbarazzante reciprocità; parallelamente le definizioni in uso per descrivere i nuovi percorsi e le ricerche sin qui intrapresi, appaiono talvolta inadeguate. Per Marica Fasoli la sfida, tecnica e concettuale, sottintende linee ed ambitidi definizione comunque e primariamente legati alla pittura e alle sue possibili contaminazioni con materiali diversi : opere pittoriche dove però la tela cessa di essere il semplice luogo dell'evento-rappresentazione per diventare essa stessa parte integrante dell'oggetto rappresentato; Lo sviluppo della mostra prevede una serie di opere per le quali l'azzeramento progressivo della  percezione dell'inganno visivo, passa attraverso il sempre maggiore inganno tecnico e tridimensionale della percezione dello spettatore. Per alcune opere il profondo legame con la tradizione del trompe-loeil è evidente ed in parte voluto: vedasi alcuni elementi tipici come cordicelle, adesivi, fogliettini di carta impronte e pieghe. Tutti elementi che compartecipano alle definizioni di piano dove trasferire e catturare l'inganno della percezione. Parallelamente lascelta della scatola è una chiara citazione al soggetto contenitore che in tempi passati è stato variamente rappresentato nei suoi innumerevoli e diversi utilizzi ; ma l'attualità del lavoro di Marica Fasoli è invece lo sviluppo tridimensionale dell'oggetto contenitore nelle sue diverse definizioni: la pittura si trasferisce dal piano pittorico al volume dipinto per l'ingannevole gioco di pretesa oggettività. La scelta progettuale sembra circoscritta alla fascinazione dell'opera in sé e per se stessa e comunque solo marginalmente intrisa di preziosismi estetici ed accattivanti. Nell'ultima parte del progetto pittorico il distacco dalla tradizione del trompe-loeil è già avvenuto e manifesto: la tela diventa il luogo di un'azione risolta pittoricamente e parte integrante dell'oggetto tridimensionale; assistiamo ad una vera e propria  contaminazione fra l'oggetto reale ed una propria componente dipinta: l'inganno si trasferisce nell'estrema difficoltà di scindere la parte reale dell'oggetto con quello altrimenti realizzato con la pittura.


Museo Fondazione Luciana Matalon
Foro Bonaparte 67,  20121  Milano
Dal 29 Settembre al 22 Ottobre 2010
Dal Martedi al Sabato 10,00 - 19,00
From 29Th September to 22Th October 2010
From tuesday to  saturday 10,00 a.m. - 7 p.m.