
ANIME PERDUTE – ANIME RITROVATE
a cura di Alberto D'Atanasio
OPERE di:
Marica Fasoli
Stefania Orru'
Roberta Serenari
Elisabetta Trevisan
Vernissage 31 gennaio 2014 ore 17.00
CERP - Centro Espositivo Rocca Paolina
Perugia - Piazza Italia 11
Testo critico:
Questa mostra è nata quasi per caso, più per esigenze curatoriali che
per il raggiungimento di obiettivi artistico-estetici. È stato veloce
come quando si assiste alla prova generale, quella prima del debutto,
per una sinfonia. L’orchestra è lì nella cavea, il direttore è lì al
centro non indossa il frac, è vestito normalmente, guarda gli
orchestrali, i cantanti solisti e i coristi, illustra il proprio punto
di vista sul contenuto e l'impostazione generale del componimento
musicale. Nei leggii ci sono i fogli con le partiture e in quello del
direttore, oltre alla bacchetta, c’è una matita che servirà per
correggere le battute in relazione a come gli orchestrali eseguiranno il
tema e le variazioni. Il tema è l’anima perduta e quella ritrovata, che
in questo progetto vuole essere intesa e divenire oggetto di
ispirazione non solo come essenza del Dio nell’uomo, ma anche come
presenza dei simboli archetipi che danno vita e voce alla persona
interiore.
L’anima è anche la parte più intima e profonda del
nostro Io che contiene le passioni, le rabbie, i sentimenti più intensi e
più importanti; una vera fucina delle emozioni.
L’anima come
essenza e luogo dove eros e psiche, mente e cuore, si incontrano dando
un senso al vissuto e vita al tempo presente.
L’anima come
laboratorio magico dell’azione creativa dove si da immagine e forma
all’immaginato, a ciò che non si può, talvolta, esprimere a parole.
L’anima è anche il concetto junghiano dell’Animus, cioè la parte del
maschile che è nella donna, e dell’Anima, la parte del femminile che
invece abita in ogni uomo.
L’anima come unione e scissione, intensa e sublime, tra persona e personaggio.
La creatività e l’arte rendono liberi e donano la capacità dei bisogni che esulano dalla sfera materiale.
Gli artisti sono talvolta persone per natura rivoluzionarie perché mal
si adeguano a ciò che è regola imposta e predisposta da altri.
Gli
artisti sono liberi e spesso inconsapevolmente pretendono di essere
liberanti per quanti vogliono ancora provare ad emozionarsi e percepire
sensazioni, passioni, voglia di vivere col cuore e con la ragione dei
sentimenti. È così che ho voluto immaginare questa mostra, un tema, un
direttore e quattro orchestrali, ma in effetti se è l’anima che si perde
e si ritrova, allora, è anche vero, che ognuna di queste, straordinarie
artiste, sono direttrici d’orchestra e allo stesso tempo orchestrali.
Marica Fasoli, Stefania Orrù, Roberta Serenari, e Elisabetta Trevisan
dirigono, con le loro opere, me, che cercherò di collocare quelle stesse
opere al meglio perché la sinfonia sia ben interpretata e poi dirigono
colori, forme, soggetti affinché poi nell’insieme si possa rivelare quel
suono che non ha bisogno di tante parole ma solo di contemplazione e
meditazione. Fasoli, Orrù, Serenari, e Trevisan hanno la prerogativa di
creare immagini che hanno il sapore antico del mistero e come tale va
svelato addentrandosi dentro la figura. Ogni opera è una sorta di
percorso dove l’anima si perde e si ritrova.
Marica Fasoli ci
fa perdere e ritrovare in un dialogo che attiene più agli esiti di ciò
che potrei definire ascolto interiore o più semplicemente
contemplazione. Gli abiti senza la persona che li ha indossati sono
l’evidenza metafisica della presenza di un corpo che ha lasciato segno
di sé in un involucro costruito dall’uomo. Percepiamo visivamente un
abito, ma ciò che leggiamo è che l’infinitamente grande si è trasferito
nell’infinitamente piccolo e pertanto non può avere volto; ogni soggetto
di Marica Fasoli è essenza di chi l’ha indossato. L’involucro ha
l’incanto di quell’energia che ha pervaso fin dall’inizio del viaggio
quel corpo ed ora è lì nell’indiscutibilità della sua assenza, per
sempre fissa in quell’immortalità che solo l’arte sa donare. Le scatole
dipinte di Marica altro non sono che il meraviglioso universo in cui
l’occhio esplora cose già viste, ma questi oggetti sapientemente
ricostruiti con la tecnica a olio, che questa artista conosce in maniera
scientifica avendo praticato per anni il sapiente mestiere del
restauratore, permettono di recepire lo spazio stesso che il contenitore
propone. L’oggetto diviene soggetto in virtù dell’emanazione che
l’insieme suscita. quei dipinti che riproducono scatole e il loro
contenuto permettono di fissare il tempo con quel meccanismo che si
attiva esplorando cose consuete, semplici, che sfioriamo e guardiamo
distrattamente ogni giorno. Se l’anima ha bisogno di un involucro per
animarsi e manifestarsi allora in questo contesto Marica Fasoli ci
indica quei connotati che sono mappa per ritrovare i ricordi e, tramite
loro, lo specchio dove si riflette il nostro vero volto, quello che non
ha tempo né conosce tempi. Il fare arte di Marica Fasoli permette che
gli oggetti comuni diventino punti essenziali perché l’osservazione di
un’opera acquisisca un valore esistenziale. In un mondo del mercantile
effimero, le icone di quest’artista diventano vero e proprio paradosso.
L’oggetto dimenticato, usato, banale nella sua riconoscibilità
quotidiana, diviene emblema e simbolo. Il gioco del bimbo, la trina di
un vestito da sposa, la massa rinfusa di bottoni dentro uno scomparto,
la camicia che fa presumere la fisicità del corpo che la indossava,
altro non sono che i connotati che ci permettono di riconoscerci nel
tempo vissuto e in quello presente; Marica offre all’osservatore il
senso vero delle cose che rendono questo passaggio terrestre meno
anonimo. È come se lei rendesse figura le parole del grande poeta
contemporaneo Roberto Lerici, che termina la poesia “Quest’amore” con
questa frase: “prima che il nulla tutti ci divori che venga, venga
presto il tempo in cui ci s’innamori”. Nel fare arte di Marica Fasoli,
l’anima torna a richiamare l’immanenza, quasi che per contrasto e per
armonia, lei eterea per antonomasia, non possa fare a meno della
corporeità. E nell’alchimia del laboratorio quest’artista riproduce
tessuti, la porosità di giunchi intrecciati e oggetti che nelle sue
icone assurgono a reliquie di un tempo senza tempi. La metafisica perde
la sua malinconia e ritrova una nuova musicalità, per queste sue opere
consiglierei di farsi accompagnare dalle melodie dei brani: “Missing
Words e Save a place for me” di Piers Faccini
Stefania
Orrù ci fa perdere e ritrovare nella costruzione delle sue opere che
sono manifestazione di un percorso in cui si percepisce inizio e fine.
Lei pone la riflessione su quella rara situazione in cui l´artista
esplicita la sua essenza nell´opera d´arte e questa ha la sua genesi e
si sviluppa nei ricordi e nella dilatazione di questi nel presente. Ogni
suo quadro nasce da un´attenta analisi delle sensazioni, delle emozioni
e dei sentimenti che si evidenziano nei tratti del viso, negli sguardi,
nei movimenti del corpo e nella gestualità. L´idea, in Stefania, nasce
sempre da un’introspezione, il suo obiettivo è dar voce e forma a ciò
che voce e forma può avere soltanto attraverso il lavoro dell´artista. È
come dire che è l’anima ad essere figurata attraverso il suo fare
immagine con pennelli, colori e ossidi. Lei raffigura il femminile come
fosse l´unica chiave per accedere ad un universo che si apre solo a chi è
capace di sentire o guardare non solo con i sensi. Per Modigliani gli
occhi che, per volontà dichiarata, dipingeva raramente, erano l´unico
accesso per arrivare all´anima dell´individuo e per dipingerla, e in
Orrù gli occhi sono la porta perché la semplice osservazione si trasmuti
in contemplazione, quasi che la figura ritratta riesca a contemplare
colui che guarda e passa. Ciò che propone quest’artista non è fissare
un’immagine in modo che diventi concetto astruso, o un monumento al
tempo passato, o perché torni e resti alla memoria, la sua eccezionalità
sta nel fissare un’emozione generata nell´attimo dell’incontro con
l’opera affinché chi osserva abbia la consapevolezza di vivere un
momento unico e irripetibile. Le espressioni dei suoi volti hanno la
malinconia e talvolta la serietà di chi vive in un mondo incomprensibile
che non regala comprensione. L´opera è solo un pretesto che deve
liberarsi delle infrastrutture retoriche, per questo la materia dei suoi
colori si veste di trasparenza e di luce che non è fisica ma mentale,
cosmica, spirituale, la luce indefinibile dell’anima.
Ogni opera di
Stefania Orrù è sintesi di un arrivo e di una nuova partenza. Sembra
quasi che il tempo abbia corroso le sue immagini senza però intaccarne
l’essenza che si rivela in sguardi penetranti, in pose elegantemente
sinuose; è la nuova icona della veritas che in Orrù non ha bisogno di
nudità, ogni suo quadro è come un canto dimenticato che quando lo si
riascolta ci fa accorgere di essere ancora vitali. Per guardare queste
sue opere consiglierei le suggestioni del brano “divenire” di Ludovico
Einaudi.
Roberta Serenari ci fa perdere e ritrovare con la
forza dell’evocazione. Ogni suo quadro è uno sguardo preciso e diretto
negli antri dell’anima e se per i padri della psicologia l’animus era
diviso in tre persone, quali il bimbo, l’uomo e il vecchio, allora
potrei dire che la filosofia estetica che muove quest’artista è una
sorta di ponte che permette all’osservatore di valicare le rive del
presente e tornare ad esplorare quelle rive lasciate ieri, fino a
percorrere il ponte e giungere a terre distanti che ricordiamo, per poi
addentraci fino a quelle più remote che necessitano di impegno e
memoria. Le immagini di Roberta sono metamorfosi di quei pensieri che si
evocano con i ricordi. Le opere di quest’artista uniscono in maniera
mirabile il surrealismo di Magritte e la metafisica di Savinio, è così
che il tempo nello spazio magico del quadro si ferma e l’icona diventa
varco dove perdersi per ritrovarsi. Ed è mirabile come la sua filosofia
estetica sia suffragata armonicamente dalla tecnica pittorica, dal
disegnato, dalla cura del particolare che concorre come un orchestrale a
far sì che la partitura sia ben eseguita. L’opera è lì, sembra
avvertirci, Roberta Serenari, “guardate e non abbiate paura di
addentrarvi perché è in questa magica esplorazione che si ritroverà quel
tempo magnifico rimasto ancora intatto prima che il tempo adulto lo
avesse reso opaco”. Il linguaggio visivo non è soltanto dall’opera verso
l’osservatore ma più che altro il contrario: non è l’opera che si
espone all’osservatore ma è questi che guardando l’opera entra in essa
ed espone se stesso a se medesimo. Non esiste utopia, nelle sue
raffigurazioni, né irrealtà, esiste solo la voglia di sperare oltre il
possibile, oltre la mera ed evidente realtà. In ogni suo dipinto è
presente, nell’immagine complessiva o nel particolare della figura, il
concetto di porta come varco verso dimensioni che appartengono alla
sfera onirica, ma nelle sue figure l’universo onirico, il sogno, non
sono effimeri, ma realtà che si realizzano nell’anima di chi guarda.
Quando l’osservatore contempla l’opera di Roberta Serenari si trova come
davanti a una mappa in cui può trovare la strada per ritrovarsi o per
perdersi di nuovo i simboli che lei sapientemente rappresenta sono i
quadranti e i punti cardinali servono perché la rotta, sia che ci si
perda sia che ci si ritrovi, abbia comunque un senso. Roberta possiede
una tecnica assoluta, confesso che mi sono perso a scovare la trama tra
la pennellata che descrive velature, e quella che invece tinge zone più
vaste. Ho seguito lo sfumato che rende eterea la massa e quello più cupo
che rende l’oggetto prossimo ad uscire dal quadro. La Serenari è
un’artista che sa suonare in maniera ottimale il suo strumento, per
queste sue opere ho pensato a un brano poco conosciuto di Eugenio
Finardi: “Una scala per la luna”.
Elisabetta Trevisan fa
perdere e ritrovar l’anima con la freschezza di una donna che non ha
risentito né del tempo e né dei tempi. Lei ha la freschezza e la
spontaneità di chi ha la consapevolezza di essere diversa, per vocazione
e condizione, dal resto della gente. È questa diversità che l’accomuna
alla Fasoli, alla Orrù e alla Serenari, ed è la condizione che purtroppo
o per fortuna rende ogni vero artista una sorta di alienato o un
extraterrestre, una stranezza in mezzo a tanta, spesso troppa,
normalità. C’è una filosofia estetica a cui ha corrisposto un fare arte
che all’inizio degli ani ’50 ha mantenuto intatti quei valori stilistici
che sono propri di un universo culturale che attiene al racconto per
immagini, al simbolismo e all’affabulazione. Questa filosofia ha fatto
in modo che il progresso non distruggesse quei connotati che permettono,
tutt’ora, al futuro di avere comunque delle radici nella tradizione, al
progresso una memoria storica da cui attingere, e al caos di divenire
cosmo e non inconsapevole disordine. È da qui che a mio parere, nasce la
genesi estetica e storico-artistica che rende possibile una congrua
lettura delle opere di questa mostra e, in particolare, di Elisabetta
Trevisan. Il suo fare arte dimostra un’alta maestria nello strutturare
la composizione. Nulla è lasciato alla casualità, come solo una donna sa
fare, quest’artista armonizza le zone del quadro in modo che lo spazio
disegnato possa risultare infinito pur nella cromaticità satura che lo
ricopre. Formidabile è la sua conoscenza della semiologia antica e come
riesca a mescolare questa sapienza con la sagacia che solo le donne
possiedono con i colori le linee e i soggetti. Le figure risultano
misteriose ed enigmatiche; quasi che l’osservatore sia invitato a
leggere, capire, interpretare e allo stesso tempo a leggere, capire
interpretare se stesso. È il senso antico della catarsi: guardo il
quadro e il dialogo tra oggetto e soggetto permette alle figure
interiori di riemergere e di innescare il gioco fantastico di
riscoprirsi ancora capaci di emozionarsi. La giostra comincia il suo
giro e passano le immagini della memoria, i ricordi, le fantasie, i
sogni che vorremmo almeno risognare. Ogni sua immagine è dunque pura
rivelazione, i suoi soggetti, tutti al femminile, sono tanti oracoli che
invece di svelarci arcani ci parlano di emozioni evocate da uno stile
elegante in cui il linguaggio degli occhi delle figure formano un
dialogo sottile ed intimo con l’osservatore. La staticità è solo
nell’apparenza, è come se un vento si fosse fermato all’improvviso,
giusto il tempo necessario perché quel preciso attimo si possa vestire
d’eternità. Mirabile è la trasparenza che riesce a infondere nei colori e
a tutta la tonalità, è come se la secessione viennese e il surrealismo
abbiamo trovato nella filosofia estetica di Elisabetta Trevisan la
giusta maturazione, la giusta voce, una nuova anima e questa volta tutta
al femminile. Il brano che suggerisco d’ascoltare è “Beside You”
Simply Red.
Alberto D’Atanasio