RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!






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mercoledì 17 marzo 2010

ANTONIO POSSENTI


Antonio Possenti è nato a Lucca. In questa città ha il suo studio, in piazza dell'Anfiteatro. Compiuti gli studi classici, ha assai precocemente scoperto le qualità espressive del disegno, assecondando un'inclinazione al racconto favoloso che ha in seguito mantenuto anche mediante l'osservazione attenta della commedia umana. Alla pittura è giunto da autodidatta, dal disegno e dall'illustrazione. Le sue occasioni formative sono state ideali ed elettive, frutto delle curiosità intellettuali e della cultura letteraria e artistica che aveva respirato sin da bambino nella famiglia, spaziando dalla classicità greco-romana all'epoca moderna e contemporanea e con una predilezione per le esperienze di più vivace e coinvolgente taglio fantastico. Possenti nel corso degli anni ha saputo definire un mondo poetico ed un linguaggio originali ed aperti che hanno suscitato fino dagli esordi un diffuso interesse della critica. Ha viaggiato molto e conosciuto personaggi e culture, ma ritorna sempre a Lucca dove vive ed ha lo studio nel cuore della città, luogo magico che raccoglie, come in un'immensa valigia, le testimonianze delle sue "escursioni" nel mondo. Nel corso della sua carriera ha esposto nelle principali gallerie italiane e straniere (Gianferrari, Il Milione, Appiani Arte 32 a Milano; Marescalchi e Forni a Bologna; Davico e Biasutti a Torino; Poggiali e Forconi a Firenze; Aminta a Siena; L'Immagine ad Arezzo; Philippe Gumiot a Bruxelles; Rutzmoser a Monaco di Baviera; East West Gallery a Londra; Art Diagonal a Barcellona ecc.), ha partecipato a numerose manifestazioni espositive internazionali, tra le altre: Fiera d'arte di Bologna, la Fiera di Colonia, Art Basel di Basilea, F.I.A.C. di Parigi, Art Fair di Los Angeles, Art Miami di Miami Beach, N.Y. Art Fair di New York, Tuyap di Istanbul, Foire d'art di Gent, Arco di Madrid, Stockolm Art Fair di Stoccolma, St'Art di Strasburgo, BArt a Barcellona. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti e le sue opere sono presenti in importanti collezioni private e pubbliche in Italia e all'estero. Hanno scritto di lui critici, storici dell'arte, scrittori e intellettuali: Fortunato Bellonzi, Massimo Bertozzi, Dino Buzzati, Luciano Caprile, Raffaele Carrieri, Ornella Casazza, Piero Chiara, Enrico Crispolti, Massimo Duranti, Alfonso Gatto, Paolo Levi, Nicola Micieli, Marilena Pasquali, Roberto Sanesi, Pier Carlo Santini, Giorgio Saviane, Vittorio Sgarbi, Giorgio Soavi, Franco Solmi, Marcello Venturoli.



La biografia è tratta da volume Antonio Possenti. In disordine alfabetico, a cura di Antonio Possenti e Giorgio Soavi, Electa, Milano 1999. 



Antonio Possenti nello studio, marzo 2010

sabato 27 febbraio 2010

"Pensieri sul mio lavoro" di Giuseppe Bombaci

Ad aprile la Galleria San Lorenzo di Milano, ospiterà la mostra personale di Giuseppe Bombaci curata da Alberto Agazzani dal titolo "Zen-Zero"
Personalmente ritengo Giuseppe Bombaci (e non sono il solo a pensarlo) uno degli artisti più interessanti del panorama artistico contemporaneo.
Capace, preparato, che sa dipingere ed esprimere concetti chiari ed esaustivi.
Di seguito oltre ad un opera pubblico un suo scritto che introduce il concept della mostra... per me è un grande. Un artista vero... giudicate voi, se ne avete i titoli...
Bravo Giuseppe, è motivo di orgoglio poter lavorare con te!


Pensieri sul mio lavoro


Spesso mi chiedo cosa sia un quadro, una scultura o un’ installazione…
Mi chiedo se una di queste forme d’arte debba essere un modo per vedere “oltre” e non fermarsi solo al risultato di “ bellezza formale” inteso come facile modo per dire qualcosa.

Credo che l’arte e in questo senso il mio lavoro vada in una direzione complessa, una direzione in cui non si crea l’opera, ma piuttosto una “situazione” dove vari elementi convivono: segno , pittura spazio e simbolo.

La mia opera è sempre stata caratterizzata da “differenze” sia formali sia di soggetto: animali, personaggi dimenticati, presenze e simboli convivono, si parlano e si interscambiano informazioni.

In alcuni miei lavori spesso si sovrappongo simboli che in alcuni casi hanno carattere universale e in altri hanno invece un significato più intimo, perché frutto del mio modo di sentire e di vedere le cose. Questi ultimi a volte sono necessari per svelare “verità” e si configurano in grafie segniche sovrapposte al dipinto (spaccati anatomici, maschere dai lunghi nasi e dalle risate burlesche, radici e forme geometriche). In altri casi invece scompaiono del tutto come nei cani o in alcune vanitas in quanto non necessari all’opera poiché è il soggetto a divenire simbolo esso stesso.
In sintesi il simbolo è necessario a volte per aiutare a svelare un qualcosa, altre volte il simbolo e l’oggetto coincidono e il simbolo stesso si configura in quel oggetto.

Prendiamo ad esempio l’opera “dinamiche sospese” (ovvero l’apparizione di Don Diego) in cui è presente un ritratto di Diego Velasquez che prende forma nella sua apparente liquefazione: diventa una sorta di mia memoria – sia storica che antropologica - a causa sia delle mie origini di uomo del sud sia delle influenze spagnole derivate dalle invasioni storicamente documentate nei miei luoghi di origine. Allo stesso tempo è anche l’espressione di amore personale per un certo tipo di pittura.
Alla figura si sovrappongono le grafie delle maschere dai lunghi nasi che diventano burlesche e che a volte fanno germogliare pseudo radici esistenziali, o grafie che rappresentano dei ganci ai quali quella memoria può simbolicamente essere appesa e tirata fuori nel momento più necessario.

Nei dipinti rappresentanti i Buddha il soggetto non è scelto come si potrebbe immediatamente pensare come simbolo religioso, ma viene presa in considerazione la sua immagine burlesca, proprio ad indicare che l’arte non deve essere mai presa sul serio ma deve essere libera. Questo gruppo di opere è caratterizzato anche da lievi segmenti che interrompono lo spazio del dipinto per suggerire una dimensione diversa.

I cani o “guardiani” diventano simbolo di se stessi, sono inesorabili guardiani di una bellezza da custodire. Sono allo stesso tempo anche memorie del mio vissuto, in quanto ricordano le storie dei miei avi, abili cacciatori di selvaggina che mitizzavano i loro cani, elevandoli al rango di divinità proprio per le imprese di caccia. La composizione dei dipinti in una sorta di quadreria mi riporta visivamente all’infanzia nel ricordare le foto dei cani sulla parete della casa di mio nonno.

Le sculture dei tre bambini che ridono semplicemente stanno ad indicare che tutto è un inizio, un punto “0” ma indicano anche la fragilità di questo inizio, non a caso sono infatti realizzate in cera.

Giuseppe Bombaci 2010.


vedi anche:
MERCOLEDÌ 10 MARZO 2010
"ZEN-ZERO" personale di Giuseppe Bombaci a cura di Alberto Agazzani
http://www.blogger.com/post-edit.g?blogID=6846535364723813652&postID=8486157865162108003

venerdì 19 febbraio 2010

Armodio



Armodio (Vilmore Schenardi) nasce a Piacenza il 4 ottobre 1938. Nell’ambiente familiare il giovane Armodio trova il primo incentivo alla pratica del disegno e all’uso dei colori. Tra il 1951 e il 1952 frequenta l’Istituto Gazzola di Piacenza, ma il vero incontro con la pittura avviene grazie alla frequentazione dello studio di Luciano Spazzali, pittore sensibile alla sperimentazione estetica e alla critica del tradizionalismo pittorico. Nello studio di Spazzali, punto di ritrovo per molti artisti, si sviluppa un confronto di poetiche individuali che prelude alla stagione culturale della Scuola di Piacenza. Grazie a Spazzali, Armodio conosce Gustavo Foppiani, che presto diventa suo maestro e compagno di strada. Tra Foppiani e Armodio ha inizio una fervida collaborazione. I due lavorano insieme, per un breve periodo, in via Farnesiana e infine in via Campagna 43, dove si trasferiscono nel 1954. Nei primi anni Sessanta si unisce a loro il pittore Carlo Bertè, che dividerà lo studio fino al 1980. Attorno allo studio di via Campagna si forma un libero gruppo di artisti e intellettuali animati da una comune propensione per le contaminazioni culturali, sensibili alle trasgressioni giocose e intenzionati a leggere il reale sotto il segno dell’ironia. Di tale tendenza, meglio conosciuta come Scuola di Piacenza, Armodio rappresenta l’ala estrema, rivolta al concettuale, sensibile al nonsense, animata da un’ironia beffarda che permea composizioni minuziose. Il sodalizio tra Armodio e Foppiani durerà trent’anni, fino alla morte di Foppiani avvenuta nel 1986. Nel 1963 Armodio tiene la sua prima personale piacentina nella sede della galleria Città di Piacenza. Nel 1964, per merito di Foppiani, approda alla galleria l’Obelisco di Roma, di cui sono titolari Gaspero Del Corso e Irene Brin, meglio conosciuta come Donna Carla. Successiva è la partecipazione a una serie di collettive, come quella del 1965 presso l’Istituto Italiano di Cultura a Tripoli. I primi guadagni arrivano quando, attraverso il pittore Gaetano Pompa, conosce l’americana Lily Shepley, che gli aprirà le porte del mercato statunitense. Nel 1969 Armodio si reca con l’amico Carlo Bertè a Londra dove soggiorna per diversi mesi, venendo a contatto da un lato con la pittura nordica dalla luce fredda e tagliente, dall’altro con le culture indiana, persiana, giapponese. Esperienze, queste, che contribuiranno alla svolta pittorica di fine anni Sessanta. Tornato in Italia, Armodio collabora con la galleria Forni di Bologna che cura diverse sue mostre. Nel 1972 entra in contatto con Philippe Guimiot, titolare di un’omonima galleria a Bruxelles, che decide di esporre le opere dell’artista. Da questo momento il rapporto con Guimiot diventa stabile. Nel 1978 Armodio si reca a Parigi dove rimane per circa un anno. Nel 1979 torna in Italia e, insieme a Bertè, apre una stamperia che rimarrà attiva per oltre tredici anni. Nel 1984 conosce la gallerista Claudia Gian Ferrari e l’anno successivo espone nella sua galleria milanese. Negli anni Novanta collabora con diverse gallerie italiane tra cui la galleria Braga di Piacenza, la sua amata città, punto di riferimento irrinunciabile. Tutt’ora la sua attività continua collaborando con diverse gallerie in Italia e all’estero. Vastissima la sua bibliografia; monografie sul suo lavoro sono state pubblicate da Allemandi, Longanesi, Skira. Di lui hanno scritto, tra gli altri: Rossana Bossaglia, Giovanni Faccenda, Maurizio Fagiolo Dell'Arco, Claudia Gian Ferrari, Renzo Margonari, Marcello Palminteri, Marilena Pasquali, Vittorio Sgarbi, Giorgio Soavi, Franco Solmi, Sergio Troisi, Marco Vallora, Patrick Waldberg.