RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!






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martedì 22 settembre 2015

L'intervista che mi ha fatto Beluffi per Kriticaonline nella nuova rubrica "GALLERISTI, CHE GENTE"









L'amico Emanuele Beluffi, curatore intelligente ed ideatore di KritiKaonline, mi ha intervistato (per la seconda volta, a distanza di qualche anno), per il suo portale, all'interno della nuova rubrica "GALLERISTI, CHE GENTE".
 
Ecco cosa ne è venuto fuori...
 
 
 
 
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"A cosa serve l’arte? A niente. In un momento di crisi, come quello che si sta vivendo, non serve più nemmeno a fare soldi"
Così il gallerista Roberto Milani in un articolo scritto in esclusiva per un fogliuzzo kritiko tempo fa.
Son passati tre anni da quella zingarata editoriale (la nostra, non la sua) a kunstArt12 a Bolzano, ma pare che non vi sia granché di nuovo sotto il sole, almeno dal punto di vista dell’economia dell’arte, almeno dal punto di vista dell’Italia.
A farne le spese sono gli attori principali del business, i galleristi e gli artisti (‘ché senza questi non ci sarebbero nemmeno i primi).
Io sono un grande “fan” delle gallerie private: in un paese, l’Italia, in cui fare impresa è un’attività da eroi, gli oneri gravano tutti sulle loro spalle. Il confronto col settore pubblico, che fa le grandi mostre attraverso il Minculpop e gli enti inutili come le Regioni o le Province (abolite, ma reintrodotte surrettiziamente), è impietoso.
Forse dovremmo prendere esempio da Prada e Trussardi, fare i sarti e darci all’arte. Todos cabelleros sulla rive gauche dell’impegno.
Lo dico sempre, la politica dovrebbe stare fuori dalla cultura: lo Stato dovrebbe estinguersi (almeno da lì). Non ci vuole il Ministero per promuovere la cultura, ma un valido commercialista che, legibus solutus, realizzi, tanto per fare un esempio, una drastica riduzione dell’iva (ecco perché i quadrucci costano tanto signora mia!).
Quella del gallerista è la realizzazione più chiara  del processo economico chiamato reinvestimento degli utili.
Non vedrete mai un gallerista scorrazzare su una Lambo Sesto Elemento, a meno che non sia ricco di famiglia: il suo status economico infatti non glielo consentirà mai, dovendo costantemente reinvestire il fatturato di galleria in una serie di attività (mostre, fiere, cataloghi, comunicazione, viaggi et cetera, cui si aggiunge il “dazio” allo Stato) rispetto alle quali il vernissage, quel momento di cui parlan tutti, persino Sette del Corriere della Sera,  è solo l’aspetto cerimoniale e, a volte, nemmeno così importante. Dopo, resta ben poco per darsi alla dolce vita.
Per carità, “pescecani” (non mi riferisco a Gagosian: lui è noto con il soprannome di “squalo”) e cialtroni sono anche qui, ma si identificano facilmente. Come insegnava un vecchio spot tv, se li (ri)conosci li eviti.
In compenso, cittadine e cittadini, Roberto Milani lo conosco e non lo evito, al punto da inaugurare proprio con lui questa nuova rubrica kritiKa...
 
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Per continuare a leggere l'intervista vai su
 
 
 
 

mercoledì 29 luglio 2015

SULL'UTILITÀ E IL DANNO DELL'ARTE PER LA VITA (intervista kritika di Emanuele Beluffi a Camillo Langone)

Ringraziamento dovuto all'amico Emanuele Beluffi per la citazione nella sua ultima intervista a Camillo Langone... 



SULL'UTILITÀ E IL DANNO DELL'ARTE PER LA VITA 

(intervista kritika di Emanuele Beluffi a Camillo Langone)

opinione di emanuele beluffi sul sistema dell'arte:
Ma, allora (e questo il senso della domanda posta a Camillo Langone) l’arte contemporanea è cosa di tutti o cosa loro? Qual è, veramente, il ruolo dei fruitori nell’arte contemporanea? Mia opinione: non è come guardare un film, una partita di scherma o il lancio di un satellite in orbita. Credo che il rapporto pubblico/arte contemporanea sia simile al rapporto lettori/quotidiani, o al rapporto cittadini/parlamentari.
Siamo veramente sicuri, per citare Francesco Bonami curatore della Biennale 2003 con titolo La dittatura dello spettatore, che il pubblico possa esercitare un tale potere in arte? O non saranno piuttosto vere le parole di Bertolt Brecht, per cui “Se votare servisse a qualcosa, non ce lo farebbero fare”?
CONTINUA A LEGGERE http://wp.me/p2Ogdp-2x7



mercoledì 11 dicembre 2013

Io? un capitano coraggioso... così dice Beluffi



Emanuele Beluffi


Devo sinceramente ringraziare l'ottimo Beluffi per la considerazione e, mi sembra il caso di dirlo, la sopravvalutazione, che mi attribuisce, citandomi in un suo pezzo, in ottima compagnia, apparso oggi sulle pagine web di Kritica (http://www.kritikaonline.com), mentre descrive con nitida chiarezza il lavoro della brava Ilaria Facci.

Sperando vivamente di conquistare, prima o poi, il titolo di "Capitano coraggioso".... ringrazio ancora ed invito alla lettura!

leggi l'articolo originale su:


lunedì 28 gennaio 2013

Gli animi si infiammano su Arte Fiera!



L'ottimo Beluffi sulla rivista Kritikaonline (http://www.kritikaonline.net) sostiene che l'edizione di quest'anno di Arte Fiera, merita:



(vedi articolo originale su: http://www.kritikaonline.net/artefiera-2013/ )

"I curatori di questa trentasettesima edizione Artefiera, Giorgio Verzotti e Claudio Spadoni, se han fatto qualcosa, l’han fatto bene.  Il pachiderma s’è ridimensionato (135 gallerie, di cui solo 15 straniere), ma il “poco” che c’è è eccellente. Difficile scegliere fra le pepite preziose di questa miniera, ma noi che siamo partigiani, parziali e spudoratamente selettivi, non possiamo non citare Giuseppe Stampone presentato dalla milanese Prometeo Gallery, Marco di Giovanni con la bolzanina Antonella Cattani, Bertozzi e Casoni con la galleria Cardi, nonché la ferrarese Maria Livia Brunelli con lo stand pavimentato da 300.000 (trecentomila) monetine da un centesimo, Nicola Verlato e Fulvio di Piazza con Bonelli e poi Camera 16, mc2 gallery, Poggiali e Forconi, Corraini, Federico Luger, improbabile vedere qualcosa di poco convincente (gusti soggettivi a parte, naturalmente). Collezionisti presenti e prudenti: la congiuntura economica è disastrosa e non poche gallerie guardano all’esterno dei confini patrii, d’altro canto le opere d’arte “tradizionali” la fanno da padrona per un evidente obiettivo di rassicurare l’acquisto entro i limiti della ragionevole speranza. Del resto, con le multe per divieto di sosta di Mario Monti e l‘IVA al 21% (primato solo italiano, anche qui…), non si è lontano dal dire che non ci sono rimasti nemmeno gli occhi per piangere. Per ora, li utilizziamo per ammirare il reportage dell’artista e fotografo d’eccezione Giacomo Vanetti."

Ed anche di SetUp ne parla bene:

(vedi articolo originale su: http://www.kritikaonline.net/setup-fair-2013/)

Un comitato scientifico (ma perchè “scientifico”, se riguarda le arti visive?) di tutto rispetto (Antonio Arévalo, Martina Cavallarin, Viviana Siviero, Eugenio Viola), un format non certo innovativo ma sicuramente coraggioso (una sinergia artista-curatore-gallerista, quando di solito è il comitato a imporre alle gallerie quali artisti portare e quali no) e un’organizzazione più che degna (i veti e gli ostacoli opposti fin dagli inizi da parte del gigante Artefiera non hanno impedito di affossare il progetto). Un plauso agli inventori di Setup Art Fair: Marco Aion Mangani, Alice Zannoni, Simona Gavioli sono i cavalieri che fecero l’impresa. Nell’Autostazione di Bologna, sede della suddetta fiera garibaldina, gallerie spesso più che degne e in alcuni casi eccellenti, come Federico Rui  con le new entries Angela Lovaday, Giovanni Gasparro e Gianluca Chiodi, Fabbri Contemporary Art con la produzione artistica di Alessandro Bergonzoni (che ha gigioneggiato per tutta la durata dell’opening fieristico e del quale peraltro si può leggere qui la recensione della mostra milanese) e Sabrina Raffaghello con Oriella Montin, per non parlare di Galerie Antonio Nardone, Paola Cardano Arte Contemporanea e Dino Morra. Molto interessenti poi le proposte artistiche degli “outsider” Beo Project, Print About Me, Spazio Ferramenta e Sponge Arte Contemporanea. Setup Art Fair ha fatto il botto: da valutare se abbia anche fatto cappotto, i tempi sono duri per tutti e il collezionismo ora è cauto ovunque. Ma la qualità premia e Setup ha già vinto. Intanto, deliziamoci gli occhi con le immagini del reporter d’eccezione Giacomo Vanetti, che ha immortalato per noi il meglio del meglio del meglio.



Mentre, il Deus ex machina, di Frattura Scomposta (http://www.fratturascomposta.it/) Sergio Curtacci, sul suo profilo Facebook, attacca non solo le due manifstazioni ma spara a zero su tutto:

"Bologna, arte fiera ed eventi limitrofi. Quest'anno anche la fiera delle gallerie giovani, Set up. Set up allestita in un'ex-autostazione: spazi orribili, angusti, con quel sapore di ufficio pubblico italiano che non può che rimanere anche se apriamo le finestre e intonachiamo i muri. Anche perchè sparse per gli stand troviamo, di tanto in tanto, delle macchie gialle su moquette grigia. Sarà piscio?

Ma quello che sorprende è il grande vuoto di questa fiera, che è anche il grande vuoto percepito vistando la vecchia signora, Arte Fiera. Un ammasso indistinto di opere, che fanno capolino attraverso una processione infinita di pubblico, che non si sofferma mai su quelli che sembrano essere semplici esercizi di cattivo gusto. Ogni tanto spunta un nome sconosciuto, e un prezzo: 7500 euro. Perchè mi chiedo? Capisco si trattasse di un multiplo di Rotella o un piccolo lavoro di Francys Alys, ma chi sono Brigenti o Mazzoncelli? Perchè valgono tanto da meritare quel prezzo? Cosa mi portano nella mia vita? Sono un nome che rappresenta un investimento sicuro?

Alla fine, paradossalemnte, la grande quantità di opere si traduce in un vuoto; esci e non hai visto niente, se non una grande confusione, spazi orribili, pubblico bovino e giovani galleristi con quell'aria da megatruffa alla Totò.

Questa bassa qualità avviene per due motivi: in italia non esiste un pubblico alfabetizzato e interessato al contemporaneo. I più attenti sono gli addetti ai lavori, come se al cinema ci andassero solo registi, attori, scenografi e i loro amici. Poi troviamo i curiosi che si aggirano bovini, affannati con quello sguardo vuoto che ha chi si deve fidare per non sentirsi in una grande presa per il culo collettiva. Se il pubblico è analfabeta, non si può alfabetizzare e interessare con i soli compiti in classe (proporre le opere), servono altre opportunità per coinvolgere il pubblico e fornire quei parametri di giudizio che esistono in tutti i settori e le discipline umane. Mentre nell'arte c'è la presunzione che "tutto può andare bene" e che tutto debba essere (non si sa bene perchè..) diretto e immediato. Quindi è chiaro che se gli artisti e gli addetti ai lavori pretendono di coinvolgere con le opere, come farebbe un insegnante che deve insegnare con i soli compiti in classe, le opere, come i compiti in classe, sono destinate ad essere a prova di deficente, delle grandissime porcherie (ed ecco spiegate le opere di Set up).
Il secondo problema è dato dalla totale assenza di critica d'arte militante in italia. Da quattro anni denuncio un problema la cui soluzione non è più rimandabile vista la crisi generalizzata del linguaggio artistico internazionale. Se non esistono critici, che decidono di non fare i curatori o i selezionatori di Premi, e che iniziano ad argomentare le luci e le ombre di un'opera, quali riferimenti potranno avere il pubblico e il collezionista oltre alla dittatura dell'investimento sicuro e del curriculum vitae? Lo stesso mercato soffre paradossalmente della dittatura del mercato e dell'investimento; questo perchè muore tutto il mercato di secondo e terzo livello e viene meno quell'indotto del sistema che è anche fucina per stimolare e produrre qualità per il primo livello.

Per queste ragioni il problema della crisi non è economico, ma sta nell'assenza di opportunità per il pubblico nell'avvicinarsi al contemporaneo (che non sia l'opportunità della classica mostra che come un compito in classe dato ad un alunno analfabeta, pretende di interessare il pubblico e il collezionista); e il secondo problema sta nell'assenza di critici d'arte e di un sistema che possa retribuire e stimolare il loro lavoro. Pubblico e critica possono salvare il mercato."
Per dovere di cronaca, sono molto interessanti anche i commenti a seguire dei vari lettori, e che motivi di spazio ometto ma potete leggere su: http://www.facebook.com/fratturaarteemregente?ref=ts&fref=ts
 Su Exibart (http://www.exibart.com) si è fermato per ora alla giornata di sabato

mentre Artribune (http://www.artribune.com) si affida alle interviste fatte ai diretti interessati: i galleristi


le mie conclusioni, le avete già lette e comunque le potete trovare su:

Sicuramente la verità sta nel mezzo, ma una battuta, visti i tempi, mi viene spontanea:
TANTO RUMORE PER NULLA!

lunedì 26 marzo 2012

Presentazione di Kritika # 4, pubblicazione periodica di critica d’arte sexy che spacca

Se riesco, io vado e tu?


Presentazione di Kritika # 4, pubblicazione periodica di critica d’arte sexy che spacca.


Giovedì 29 ore 19'30
 Déclic
via Rosales 5, 20124 Milano
A seguire, live concert di Massimo Giacon & The Blass.

Un altro vagito di Kritika - ancora fantolina, ha solo tre anni d’età –, che per l’occasione si accompagna all’urlo del primitivo: Massimo Giacon & The Blass (Fabio Bozzetto e Diego Zucchi), musica libera dai conformismi, legata a un'attitudine elettronica che infetta il tango, lo psychobilly, le filastrocche per l'infanzia, l'hip pop e le colonne cinematografiche di improbabili horror.
Con Massimo Giacon (voce, campionamenti, programmazione basi sonore), Fabio Bozzetto (batteria, programmazione basi sonore), Diego Zucchi (basso elettrico) e la deliziosa quanto improbabile pin-up Micol Bergamini Kritika si ficcherà nelle vostre menti e nelle vostre orecchie come un chiodo di bara.

www.kritikaonline.net

www.declic.it

www.massimogiacon.com

www.alienatio.it

www.vieniminelcuore.it
.
Torna Kritika in una veste editoriale rinnovata: non più il libro nero in brossura di pregio su carta lucida a colori con numero impresso a fuoco sulla coperta, bensì un tabloid, bianco e nero su carta uso mano con disegni, foto e parole. Molto stoner come l’omonimo stile musicale: scabro fuori e abissale dentro. E’ una scelta editoriale ben precisa, non solo volta a enfatizzare le avventure della differenza, ma anche e soprattutto per dar forma e sostanza a un meccanismo di pensiero e a quell’approccio metateorico all’arte visiva che è la critica, cui non serve – almeno a casa nostra, qui, da noi, da Kritika – il paravento d’eccellenza delle corbellerie

martedì 13 marzo 2012

In anteprima... su Kritika: "L'arte? E' cosa inutile"

Pubblico in anteprima il mio piccolo contributo che uscirà su Kritika n°4 in occasione KustArt 12, come già vi avevo anticipato pochi giorni fa... (vedi: http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.com/2012/03/kritika-n-4-kunstart-12-da-non-perdere.html ) 



 
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L’arte? E’ cosa inutile!

Provocazione? No, parafrasi dell’altisonante Arte è cosa nostra di recente e sgarbiana memoria ma… non troppo.


L’arte? è cosa inutile.
L’arte è una scoria da eliminare, un rifiuto di cui non si sa più cosa fare, un’invenzione dell’uomo fatta e usata per circuire i propri simili.

E per giunta, neanche riciclabile. L’ennesima serie di oggetti inutili, come tanti altri, creati dal genio (?) dell’uomo.

A cosa serve l’arte? A niente. In un momento di crisi, come quello che si sta vivendo, non serve più nemmeno a fare soldi.

Solo ora ci accorgiamo che siamo stati ingannati. Da sempre.

A partire da quell’ominide che per primo decise di dipingere le pareti della propria caverna, illudendosi e illudendo che con quel gesto avrebbe ottenuto la benevolenza della divinità di moda a quel tempo.

L’arte non serve davvero a niente. Non è servita a fare propaganda ai tempi in cui il clero tappezzava le pareti dei propri luoghi di culto con enormi fumetti che non avevano altro scopo se non quello di tradurre in immagini, comprensibili a tutti, le sacre scritture e fare nuovi proseliti con la teoria del terrore.
Così come non servì ai generali per promuovere la propria giusta causa.
Non servì a dittatori nè a potenti, immortalati per un ponte verso il futuro e l’invincibilità. Anch’essi segnati, come chiunque, dal destino comune a tutti gli essere viventi: consumarsi preferibilmente entro la data di scadenza indicata sul fondo.

Per non parlare dei luoghi dell’arte, musei, gallerie, teatri e luoghi consimili. Volumi di cemento che contengono cose del tutto inservibili.
E vogliamo parlare poi degli operatori del settore? Critici, curatori, giornalisti, storici, tutti parassiti che perpetuano l’inganno di sempre: l’arte.

E i giovani artisti, che, in quanto tali e giustamente, nutrono ancora la speranza di emergere, imporre il proprio segno, lasciare traccia della loro effimera vita? Illusi!
Quanti di loro saranno ricordati? Nessuno o forse solo alcuni, se il gioco dell’arte dovesse ancora proseguire per qualche tempo.

Aste, fiere, mostre. Giostre dal sapore egocentrico e speculativo.
Ma non solo l’arte, ma la cultura in generale: cosa se ne fa l’uomo del terzo millennio dell’arte e della cultura?
A cosa serve all’uomo di oggi conoscere Dante o Masaccio, Shakespeare e Canova, Brunelleschi e Tiziano, Montale o De Chirico, Pasolini, Burri e Manzoni? Meglio conoscere ciò che ci appartiene, la quotidianità che ci permette di capire il presente senza troppi sforzi.

Sconfitto dal socialismo, schiacciato dal capitalismo, vittima del sistema denaro e artefice della teoria del possesso, l’uomo moderno sa che può sopravvivere senza arte.

Ma a parte gli scherzi, vorrei davvero fare una riflessione, consapevole che alcune delle conclusioni che ne trarrò saranno davvero poco entusiasmanti.

Fino a due, anzi ormai tre secoli fa, possiamo affermare di avere mantenuto quasi la totalità del monopolio artistico culturale del globo.
Poi si sono fatti avanti i francesi, gli americani e i cinesi e i giapponesi.
Siamo uno Stato piccolo, parliamo una lingua in via di estinzione e noi stessi ci stiamo estinguendo sopraffatti da esodi e invasioni. Possediamo un bel po’ del patrimonio artistico mondiale ma non siamo in grado di conservarlo e valorizzarlo.
Responsabilità diverse, politiche e non, che hanno contribuito a relegarci in uno scompartimento di terza classe. Mancano il senso civico, l’orgoglio e la consapevolezza di quelle che potrebbero essere le nostre reali potenzialità, se solo non fossimo così influenzabili da tutto ciò che ci viene propinato dall’estero ed avessimo una politica intelligente, con una pressione fiscale nel settore arte quantomeno concorrenziale, non dico al resto del mondo ma almeno a livello europeo, e fossimo un po’ più attenti e meno ciarlatani.

Ritengo che in Italia sia davvero difficile poter parlare di contemporaneo nel senso più cosmopolita del termine. Siamo emigrati, come spinti da una forza centrifuga, verso la periferia del mondo dell’arte, il provincialismo dell’arte. Nonostante tutti gli sforzi degli attori che operano seriamente, nel sistema, vincono ancora i “furbetti del quartierino” e noi tutti ne paghiamo le conseguenze. Prezzolati, politicanti, affittacamere e millantatori. Dispensatori di arte a buon mercato, quando di quest’ultimo non sentono neanche l’odore.

Quando l’amico Beluffi mi ha chiesto di scrivere un pezzo per Kritika, sui fatti del contemporaneo, mosso dalle più sincere motivazioni volevo parlare di questo o quest’altro artista. Di giovani artisti, che al contrario di quanto scritto sopra, molto probabilmente saranno proprio loro a lasciare un segno. A trasferire un simbolico testimone da consegnare alle generazioni future. Portatore sano di forza, cultura ed intelligenza.

Sarebbe stato però un errore, porre l’accento su quel giovane talentuoso o indicare l’opera di quell’emergente che molto stimola il mio apparato emotivo.
Avrei fatto la cosa più sbagliata.
Avrei soltanto redatto una sorta di classifica privilegiandone uno a discapito di un altro.
In questo momento storico, nel contemporaneo italiano invece non ci sono vincitori o vinti, vincenti o perdenti. Sono tutti indistintamente in vetta alla classifica. Fosse solo per l’impegno, l’ingegno, i sacrifici e le vane speranze che alimentano il loro fare arte.
L’impegno deve essere solamente nostro, noi operatori del settore, nel promuovere, salvaguardare, rilanciare e valorizzare questo mondo che storicamente ha fatto e potrebbe fare ancora alta l’Italia. Difendiamolo con dignità!

In una freddissima giornata di febbraio, Roberto Milani, gallerista.


venerdì 9 marzo 2012

KritiKa n° 4 a KunStart 12... da non perdere!

Torna KRITIKA in edizione cartacea e torna in occasione di KunStart 12 a Bolzano. Con all'interno anche un mio modestissimo contributo...


di Emanuele Beluffi


Torna Kritika in una veste editoriale rinnovata: non più il libro nero in brossura di pregio su carta lucida a colori con numero impresso a fuoco sulla coperta, bensì un tabloid, bianco e nero su carta uso mano con disegni, foto e parole. Molto stoner come l’omonimo stile musicale: scabro fuori e abissale dentro. E’ una scelta editoriale ben precisa, non solo volta a enfatizzare le avventure della differenza, ma anche e soprattutto per dar forma e sostanza a un meccanismo di pensiero e a quell’approccio metateorico all’arte visiva che è la critica, cui non serve – almeno a casa nostra, qui, da noi, da Kritika – il paravento d’eccellenza delle corbellerie  con carattere tipografico Garamond (e infatti usiamo il Bodoni).
L’italiano medio – e qui penso al dito medio che Maurizio Cattelan ha edificato di fronte a Piazza Affari a Milano – è generalmente incolto, voltagabbana e un po’ cialtrone e più che all’esercizio della critica è uso all’esercizio della comica. Si tratta di una scenario in cui è del tutto inutile lamentarsi dell’assenza di un Pasolini. Lo era prima, quando lui c’era, lo è di più adesso, quando al Pier Paolo s’è sostituito l’indignato speciale Saviano, mentre l’ottuagenario Umberto Eco si concede il lusso sul Corriere della Serva di mandare affanculo i lettori grazie ai quali ha potuto non lavorare per tutta una vita (Eco: così ho rivisto «Il nome della rosa». Ma salvatemi dai critici militanti, intervista di Paolo di Stefano, Corriere della Sera, 31 gennaio 2012).
A che serve l’opera d’arte? E, di riflesso, a che serve la critica? Se da un lato abbiamo un’iperproduzione di oggetti e soggetti d’arte (talvolta onesti e talaltra furbetti, in verità in menomissima parte degni ed eccellenti: per questo, piaccia o no, i vessilliferi dell’arte italica nel mondo sono Monica Bonvicini, Vanessa Beecroft, Rudolf Stingel, Maurizio Cattelan, Paola Pivi da un lato e Massimiliano Gioni e Francesco Bonami dall’altro e pochi altri da entrambi i lati), dall’altro lamentiamo – lamentano: io me ne chiamo fuori perché non c’ero e, se c’ero, dormivo –  l’assenza di un pensiero critico. Nevvero: il problema è invece rappresentato da una scarsità di fruizione del suddetto. Non è nemmeno il pubblico, che manca: come già ebbi modo di dire due editoriali fa, è piuttosto l’educazione al gusto, che scarseggia. Con tutti i rischi che tale intraprendenza comporta: troppo vicini i ricordi delle masse da addomesticare al pensiero rivoluzionario, quale che ne fosse la specie. E – per fortuna – troppo vicino il monito di Karl Popper a proposito della fallacia del dogmatismo.
Ma non posso non giocare a quelli che se la cantano e se la suonano. Citerò una bella dichiarazione di Stefano Mazzoni, perché le seguenti parole contengono in nuce quella che è molto più di una semplice per quanto rispettabile dichiarazione d’intenti:

Lo scopo principale di questa ventura editorale è ancora la riappropriazione di uno spazio per il pensiero critico, privo dei vincoli cui era (ed è) costretto dalle altre pubblicazioni. Scrivere su Kritika significa rivendicare la propria libertà di fare critica nel senso più ampio del termine. E vuol dire, inoltre, accogliere la sfida di rivolgersi al lettore, non per proporre un punto di vista incapace di scuoterlo dal suo passivo adagiamento sui propri gusti e opinioni, ma per aprirgli gli occhi, sedurlo ed eventualmente scandalizzarlo. Nessuno ha la verità in tasca - e lungi da noi l'intento di illustrarne una via maestra. Ma preferiamo lasciare ad altri il piglio addomesticato alla neutralità, quell'atteggiamento di rinuncia che evita in partenza di formulare giudizi per non correre il rischio di esporsi.

Con Kritika ci si gioca la faccia. Ma è anche vero che solo chi non fa, di sicuro non sbaglia mai.
E poi scrivere su Kritika è terribilmente sexy.
Di là dal – e nonostante il – cui prodest? dell’arte e della critica, il tema monografico di questa Kritika è dunque incentrato sull’utilità dell’opera d’arte (Utilità e opera d’arte, appunto), un detournement concettuale che strizza l’occhio al celebre saggio di Walter Benjamin, L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, ma senza con ciò stesso avanzare la pretesa (al quanto noiosa, considerati i fiumi d’inchiostro versati a riguardo) di ritrattarlo, nemmeno lateralmente. L’universo di discorso è più ristretto rispetto alla domanda “A che serve la cultura?”, in quanto limitato alla sfera delle arti visive e nella fattispecie dell’arte contemporanea nelle sue diverse declinazioni.
Ma Albert Einstein ce l’insegna, l’universo è in espansione. E l’astrofisico Stephen Hawking da par suo aggiunge che l’universo non è “uni” ma “pluri”, nel senso della pluralità di universi paralleli e di mondi possibili (come direbbe in quest’ultimo caso il filosofo Saul Kripke, ma qui mi fermo dall’esternarvi la segreta verità che ne consegue).
Quindi, dal momento che l’arte contemporanea è essenzialmente fedeltà al presente e, nelle sue affermazioni più nuove e interessanti, offre una visione del mondo inconfondibile e dirompente, perché non interrogarsi sul valore di questa dimensione filosofica, politica, sociale e critica che l’arte attribuisce alla nostra vita?
Ma avrà un valore, l’opera d’arte, a prescindere da quello prettamente economico? In fin del conto, come dice Jules Jerda Winnfield in Pulp Fiction:

«Non è neanche lo stesso campo da gioco, cazzo. Non è lo stesso fottuto campo da gioco, non è lo stesso campionato e non è nemmeno lo stesso sport!»

Aram Bartholl, Susan Philipsz, Christian Marclay, Wilhelm Sasnal, i primi artisti che mi vengono in mente: autori che per mezzo di differenti declinazioni esprimono una poetica geniale. Ma, onestamente, cazzo serve?
Questo nuovo numero di Kritika attraverserà dunque l’arte contemporanea a volo come una strega e starà nel mezzo del convegno notturno, il sabba delle lammie  - e degli stregoni! - acculturat* su questo tempo devastato e vile, con scorribande intellettuali sui vari rivoli che si dipanano dal tema principale: l’arte relazionale (vero novum organon della modernità) e l'invenzione della collettività e della performatività creatrice (fotografia, social media e processi creativi), l’artista e il mercato (e qui mi ritorna in mente quella dichiarazione dell’onorevole Clemente Mastella, quando disse che lui al mercato finanziario preferiva quello rionale) e ciò che resta dell’arte come testimonianza e/o scoria, non solo del passato ma anche del nostro tempo presente e del suo intrinseco valore feticistico (arrieccoli, Marx e Benjamin!).
Ma, come affermava Gino De Dominicis, non esiste l’”arte” in quanto idea vagolante nel cielo Iperuranio: esistono invece le singole opere d’arte esposte nei musei e nelle gallerie e negli spazi aperti, dove l’artista, non creativo bensì creatore, lascia una traccia fisica del proprio colpo d’occhio preliminare sul mondo. Non in quanto intellettuale – l’artista non è, stricto sensu, un intellettuale –, ma certamente in quanto proprietario speciale di una visione del mondo che, come una cellula totipotente in grado di svilupparsi in un intero organismo, si universalizza parlando – anche – a noi di noi stessi in questo tempo presente, non disdegnando la possibilità di precorrere i tempi come si conviene ai genii di vaglia.
la copertina di Kritika disegnata da Giovanni Manzoni Piazzalunga

venerdì 17 febbraio 2012

per i fedelissimi del sottoscritto...


In occasione della prossima edizione di KunStart, 16 - 18 marzo prossimo a Bolzano, l'amico Beluffi pubblicherà una edizione cartacea straordinaria del suo KritikaOnline ( http://www.kritikaonline.net/ ).
Se la cosa vi interessa, in quel numero, anche un mio breve contributo dal titolo "L'arte? è cosa inutile".

giovedì 2 dicembre 2010

Intervista su KritikaOnline.net


In occasione di Step è uscita una edizione cartacea di Kritika. Abitualmente questo prezioso contributo alla scena artistica lo si trova in rete all'indirizzo:http://www.kritikaonline.net/
In rete trovate anche l'intervista rilascia dal sottoscritto al raffinato e prezioso Emanuele Beluffi, fondatore del portale e pungente penna critica.
Il link è:http://www.kritikaonline.net/?p=2164