RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!






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sabato 27 maggio 2017

A proposito di Giovanni Maranghi 'Mistero e dono dell'Arte'

Si è inaugurata ieri (come già avevo avuto modo di comunicare nel post GIOVANNI MARANGHI TORNA A FIRENZE), nel cuore di Firenze, all'interno del prestigioso GOLDEN VIEW, la mostra di Giovanni Maranghi, 'Mistero e dono dell'Arte'.

Tanti gli ospiti a questo vero e proprio evento: artisti, critici curatori, collezionisti ma anche campioni dello sport e protagonisti del mondo dello spettacolo e della cultura.
Fra tutti, e di questo ne sono assolutamente lusingato, il Prof. Antonio Natali, già Direttore della Galleria degli Uffizi, che ha condiviso con il sottoscritto, il piacere di introdurre la mostra a tutti gli intevenuti. 
Ancora una volta l'opera di Maranghi appaga tutti: dal collezionista più esigente al critico più illuminato!


durante la presentazione

Con il Prof. Antonio Natali

Intervistato da Fabrizio Borghini

Con l'artista ed il Prof. Antonio Natali


Con l'artista





e questa mattina, anche la stampa da risalto alla serata...

La Nazione
 ed infine la più bella...
con l'artista e gli amici...

con Antonio Leo, Filippo Lotti e l'artista
 

mercoledì 22 febbraio 2017

Basquiat con gli occhi di Leo. Antonio Leo

Della mostra al MUDEC di Jean-Michel Basquiat vi ho già più volte relazionato (vedi ad esempio http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.it/2017/01/a-milano-per-jeanmichel-basquiat-al.html).

In questo caso però non sarò io a farlo ma l'amico, e appasionato d'arte, Antonio Leo, che già in altre occasioni ha prestato la sua penna a questo Blog...



 
JEAN-MICHEL BASQUIAT / MILANO
di Antonio Leo


La percezione ovattata del MUDEC è al tempo stesso sia completamente spazzata via che inchiodata dal colore e dalle superfici utilizzate da JMB nelle sue opere, in un autentico contrasto con la realtà.
Siamo a Milano, ora, nel 2017. E questo JMB è anche nostro. E’ il JMB di Francesco Clemente e specialmente di Sandro Chia che nel 1981 lo suggerì alla Galleria Emilio Mazzoli di Modena, per la sua prima personale, e le opere esposte, benché di un periodo diverso, restano di una autenticità tribale e graffitara tangibile, primitiva, religiosa e quasi infantile, che fa divenire la realtà stessa -per quanto possa sembrare impossibile- più distante.
La nuvola creata dalla struttura è solo un ricordo, l’essere accolti in pareti lucide dai rilassanti confini, protettive spirali di jet-set di una scala che accompagna in ingressi in luci neon rosa giallo verde, è il preludio ad un allestimento lineare con un percorso cronologico di poche sezioni che cercano, trovandola, armonia fra forme di tele irregolari, materiali di recupero, assi di legno, chiodi e schegge metalliche.
Restiamo smascherati da una orchestra di colori disorganizzata, in via di cambiamento continuo, una porta appoggiata al pannello che rievoca pareti di scantinati e garage, in una ottica di trasmissioni de-sintonizzate melodicamente generate da apparecchi mal-funzionanti. Lo schermo monitor TV argento brillante a far luce, con cadenze-scadenze immaginarie, in impianti, in cavi elettrici di visioni comics & cartoons di serie di maiali, conigli e armi da fuoco. Un movimento di affinità con un pensiero mutevole da animale distratto da rumori, suoni e melodie lontane. L’animale-uomo confuso fra simboli, parole veloci, tratti decisi ma mutanti. L’animale-essere curioso, attento, percettivo. L’animale braccato in una società nel quale è ospite, sgradito, incompreso, negro, rabbioso, in tentativi di uscirne, in grida lanciate di uguaglianza, violenza, in risposte senza un piano predefinito, come attacchi si frontali ma da agguati, da rivendicazioni di un sangue che comunque deve scorrere per assopire quanto ingiustamente subìto, tra media cementificati in buone abitudini dentro comodi alloggi.
La prima sala, con le opere dal 1980 al 1987, propone il JMB di NY e delle sue amanti, la NY di Into the groove(y) di Madonna, canzone riproposta due anni dopo in una de-costruzione e de-iconizzazione da Thurston Moore e Kim Gordon dei Sonic Youth, in un progetto nato sotto lo pseudonimo Ciccone Youth, con ospiti del rango di Mike Watt. Brano/traccia che trasforma un pop in un non pop-ular, un catarifrangente dello stile sonico da Confusion in Next / Confusion is Sex, omaggio sia al mondo e alla cultura predominante che all’ underground, al noise. Un allineamento perfetto di ripetizioni ghettizzate e divinizzate come nei dipinti di JMB ma allo stesso tempo irrise a imperfezioni, sbagli, errori, cancellature, dove le sovrapposizioni e le cancellature restano però visibili, sottopelle come sottosuolo.
Opportuna la scelta della video intervista: non all’inizio, ma alla fine dell’esposizione pittorica principale. Videocamera, inquadratura fissa. Risultato: l’aspettativa è disattesa. La rabbia presente nelle sue opere lascia lo spazio alla timidezza, alla semplicità, una calma che abbraccia inconsapevolmente un immaginario che di fatto è capovolto. Le domande si susseguono, creano dubbi e distrazione, mancanza di riferimenti. L’obiettivo è centrato. Evitiamo l’audio guida (alla quale avremo preferito un buon guardaroba..) per non restare influenzati in giudizi che vorremo –forse, e con i nostri tempi, sicuramente dopo l’aperitivo- conoscere solo dopo, desiderando un approccio di fronte alle opere senza indirizzi, senza analisi critiche, né tesi di studiosi e intellettuali dalle frasi belle e vuote, da ricerche nevrotiche dei troppi significati.
Siamo ora nella seconda sezione, L’esposizione da luminosa in spazi aperti dai soffitti altissimi si spinge in una sala buia con pannelli neri dai faretti concentrati su disegni meramente anatomici -tratti dai testi di Henry Gray- su cartoncino nero e tratto bianco, per poi arrivare a splendide ceramiche scintillanti di piatti bianchi dove, con poche linee e un elemento contraddistintivo, sono raffigurati in evidenziatori amici, artisti e personaggi del mondo di JMB.
Ed ecco, come finale, il lavoro delle Collaborations Warhol / JMB. Torna la luce, la sala riacquista i suoi spazi, e, come nel loft della Factory, prende una nuova prospettiva, un nuovo angolo di studio e visione. Nell’intervista JMB descriveva il lato scherzoso, ludico, divertente della personalità di W, non un solo riferimento alla sua fragilità e insicurezza, quasi come a proteggere anche se stesso, la sua intimità, da un pubblico che non conosce, che è distante, come da distaccarsi da uno sfruttamento commerciale di mercanti-compratori, in cerca di fama $ e affari. Una collaborazione che diviene gioco e improvvisazione, lasciando che sia la star W ad iniziare nella realizzazione delle opere, quasi gesto reverenziale, quasi un tributo, una forma di venerazione sincera al W boy genius stilizzato nel piatto di porcellana.
Improvvisazione che interessa tutte le arti, non solo la pittura e la musica. Sempre nel video JMB fa riferimento alla scrittura di William Burroughs, il beat lontano dai beat, il sofisticato della scrittura creativa, del cut-up di un The ticket that exploded, /del quale, personalmente, ho sempre adorato l’incipit:
“ E’ un lungo viaggio. Siamo i soli passeggeri. Ed è così che siamo arrivati a conoscerci così bene che il suono della sua voce e la sua immagine fluttuante sopra il magnetofono mi sono altrettanto familiari che il movimento dei miei intestini il rumore del mio respiro il battere del mio cuore. Non è che ci amiamo o nemmeno che ci piacciamo. In realtà il delitto non è mai lontano dai miei occhi quando lo guardo. E il delitto non è mai lontano dai suoi occhi quando lui mi guarda.”/
Il WB splendido visionario uxoricida attore di un reale estremo Guglielmo Tell impazzito in un gioco scappato di mano, in un dirupo, uno dei tanti, di una vita in bilico per 83 anni.
La vita a JMB invece scappò via a 27 anni, con un timer inquieto pronto a spengersi nel silenzio anziché deflagrare. L’abbandono del ring, quasi con disinteresse verso tutto. Ma quel tutto resta in una generazione che ha attinto a lui, con fame, voracità, ma anche rispetto, in questa postuma (auto)celebrazione della corona.
A Milano, al Mudec, questo è l’ultimo week end.

giovedì 2 febbraio 2017

MARANGHI @ TREVISO di Antonio Leo

Come sempre quando l'amico Antonio Leo pubblica una sua riflessione sull'arte mi piace ospitarlo in questa stanza. In questa occasione ancora di più!



MARANGHI @ TREVISO di Antonio Leo

Katia mi dice che l’etichetta di questa bottiglia gli ricorda Maranghi, il suo tratto. E le cose non succedono mai a caso.
Siamo alla Vecia Hostaria dai Naneti. Siamo a Treviso, e ci si sta bene. Un panino con la soppressa e un prosecco. Una città incantevole. Si vive bene, si mangia benissimo, la gente è bella e sorride, è sabato sera. Appena usciti da Cà dei Carraresi che ospita due grandi mostre: Francis Bacon e Giovanni Maranghi.
A casa mi tengo stretto un piccolo ma prezioso dono di Giovanni, un tratto veloce, preciso, leggero, una dedica in occasione di una delle tante serate al CRA. In pochi secondi, sotto i miei occhi ammiranti, dietro un foglio bianco ripiegato -probabilmente il programma/locandina di qualche evento passato, tirato fuori dal caos delle nostre librerie- Giovanni disegnò il volto di una ragazza, attraversò la luce, dette vita e dette anima ad un profilo che subito diventò bello, intimo. Lo incorniciai, ed era come averlo sempre avuto. Mi riportava alla ragazza del 1974.
Lei era sulla vecchia etichetta di un vino che non so perché avevo da sempre, da prima di nascere. La storia racconta che era il 1967 e Tono Zancanaro, un artista del Triveneto “estraneo ai giochi dei clan, gruppi, estetiche, giri di mercato” come amava definirsi, disegnò su richiesta del Conte Piero Loredan l’etichetta per un suo vino, un Venegazzù del Montello, un poco valorizzato rosso, quasi eroico, tanto circondato in un territorio di prosecco. Una storia straordinaria. Una etichetta che voleva essere un omaggio ai complimenti ricevuti dal Presidente francese Charles De Gaulle e Signora, in visita alla Biennale di Venezia, che ad una cena avevano tanto apprezzato quel vino, chiedendo chi ne fosse il produttore. Nacquero così due etichette. Entrambe nere, tratto bianco, semplice, fine: una figura di uomo con la scritta “des roses pour madame” per la Signora Yvonne ed una figura di donna con la scritta “..et pour Monsieur la Bombe” dedicata a De Gaulle. Ecco la “Riserva Capo di Stato”. Zancanaro aveva espresso la sua arte come nelle opere a china e come nel mosaico a tecnica ravennate, il Kuman Siblia del 1970.
Ma questo è solo la cornice. Maranghi a me ha regalato (solo?) un’emozione, a Treviso un intero percorso di arte. Estetica. Bellezza. Volti sicuri di donne, ancora, e come sempre, impreziosite sia dalla loro naturale freschezza ed eleganza che da orpelli, visioni e ricami, in tecniche miste su carta e tecniche inusuali, che si concentrano tutte sullo sguardo: fiero e sicuro quello di Ischtar, lascivo e sorridente quello di una Estate romana, fino al quasi distaccato da tutto, come a volersi distinguere in un allontanamento da possibili contatti, per Tour d’Italy. E poi le resine su tavola, dove al tratto e alla sfumatura si aggiungono colori che mettono in sintonia il visitatore con lo spazio circostante ed il viaggio, la scoperta. L’emblematica posizione delle mani vicino agli occhi, mento appoggiato sui palmi, in una gentile attesa di Dietro ai miei occhi, quasi a dare il benvenuto, ad accogliere in un mondo che probabilmente non ci si aspetta, rassicurante, un ponte che vuole comunicare un chiaro io sono qui per te e tu qui per me, e lo sai. L’abbracciare ed il proteggere di un Ed ho in mente te. La resina morbida di una Chiné interrogativa, attenta. Un farti prigioniero di un monocromatismo che si spinge fuori da idee-tratti-storie finemente raccontate sotto, quasi a segreto, quasi un custodire. Il tratto si fa più duro, il rosso su bianco spicca dal bordo nero di Una storia inventata, dove la bellezza femminile ne è anche consapevolezza, autorevolezza, ne contraddistingue forza, personalità, fierezza. Fino ad arrivare alle guardie della sala, sagoma, metallo e plexiglass: Rue Jacob, Malá strana e Park 798 tre opere fronte/retro come colonne-torri a difesa dell’intera esposizione. Le mie opere preferite. Opere che cercano i tuoi occhi, ti accompagnano seguendo ogni tuo sguardo, per poi aspettarti mentre ti giri di nuovo alla loro ricerca, distaccandoti un attimo dalle altre per cercarle ancora. Un contatto innegabile, impossibilità di avere una azione libera da ora in poi, stregato, geloso. Il susseguirsi di discorsi che si fa sempre più distante, diviene brusio, e torna silenzio, concentrazione ormai persa, ormai nel quadrato rosso che spicca ora sul bianco ora sul verde, una richiesta di giudizio, una ammissione di colpa. Tanto ne è la semplicità, armonia, quiete del fronte quanto caos del retro -un caos ordinato- di domande senza risposta, a tratti inquietudine, in caratteri metropolitani, ricordi sfumati, cancellati, scritte, spray, collages, piegature, rammendi, cuori e vita. Con Neo exxxcess il ciclo si chiude, icona e sintesi, presenza, madre e musa di una magia concreta, tangibile, sentimentale, chiamata ARTE.
Superbo il catalogo, degno di Treviso, di questo ambiente, di tali opere pittoriche. Impareggiabile e inavvicinabile il testo critico di Ivan Quaroni, prezioso il contributo critico di Antonio Natali.
Il Rumore di Fondo ti avvolge in una sera che si fa fredda, fra luci di ristoranti, nebbia, locali, musica e sorrisi. Tutto da vivere. 
 
 

mercoledì 6 luglio 2016

A proposito della personale di Vitaliano a Pietrasanta...

Vi ho già parlato della mostra di Vitaliano a Pietrasanta in un post precedente (vedi http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.it/2016/06/vitaliano-wa-cura-di-francesca-carol.html). Ora vi propongo una riflessione dell'amico Antonio Leo a proposito di quest'ultima...



WA VITALIANO 2016
 
Inadeguatezza. Responsabilmente direi: difficoltà nel cercare di poter descrivere -senza dimenticare niente- VITALIANO solo show @ Accesso Galleria. Decido che mi è impossibile mettere ordine a 160/h, tornando da una fuga verso un artista e un uomo che mi affascina, verso un’Arte che non chiede classificazioni, non necessita di spiegazioni ma che provoca feeling, attrazione, senza bisogno di parole, un silence di una perfetta colonna sonora impercettibile, un noise ritmato di belle, belle, belle sensazioni. Lento scorrere di immagini, frame-stop-frame, in km di libertà, distacco, dislocazione. Tramutare, cercare, attuare, desiderare e spingere l’accelleratore verso un tentativo di mettere su carta emozioni che consapevolmente non renderanno mai il minimo onore di fronte ad un allestimento devastante, quasi un impatto primitivo, una ricerca non conclusa. Strada percorsa + abbagliante; neon dietro tagli. Violenza romantica. La soglia spezzata, infranta, opere pittoriche, stilistiche, esteticamente grandiose, come da sempre x V., questa volta contro materiali, in tutta la loro rudezza, quotidianità, storicità, sopravvalutazione e banalità, forse. Ogni singolo oggetto che diviene arte, solo perché posto, ri-disegnato a crearla. Rappresentazione, utilizzo, adottare brividi di sana tensione su filo di ferro. Chiodi, opere distruttive di sfregio, il tempo che passa, ruggine e Vita, pinze, tenaglie, morsetti, oggetti atti al taglio. Graffiti & graffi, sanguinanti senza sangue. Crocifissioni atee. Percezioni di quasi un tornare indietro alle collezioni di V. dove la bellezza era la sola padrona. Un contrasto forte, una patina protettiva o uno schermo di vetro di un salvataggio reso inefficace. Lo schermo colpito, preso, gettato, frantumato, ma ben presente, sempre intatto nelle sue lacerazioni di ferite aperte e lacrime dorate verso qualcosa che è già accaduto, o accadrà. Pre-visione. Contatto pittura / materiale. Presenza. Vuoti e calcificazioni di memoria, impossibili da cancellare, spostare, appoggiati su laterizi. Nudi. Precarietà ma allo stesso tempo potenza, salvezza. Un bicchiere di gin, una bottiglia di Pimm’s. Banco di lavoro che rende persino la ruggine viva, saldature, una luce, lampi, squarci di neon in una serie di opere, caos, destroyed room, casualità ben definita in diamanti /occhi di muse. Diamanti taglienti, fra utensili da lavoro, catrami, oli, ruggini, scarti, stracci, polvere e magie ancestrali di emozioni, sguardi, soggetti visivi di una armoniosa facilità, semplicità catturata in scatti paralleli, un set di pre-documentazione precisa, attenta, curata. Amata. La valutazione primordiale dell’istinto. Volti puliti lineari, ogni espressione è assoluta, ma inconscia di dover apparire. Sguardi di contemplazione / occhi chiusi, nella loro sicurezza di bellezza, una bellezza limpida, invidiabile. Ti immagini il sussurro, la voce bassa. Un filo. Giusto un filo. Teso, trainante, verso V., verso attimi di serenità e isolamento, e… ad un tratto Schegge Cerniere, Drappi (di) Ferro. Ti riportano alla realtà. Semplicemente, ci stanno bene. Bloccare l’opera per proteggerla, macchiarla e marchiarla del passaggio del tempo, contagiandola del percorso che sarà insieme. Accettazione che per salvare occorre modificare, imprigionare nell’unico atto contrario del divergere sbarramenti. Elementi di disturbo che fanno da cornici. Appoggiati sul pavimento, in terra, elementi di calore, saldatori, maschere protettive e vernici, asciugatori, collanti. Intensità/elettricità in ogni singola macchia. Fotografate ogni frammento. Certe cose non hanno fine. Grazie Brad, Grazie Vitaliano.

domenica 8 maggio 2016

Prosegue A PELLE VIVA




Prosegue con grande successo la mostra personale di Christian Balzano A PELLE VIVA (vedi http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.it/2016/05/si-e-inaugurata-pelle-viva.html), allestita in Palazzo Grifoni a San Miniato con la curatela di Marco Bazzini ed il sostegno di Casa d'Arte San Lorenzo.

Ieri, in visita guidata, con l'oratore d'eccezione Antonio Leo del C.R.A. (partner nella "costruzione" dell'esposizione), una delegazione di studenti provenienti da tutto il mondo della scuola del Design della Pelle.

alcuni momenti della visita (photo by Jonida Mansaku)






Anche oggi, domenica 8 maggio, la mostra è visitabile fino alle ore 18'00...

Vi aspettiamo!!!

mercoledì 20 aprile 2016

My CHRISTO is a project di Antonio Leo

Di quello che succederà ad Iseo, il prossimo mese di giugno, con l'installazione dell'opera di Christo vi ho già fornito indicazioni (vedi http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.it/2016/03/vi-ho-gia-parlato-dellintervento-di.html).
Non vi ho detto però che alla presentazione dell'evento, lo scorso 5 aprile, quando è stata indetta la conferenza stampa al Museo di Santa Giulia - Brescia, ci è andato anche Antonio Leo. Chi è Antonio Leo? innanzi tutto un amico. Poi compagno di avventura insieme a Claudia Lovato e Filippo Lotti nella Gestione del C.R.A. ma soprattutto un grande appassionato d'arte contemporanea con il quale stiamo mettendo le basi per un grosso progetto editoriale, che vedrà la luce nel prossimo autunno...
Già in altre occasioni ho pubblicato alcune sue note. Questa è l'ultima, nata dopo l'appuntamento del 5 aprile scorso. Godetevela!



My CHRISTO is a project di Antonio Leo

Scrivo di Christo. Questo mio Christo -ammirato da sempre- è un progetto, nato in testa e portato fuori in una pagina bianca, trattenuto mille volte, come in un sopralluogo rischioso, come in un primordiale object packaging dell’artista bulgaro-americano. La semplice voglia di scrivere, accecata da sensazioni contrastanti, folli visioni di paesaggi, colorati di tessuto arancione, resi ancor più reali e lasciati intatti nella loro bellezza, accentuandone l’armonia. Per incasinare follemente qualcosa bisogna intervenire bene.
Christo nasce il 13 giugno 1935, Jeanne-Claude il 13 giugno 1935, anche io sono nato il 13 giugno, dopo il 1935. Dunque decido che ne posso parlare, prendo il destino/caso come spunto/alibi e torno a parlare di land art. Parlo di binomio, parlo di performance, parlo, e andrò volentieri fuori tema.
L’esposizione Christo and Jeanne-Claude Water Projects appena visitata a Brescia nella stupenda Santa Giulia (aperta fino al 18 settembre) è sicuramente un ottimo aperitivo da gustarsi –con calma!- prima dell’intervento The Floating Piers, una passerella sul Lago d’Iseo percorribile dal 18 giugno al 3 luglio, 24h/24, che collegherà il paese di Sulzano (BS) a Monte Isola e all’isolotto di San Paolo, in uno degli appuntamenti imperdibili dell’arte contemporanea del 2016 a livello mondiale.
Intanto a Santa Giulia 150 opere, fra studi, disegni, collages originali, modelli in scala, fotografie, video e film. Curatore Germano Celant, colui che nel 1967 coniò la definizione di arte povera, per poi dedicarsi anche all’arte concettuale e alla land art. Un allestimento fatto di spazi, ampie sale, corridoi per far esprimere al meglio opere che si autovalorizzano e valorizzano l’ambiente a loro dedicato per l’occasione.
I sette water projects ben spiegati in una audioguida che introduce il lavoro di C senza mai dare un senso di già detto e di pesantezza. Un percorso che rende il concetto di territorio e lavoro di intervento artistico come un unico vizio, a tratti un miraggio. Difficile chiamarlo sogno o utopia, piuttosto qualcosa di irrealizzabile al primo passo che diviene desiderio, voglia, scopo, e presto con caparbietà si trasforma in convinzione di poter essere attuato, senza compromessi.
L’elemento acqua. L’elemento che cambia tutto. La forza-natura atta come non mai ad incidere, cambiare, plasmare. Acqua e vento. Il massimo. Si tratta di capire un legame uomo/paesaggio che da indifferente diviene imprescindibile, un legame del quale non ne puoi fare a meno, un legame visivo che smantellate le installazioni ti mancherà, segno della sua forza quantomeno attrattiva. La curiosità muove sempre tutto.
Vedi gli occhi di C in quei frames, in quelle foto nella fase di studio dei sites, circondato da addetti ai lavori quasi increduli, quasi “casualmente” in quel set, e in quegli occhi capisci che già è tutto chiaro, definito. Non ci sono domande. C’è quasi il why? why? why? / why not? di Timothy Leary (“It is extremely rare to find a photograph of Timothy Leary in which he isn't smiling broadly” scrive David Jay Brown), c’è il vedere oltre che è già un credere oltre. La complessità diviene una formalità, un passaggio automatico sogno/attuazione.
Non importa quanto tempo passerà per arrivare alla fase realizzativa, quante opere saranno vendute per trovare i fondi per far partire i lavori (sempre autofinanziati, qualcuno dovrebbe imparare!), i lunghi intervalli, le attese, le pause, l’abbandono temporaneo di un project. La guerra contro burocrazie, fogli, autorizzazioni. Non sono problemi.
Dal momento che il sogno è in testa → è in gioco.
Quegli occhi, quell’affiatamento con JC, quel binomio di intenti vissuti insieme (e di sorrisi) ha già ottenuto il risultato. Brillano come specchi al sole, pieni di desideri che si lasciano trasportare da drappi al vento o onde in oceani, mari, fiumi, laghi. Non importa se a fronte di anni di lavoro l’opera sarà visibile solamente per un mese, una settimana o poche ore. La forza è già stata dimostrata, una forza simbolo di estremo rispetto verso l’ambiente circostante, e di un porre sotto riflettori landscapes che sono un dono a chi avrà la possibilità di ammirarli, sia dal vivo che attraverso qualsiasi mezzo.
Queste opere uniche e fragili e questi collages di carte, tessuti, appunti, materiali plastici, sono autentiche esperienze, vissute dagli artisti e vive, agitate, come un corridoio incontrollabile per il visitatore/spettatore che diviene parte attiva ed essenziale di ogni progetto. Fascicoli e cartelline resi immortali di fronte alla (dovuta/voluta) provvisorietà degli interventi realizzati.
Sono Amore. Amore di C and JC verso il mondo verso la natura verso l’arte.
Tutto questo fa per me. Non posso –anche volendo- tirarmene fuori, devo indagare su quegli occhi, bloccato esterefatto curioso della creatività di un pazzo con una energia vitale irrefrenabile.
Mi sta simpatico questo C Peter Pan, si diverte come un bambino.
Stateci dentro più di due ore. Se vi sembrano troppe, non andateci.

venerdì 16 ottobre 2015

LAND ART di Antonio Leo

Dopo qualche mese ecco calda, calda un'altra perla da parte del "inviato speciale" Antonio Leo, che questa volta si cimenta, e lo fa con grande "saper fare" sulla LAND ART...

Antonio Leo
 

Land Art
LAND ART, con troppi motivi o con nessuno. Capita spesso.                                                                                                                              Rubo una visione aerea per apprezzare / capire, rubo subito una frase di Repetto “l’elicottero sembra fatto molto più per cadere che non per volare” mettendo in discussione tutto e cambio l’immagine di copertina. Un intervento sul territorio, un territorio site che magari per secoli è come era e che ora non lo sarà più, ormai contaminato, utilizzato, violentato (ma protetto), preso come sfida, uno spazio disponibile infinito, mutevole.  Ma allo stesso tempo bloccato per il tempo della realizzazione dell’opera  -perché di opera trattasi come un Botticelli, un Van Gogh, un Picasso -  e poi lasciato libero di re-intervenire, con il passare del tempo, nel ri-appropriarsi  del suo io, dei suoi agenti, del suo body/head , di questo flusso materiale e vitale di elementi, uccidendo il concetto stesso di ir-reversibilità.
Abbandono lo show, lo spazio espositivo, il set con luci atmosfere proiezioni riflettori studiati, abbandono  a malincuore anche il vernissage con buffet, prosecco, figa, sorrisi, strette di mano, chi cazzo sarà quella?  e mi spingo oltre,  dalla comoda decorazione-icona pop passo alla non-icona site. Non mi serve una colonna sonora, niente di impostato, niente di perfetto, fermo, equilibrato, equidistante.
E la spinta me la regala Lee Ranaldo,  che di regali a sua insaputa me ne ha fatti tanti come storica voce/chitarra/(rumore)/(suono) degli ormai sciolti Sonic Youth che nel suo diario road movies (casa editrice quarup collana bad lands) nel tour 1983 passa vicino Essen nei Paesi Bassi, in piena notte, e DEVE fermarsi a vedere il broken circle di Robert Smithson, unica opera del land artist americano realizzata in europa, anno 1971. Io non ero nato. Botticelli, Van Gogh, già morti. Picasso stava pensandoci più o meno seriamente.
La descrizione del site è disarmante ma ancor di più lo è la dis-locazione:
“la luna coperta dalle nuvole, c’è poca luce, una foschia che confonde il buio, si distinguono appena i contorni, i contrasti di colore. Il cerchio stava sparendo, il canale d’acqua sembrava ancora intatto quasi del tutto, il grosso masso centrale sempre in piedi, a reclamare il proprio spazio. Il piccolo pontile era completamente sommerso. Abbiamo sentito la bellezza in deterioramento, la fine di tutto, ritorno, ritorno, ritorno, parliamo di verità che si deteriorano naturalmente con il tempo, consumate dal sole e dalla luna, dalle maree. Il tempo è fermo e lo sappiamo, eppure il tempo ci sta tutto intorno, una nebbiosa radiosa corrente in cui annaspiamo. I cambiamenti che arrivano vengono dall’aria rarefatta. Vogliamo, amiamo e odiamo, digrigniamo i denti contro le rocce, decisi a non lasciare la precedenza. Non è chiaro se possiamo lasciarla, distruggere la tensione di superficie del mare. Così ci sentiamo sollevati. Armati e sganciati, trascinati sotto. Blu fresco. Al riparo. Crediamo. Ci arriviamo. Afferriamo e scappiamo.”

Robert Smithson, Spiral Jetty, 1970


Robert Smithson. Il non avere, il non poter collezionare, il non poter incorniciare, appendere, illuminare, proteggere scombina le idee, toglie serenità, rovina il piano, non lascia vie di fuga. Ma non cambia il concetto di EMOZIONE. La scoperta del luogo, la distanza & il viaggio on the road, km che ti separano dell’opera, l’immaginarsi l’intervento finalmente vedendolo dal vivo, non più in fotografia,  la voglia di esser già lì, traguardo di un processo stile Christo & Jeanne-Claude (senza culminare nel pack & wrap) di accumulo documentazione di progetti, ritagli, foto, filmati, impianti, grafici, collages, registrazioni, appunti (quanto sono belli gli appunti ??!! i tratti pensati e ri-pensati cancellati a penna, uccisi, ri-scritti scritti meglio o peggio, cambiando solo una frase, esaltando una parola che ti viene in mente nel cuore della notte)  fino ai materiali dei non sites, esposti, prove viventi dell’esistenza dei sites, flussi, linfa vitale. Ammettere la forza della natura, la nostra fragilità. Il non poter cambiare niente per sempre.
Ok.                            
Guardo Ryanair se mi butta vicino Essen.                                                                                   
SEMPLICE, solo un nuovo regalo.

domenica 15 febbraio 2015

"appunti disordine caos THOMAS" di Antonio Leo



Della mostra personale di Thomas Berra alla Room Gallery di Milano, vi avevo già dato notizia in un post precedente (vedi http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.it/2015/01/thomas.html) ed avevo proseguito il "racconto" il giorno successivo all'inaugurazione (http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.it/2015/02/thomas-alla-room-gallery.html). 
Ora a distanza di qualche tempo, l'amico Antonio Leo, che mi ha accompagnato all'evento, mette nero su bianco le sue impressioni, che riporto molto volentieri all'interno di questa "Stanza". 


appunti disordine caos THOMAS


La sola cosa da fare è scendere delle scale ed entrare sotto suolo. Sotto Milano. Sopra neve/pioggia.

Un neon scrive THOMAS. Poi due certezze: il grigio del pavimento ed il bianco del soffitto.
E dei tubi che attraversano la sala/scantinato. OK. Siamo nel posto giusto e non è poco.
Non sai ancora esattamente dove, non sai niente, perché il resto è disordine acronologico di opere.
Tutto questo è  T. ed è la magnifica risposta che cercavi in mezzo alle domande mascherate da aspettative.

Volevi  tanto e scopri di avere molto di più. Nessuno sa dove guardare. Ottimo.

Pareti invase strozzate da 800 opere. Un impatto visivo che ti spiazza e lascia disorientato.
Un senza respiro che però non ti opprime,
relax anche se ti trasformi subito in un grillo che salta da un’opera all’altra.
Armonia in un certo senso.

Il girarsi di scatto, restare colpiti e correre verso un particolare, uno schizzo, una frase,
una carta da pacchi, una provocazione, un collage, un disegno.
Non hai un punto da dove iniziare. Nessun percorso.                     
Le indicazioni sul come/dove muoverti te le danno le emozioni - sensazioni - devo vedere quella e
il prima possibile. Sperando che nei pochi metri di percorso un’altra opera non ti catturi.
La sola paura di questo gioco infatti è perdersi qualcosa del luna park.

Non puoi fotografare un’opera  -sarebbe un limite oppure un crimine- devi fotografare una parete.     
Disegni inchiodati. 5/6/7 incorniciati su 800. Di cui uno cade. Il vetro si frantuma,
qualcosa ha ceduto o quel qualcosa voleva attirare su di se l’attenzione. Di tutto.

T. è curiosità. Lasciare lo spazio della creatività (selvaggia !!!) allo stesso tempo occupando
lo spazio a disposizione. Azione per una reazione.

Chiedetemi una logica.
Il sorriso di T. in mezzo ai partecipanti a questo show  -perché di show trattasi- è la risposta.
Ironico, incasinato, attento, perso. Tutto, proprio tutto. Semplice. Fino al 14.03.

lunedì 7 aprile 2014

"Inquieto Novecento" vista da Antonio Leo



Da un inviato "speciale", l'amico Antonio Leo, orami lanciatissimo nel mondo bizzarro dell'arte, una lettura della mostra allestita al Lu.C.C.A. "Inquieto Novecento" (vedi ad esempio http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.it/2014/03/allanteprima-di-inquieto-novecento.html), curata Maurizio Vanni e da Stefano Cecchetto.

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Inquieto 900 - visita @ Lu.C.C.A. del 05/04/2014
 
Inquieto 900 / Inquieto Leo 
Mi spingo oltre Warhol



Non conoscendo il percorso artistico di molti degli autori presenti, spazio solo alle emozioni che mi ha dato questa visita. Avevo già apprezzato eventi del Lucca Center of Contemporary Art, confermando l’eccellenza di questa realtà. Colpi di pennello, schietti, irriverenti, Georges Mathieu si presenta con ondessonk, solo un assaggio del capolavoro l’éloge démesurée, tela anarchica, fantastica, impulsiva e inquieta in rosso-giallo-nero-rosa che orienta il nome dell’intera mostra. Persino il nero prende luce. Nero che continua in uno studio di figura di Emilio Vedova, un 30x21, che lo rende purtroppo molto meno incisivo del grande Vedova recentemente visto a Verona alla Galleria dello Scudo, “De America - paintings 1976-1977”, implosione senza freno di un caos disarmante e totale. Frammenti della recentemente scomparsa Carla Accardi. Mimmo Rotella si regala una parete, ed un piccolo ritaglio, buono. Roberto Crippa un landscape del 1964. Con il second floor arrivano segnali dalle avanguardie, e continua il nero con Agostino Bonalumi. Una pantera rosa pink love di Jak Espi ti da il benvenuto nella sala. E ti ci fai una foto.


Poi Mario Schifano, Sandro Chia, Christian Balzano (piccola installazione-spia telecamera-specchio-cablaggi, modernità in contrapposizione alla cornice oro decorata-intagliata), un black cube di Gianfranco Meggiato, un Robert Combas a tratti tribale, molto colorato, Tano Festa con bunny, Hans Hartung e una superficie lunare fine anni 60 di Giulio Turcato. Max Papeschi e Erique LaCorbeille (ciao Erique!) nel video di Francesco Attolini. Maurizio Cattelan ingiudicabile, schiavo delle sue comode, ormai (sempre!) politicamente corrette provocazioni. Solo un nome x attirare. Le due peggiori opere esposte. Finalmente …Damien Hirst !!!! Dopo aver visto For the love of god nello studiolo di Francesco I de’ Medici Palazzo Vecchio/Firenze 2011 in una location che lo rendeva una reliquia di platino-diamanti-denti umani eccolo in stampa su plexiglas 3d: ti segue illuminando i diamanti con le luci della sala, non puoi averli ma li stai indossando, ti avvicini, resti accecato, vedi il tuo riflesso ma in quel momento e (x fortuna!) solo in quel momento, senti che sei te il morto. La seconda opera, the hours spin skull, teschio di plastica porta-cd: il tempo passa x portarti alla morte con quadranti di orologi nello spazio degli occhi, per finire con la terza, beautiful Shiva delirium painting, teschio nero su colori pop accesi. Ti inchini a Christo. Un gigante. Con project for valley courtain (project for Colorado) del 1971, progetto realizzato! e wrapped walkways del 1970. Tecniche miste, due interventi su spazio ambientale, opere stupende! Da amante di Robert Smithson (grazie ai 32min di sperimentazione di Lee Ranaldo in Amarillo ramp) sono rimasto incastrato nelle pieghe arancioni di queste onde di tessuto/collage/colore. Proiezioni e sogni su carta di land art. Visione.

sabato 15 marzo 2014

il Leo goes to Andy - riflessioni/emozioni dopo la visita del 02/03/2014

Si è da poco conclusa la grande mostra a Palazzo Reale di Milano dedicata al genio della Pop-Art americana: Andy Warhol (http://www.warholmilano.it/)...




Un cronista d'eccezione, Antonio Leo, la visitata nel penultimo fine settimana d'apertura e così commenta:

Warhol @ Milano - riflessioni/emozioni dopo la visita del 02/03/2014 

Andy goes to Milano (in una Milano non più da bere)

il Leo goes to Andy
Si inizia con l’audioguida, e la cosa prende il tono sbagliato di un Bonami che  Si crede Picasso. In compenso la voce regalata a W. è stucchevole, a tratti irritante. Accentua il suo carattere fragile, instabile, malato, vulnerabile. Azione non corretta, ma non posso che essere l’ultimo a farlo notare.
Ecco la collezione della The Brant Foundation di Peter Brant, che presiede anche Interview (nessuna copia del magazine è però presente nell’allestimento..)
Iniziamo con una Greta Garbo del 1962 ed un profilo di donna, un disegno sempre del 1962, con graffi in blu, occhi chiusi, incantevole, un parallelo alla Girl with hair ribbon di Roy Lichtenstein del 1965. Alle volte basta poco x innamorarsi.
2 Natività,  con Gesù sempre con gatto abbracciato, simpatico.
Dead stop e carta da pacchi x star. Nella sala, Liv Taylor ospite principe di un pop che diventa -art accessibile. Reparto supermarket: Tomato Ketchup with Campbell's Soup Can, le box e una cassetta in legno con 24  silver coke bottles. A far da guardia, Dick Tracy. Poi.. davanti & di profilo. Foto segnaletica in grande formato del most wanted man # 5 d’America. Si va nel casino. Reazioni, la comunità italiana s’incazza vista l’origine del criminale, la comunità americana s’incazza viste le pene decadute.  Va rimossa. Ok, mettiamoci il direttore dell’esposizione. Niente, s’incazza lui. Rimuovere. W. si autocensura, colorando tutto in argento. L’allestimento è pronto.
Sopra la porta, poco visibile, un selfie. Ora sarebbe cool.
Sala 145, la migliore. Un portfolio di 15 electric chair con una perfetta illuminazione. Poi noti bene, l’illuminazione arriva direttamente dalle opere. Stupende.
Green disaster del 1963, ottima per un Cronenberg di Crash ma tanti anni prima. La morte ti prende in modo imbarazzante, l’immortalità è vanità, è continuare ad esser desiderati. Probabilmente per W. da Basquiat. Oxidation painting in altra sala, influenze astratte (le uniche) di un dripping Pollock-style.
Flowers. Grandi, rettangolari, e..mancano le dimensioni !!! In tutte le opere mancano le dimensioni !!! Inconcepibile.
Shot Light Blue Marilyn (1964). Bionda, sorridente. Un buco bianco di pallottola in mezzo agli occhi: “ammirare e colpire”. Dorothy Podber fece il solo gesto che ancora fa parlare di lei e, sparando alla tela “she got Marilyn right between the eyes”. In perfetto stile femminista, era il solo modo per possedere Marilyn. Si chiama invidia. Per curiosità..accostate la polaroid di Farrah Fawcett. Di Solanas, altra femminista che riuscì meglio nell’intento, è scritto solo nel pannello di skull in altra sala, dove si parla della morte. E…ecco il comunista Mao, diventato prodotto-carta-da-parati, ma sempre brutto, accostato spietatamente al dollar sign. 
Nella stessa sala la più azzeccata vena/anima pubblicitaria di W.:vuoi Nixon? Affideresti la tua vita a lui? Vote Mc Govern!
- Mr W., quali vorreste fossero le sue ultime parole famose?  - “Goodbye”.
Allo stesso modo, “Goodbye”. Gesù lascia perdere il gatto, il tempo per un the last supper (1986) di gruppo + dettaglio e possiamo andare.
Extra: stupende le sedute stile kayak in vetroresina quando gialla, quando rossa, blu o bianca. Di Jean Marie Massaud, designer di Tolosa.

Antonio Leo

giovedì 23 gennaio 2014

Warhol Pisa - riflessioni/emozioni dopo la visita del 21/01/2014 di Antonio Leo



Della mostra di Andy Warhol a Pisa, a Palazzo Blu, vi ho già parlato più volte in queste pagine (vedi ad esempio http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.it/2014/01/a-proposito-di-andy-warhol-una-storia.html). Ora nel darvi la buona notizia che la chiusura della mostra è stata prorogara al 9 febbraio, vi invito a leggere questa nota pubblicata da un caro amico, Antonio Leo, da grande appassionato d'arte, offre una visione critica e oggettiva del percorso offerto in questa esposizione...
Temo, si fa per dire, che presto il mondo della critica d'arte avrà una "nuova penna" da inserire nella lunga lista degli addetti al settore!

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Warhol @ Pisa - riflessioni/emozioni dopo la visita del 21/01/2014

Andy goes to Pisa
il Leo goes to Andy

Avevo visto A. W. alla Fondazione Magnani Rocca /Parma 2008 e in tanti altri attimi di singole opere x Italia e Europa (wow! al Kiasma /Helsinki 2002) e lo vedrò prossimamente a Milano.
Pisa: allestimento e percorso che lascia tempo al pensare, relax, spazio x prendersi giuste distanze e prospettive diverse x le opere, avvicinandosi x i piccoli particolari di mini flowers fino a tenersi 15m lontani da un fantastico skull in viola-rosa-giallo-verde.
Molte fotografie, fototessere e self portraits, ti devi avvicinare, assapori foto e tele in un contatto visivo millimetrico.
Riflessioni sulla morte nel più bel padiglione di un accattivante the (dark) side of (the moon) america.
Lasci i criminali e entri nelle icone. Ti slacci dall' electric chair (c’è anche la foto originale con appunti! -silence-) e ti siedi su di un comodo divano per ammirare un portfolio di 10, della Marilyn più ammirata.
Sei nella Factory, nei ritratti viventi degli screen tests (Edie Sedgwick da letto, x me.., M.M. da sala), e nel rock collage (l’argento è splendido!) di diversi Mick Jagger.
Nel padiglione della politica preferisco un vote mc govern ad un Nixon o ad un portfolio di 10+1 Mao, comunista incastrato da W. nel consumismo/capitalismo, lasciandolo nei guai, con il sorriso ebete grasso e colorato di un libretto che da rosso diventa variopinto.
Fai le scale, Christopher Makos nel 1981 fotografa un altered W., come un Iggy Pop lady Dior model (!!!) visto da Mikael Jansson nel 2011.
Le frustrate femministe s’incazzeranno o no ????!!!!! il 3/6/1968 Valerie Solanas direi di si..
Bello (e non automatico e semplice da trovare esposto) il giovanissimo W. disegnatore e illustratore (copie di inter/view bellissime!), anche di libri di cucina…i vari Campbell’s soup trovano una ragione.
Il percorso finisce, shadows,…non puoi far altro che tornare indietro e riguardare tutto veloce  per regalarti di nuovo il meglio.
Biglietto pieno 10, 8 se fate la fidelity card amicoBLUfriend.
Audioguida essenziale, non farne a meno. Semplici spiegazioni, mai banali, si gioca senza perdersi in discorsi, sempre con accenni a stravaganti curiose storie, che mi fanno godere di questo non prendersi sul serio.
Walter Guadagnini schietto, presente, un oratore che hai al tuo fianco, alla fine gli offriresti una birra.
Ottimo anche l’intro musicale in cuffia, vivi un videoclip, vedi visitatori che seguono il ritmo, fa piacere.
Adoro scatti, polaroid e autoritratti, ma è colpa mia, l'egocentrismo non ti abbandona facilmente, specialmente se non vuoi te. E io non voglio.
Non puoi che starci (minimo) due ore, altrimenti non ci sei stato.
Bel catalogo della Giunti ed., prezzo accessibile (32) e simpatico merchandising nel book store.
Non lo volete mettere un set di knives in cucina???? Lo hanno comprato tutti.
Finisco banale: tutti possiamo essere pop(ular) e famosi, almeno in queste due ore. Muovetevi, il 9/2 chiude.