RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!






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domenica 26 febbraio 2017

Agostino Arrivabene - L'ospite Parassita - a cura di Chatia Cicero e Alberto Zanchetta

Si è inaugurata a Lissone...



Agostino Arrivabene 
- L'ospite Parassita - 
a cura di Chatia Cicero e Alberto Zanchetta

La mostra al MAC intende offrire un approccio caleidoscopico all’arte di Agostino Arrivabene [Rivolta d’Adda, 1967], rivelandone gli aspetti più mutevoli e impre- vedibili che si innescano in un gioco di connessioni, dissonanze e dialoghi tra di- pinti, installazioni e mirabilia.
Cos’è l’artista se non L’ospite parassita delle sue stesse idee e ossessioni? Il titolo evoca la condizione ambivalente dell’essere ospitante, od ospitato, e la necessità di attingere energia emozionale da fonti e situazioni che ne alimentano la creatività. Il fascino, la sofferenza e il disgusto trasmessi dalla realtà sono per Arrivabene vitali forme di nutrimento, trasformate dall’immaginazione per costruire un nuovo modo di vedere, un mito personale da utilizzare come guida.
L’influsso parassitario si estende anche all’interno dei dipinti: inserzioni entomologiche, peduncoli o infiorescenze si cibano delle carni dei personaggi effigiati, lasciando proliferare nuovi tessuti connettivi che talvolta finiscono quasi per fagocitarne il respiro vitale. Ne scaturisce una concezione visionaria in cui mondo vegetale, animale e umano coesistono l’uno nell’altro a stabilire un abbraccio perpetuo così come un naturale sviluppo/fusione teratomorfica. Quella di Arrivabene è una pittura colta e seducente, intrisa di simboli ed enigmi vivificati da innumerevoli modelli di ispirazione: dalla mitologia classica ai Maestri del XV-XVI secolo, in primis Leonardo, Dürer, Bosch, e nel passato più recente Moreau, Redon, Ernst. Lo spettatore risulta così catturato da messaggi velati, quasi dovesse partecipare a un viaggio iniziatico che conduce alla rivelazione di una conoscenza ancestrale, di cui l’artista è generatore e dispensatore. Alla stregua di un alchimista, Arrivabene fa rivivere esperienze di carat- tere mistico travalicando i limiti spazio-temporali della personalità, del conscio e dell’inconscio, nell’incessante esplorazione di un universo interiore che si snoda tra reminescenze di vite già vissute o solo vagheggiate.
Il percorso espositivo più ampio ospita alcuni mirabilia (ovvero, oggetti che destano stupore) provenienti dalla personale collezione dell’artista, consentendo al pubblico di aprire lo sguardo all’interno di un’autentica stanza delle meraviglie: artificialia e naturalia inscenano tutt’in- torno uno straordinario theatrum mundi fonte di ulteriori epifanie. Fanno da contraltare alcune “installazioni organiche”: teschi, fiori e farfalle simboli della vanitas che alludono alla caducità dell’esistenza attraverso dissezioni e innesti parassitari sono trasformati in nuovi simulacri di vita, salvaguardati all’interno di campane di vetro affinché resistano immutabili al trascorrere del tempo.
Negli spazi museali di Lissone si ricompone, così, un microcosmo dell’immaginario. La rassegna consentirà infatti di sondare la varietà composita di espressioni che costituisce non solo l’opera ma an- che il mondo esoterico e allucinato di Arrivabene in cui visioni, idee, paure e sogni hanno saputo “elevarsi al di sopra” per trascendere la concretezza della realtà vissuta.

Museo d’Arte Contemporanea Viale Elisa Ancona 6
20851 Lissone - MB
www.museolissone.it 
museo@comune.lissone.mb.it 
tel. 039 7397368 – 039 2145174
Mercoledì e Venerdì h10-13 Giovedì h16-23
Sabato e Domenica h10-12 / 15-19

mercoledì 26 ottobre 2016

Michael Rotondi. Post-Ornamento

Grande Michael!



Michael Rotondi. Post-Ornamento
a cura di Alberto Zanchetta

Con oltre venti opere – tra tecniche miste su tela, su carta e su tessuti non intelaiati – la galleria Area B di Milano presenta dal 10 novembre al 20 dicembre 2016 il nuovo ciclo di lavori di Michael Rotondi (1977).
Curata da Alberto Zanchetta, la personale “Post-ornamento” propone un ritorno alla natura inteso come rivincita della semplicità, una sorta di “decrescita felice”, o “festosa” come preferisce definirla l’artista, della pittura che torna ad uno dei suoi temi più classici: quello della natura morta.
Ispirandosi alle figure floreali di antichi erbari e stampe medievali, Rotondi sperimenta fino ad approdare ad un linguaggio che, a partire dall’iconografia antica, mescola suggestioni contemporanee provenienti dal mondo della musica, dall’universo della street art, dell’illustrazione indipendente e dell’immaginario punk, indie e pop, con incursioni sia nella cultura “alta” che popolare.
Una ricerca che giunge, in alcuni casi, a perdere il suo figurativismo e a sfociare nell’astratto dando vita a una concezione di natura morta del tutto nuova.

Area\B
Via Marco D'Oggiono 10, 20136 Milano
 
evento fb

sabato 2 gennaio 2016

RUMORE ROSSO a cura di Alberto Zanchetta



RUMORE ROSSO
a cura di Alberto Zanchetta

Giovedì 14 gennaio
alle ore 18:30

Museo d'Arte Contemporanea di Lissone
Viale Padania, 6, 20851 Lissone


Nicola Di Caprio
Bartolomeo Migliore
Michael Rotondi

Rumore Rosso

Un'installazione ed una performance, in forma di concerto, che rilegge il rumore come concetto sonico nell'arte visiva.
Noise, Noise, Noise, o se vi pare, Lärm, Bruit, Ruido, ecc.
I tre artisti confrontano il loro metodo di produzione dell'opera d'arte, con un'attitudine musicale, ma di quella rumorosa, che è colonna sonora proveniente dal paesaggio urbano e industriale, mischiato al timbro delle varie subculture.
Un circuito visivo dove gli artisti realizzano un fenomeno acustico per le loro opere con l'obiettivo di attuare uno spazio sonico (mix di suoni, rumori, e ritmo) di condivisione collettiva.
Parole, slogan, sulla tela, come gesto pittorico e fonetica visiva (Migliore), innesti scultorei in parete costituiti da frammenti e parti di materiali della fonografia (Di Caprio), il titolo di una canzone che racconta un ricordo tradotto in un tracciato ambientale (Rotondi).
Il rumore c'è. E si vede.

sabato 1 febbraio 2014

Oggi al MAC di Lissone... 2 mostre...



Città di Lissone
Museo d’Arte Contemporanea




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 Jack Sal: Ring/Rings/Ring
Daniele D’Acquisto: Strings
a cura di Alberto Zanchetta
SECONDO PIANO
1 febbraio - 9 marzo 2014
INGRESSO LIBERO

INAUGURAZIONE sabato 1 febbraio ore 18:00


L’esperienza minimalista e concettuale di Jack Sal [Waterbury, 1954] è caratterizzata da una sensibilità tipicamente europea, tesa a scardinare i presupposti ideologici del Modernismo; l’artista realizza interventi sitespecific in cui la reiterazione di un modulo crea un “campo di accadimenti”.
Ring/Rings/Ring è la logica conseguenza di una performance realizzata nel giugno 2011,
in occasione della 54a Biennale di Venezia. Al Caffè Quadri, in Piazza San Marco, l’artista ha disegnato dei cerchi usando inchiostro, caffè e latte su fogli di carta fotografica autosviluppante.
Quel segno bidimensionale ed elementare è stato poi convertito in forme plastiche, ossia in una serie di ceramiche al terzo fuoco di cui l’artista si serve per articolare l’ambiente espositivo. Attraverso i “rings” Sal realizza dei wall-paintings che scandiscono lo spazio e la luce, stabilendo una relazione anche con lo spettatore e i suoi spostamenti all’interno del museo. Seppur riduca al minimo la manualità, l’artista valorizza le qualità basilari della pittura limitandosi a dipingere con colori primari che seguono il contorno delle sculture, stabilendo così una relazione tra oggetto/immagine/opera d’arte.
Nella sala video, quattro filmati approfondiscono la ricerca estetica e teorica di Sal: Re/Place (1999) documenta un’installazione permanente nella Max Weber Platz di Monaco; White/Wash II (2006) racconta la storia di un monumento ideato nella città polacca di Kielce per le vittime del Pogrom; De/Portees (2010) è dedicato alla memoria dei deportati italiani; Via Bixio (2010) mostra una sequenza di fotogrammi incentrati su spazi minimi, dentro e fuori lo studio dell’artista.

La ricerca di Daniele D’Acquisto [Taranto, 1978] si interroga sulla zona liminale che separa ciò che è reale da ciò che è ideale; in pratica l’artista intende tradurre dei concetti in oggetti, mettendo in contiguità il piano fenomenico con il livello neurologico, giacché immaginare o vedere una cosa stimola le medesime aree del cervello. Con un approccio analitico e tecnicista l’artista intende trasformare l’arte in una scienza sperimentale; ne sono una dimostrazione le sue Strings, le quali sviluppano l’idea di una “proliferazione della forma” che si appropria dello spazio, espandendosi in esso per definirne le parti. «Quando siamo in un ambiente vuoto», spiega l’artista, «ne percepiamo il potenziale inespresso. Le stringhe hanno la funzione di esprimere quel potenziale, raccordando le parti e formulando ipotesi sulla forma». Almeno idealmente, l’opera può svilupparsi all’infinito,
come fosse un Ouroboros o un moderno Laocoonte. Progettata come un work in progress, l’installazione disegna una traiettoria atta a connettere, stringere e far aderire oggetti molto diversi tra loro, rendendoli parte di uno “spazio organicamente strutturato” anziché di un semplice “ambiente genericamente definito”. La particolare attenzione verso gli aspetti strutturali del proprio lavoro ha indotto l’artista a cimentarsi con questioni di carattere iconologico e formale, lambiccandosi soprattutto sul concetto di rappresentazione attraverso un processo di astrazione cognitiva che è in sé una rappresentazione della realtà stessa, la cui veridicità esisterebbe unicamente nel mondo delle idee.


Museo d’Arte Contemporanea
Viale Padania 6 – 20851 Lissone - MB
www.museolissone.it
museo@comune.lissone.mb.it
tel. 039 7397368 – 039 2145174
Martedì, Mercoledì, Venerdì h 15-19
Giovedì h 15-23
Sabato e Domenica h 10-12 / 15-19


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CIÒ CHE L’APPARIRE LASCIA TRASPARIRE



Il piano interrato del museo, che lo scorso
anno è stato deputato al riordino tematico
della collezione permanente, inaugura la stagione
2014 con le nuove raccolte d’arte.
Assecondando la tradizione del MAC di Lissone,
ampio respiro è stato dedicato alle
opere pittoriche, a cominciare dalle acquisizioni
del Premio Lissone 2012, che annoverano
il grande Animale fermato di Paola
Angelini [San Benedetto del Tronto, 1983],
un dipinto su plexiglass di Elsa Salonen
[Turku-Finland, 1984] e le due opere che
sono valse il primo premio a Mattia Barbieri
[Brescia, 1985]. L’excursus continua con un
piccolo autoritratto di Ettore Tripodi [Milano,
1985], una inedita losanga di Daniele Bacci
[Lucca, 1975] e un Esercizio di misurazione
della breve media e lunga distanza di Gianni
Moretti [Perugia, 1978]. In tale disbrigo prendono
posto anche il collage della serie
Crossage di Umberto Chiodi [Bentivoglio-
Bologna, 1981], i disegni su legno di
Nero/Alessandro Neretti [Faenza, 1980] e il
paesaggio rupestre di Francesco Locatelli
[Milano, 1985].
Segue un cambio generazionale con i dipinti
di Cingolani, Pastorello e Di Marco.
Esponente di quella nuova figurazione che
venne alla ribalta negli anni Novanta, Marco
Cingolani [Como, 1961] è presente nelle
collezioni con un acrilico su carta del 2011.
Di Giovanni Manunta Pastorello [Sassari,
1967], capofila della nuova scuola di pittori
sardi, viene proposto un recente paesaggio
su tela. Andrea Di Marco [Palermo, 19702012],
cui il MAC aveva dedi-cato un
omaggio all’indomani della scomparsa, viene
qui ricordato con un olio su tela del 2011,
donato dagli eredi dell’artista, e un piccolo
olio su carta del 2005.
L’esposizione assume poi un carattere più
scultoreo e installativo con l’opera Infinito di
Virginia Zanetti [Fiesole, 1981], che consiste
in due cerchi di vetro sovrapposti, e Welcome
di Gianluca Zonca [Arona, 1986], una piastra
in acciaio inox che dà il benvenuto all’interno
del piano. Dello stesso avviso sono anche
due micro-sculture: la pipa in radica e stucco
di Armida Gandini [Brescia, 1968] e L’Odradek
di Paride Petrei [Pescara, 1978], una
struttura in feltro, metallo e sale marino.
Accanto a un taccuino di disegni realizzati a
Lissone nel maggio del 2013, Matteo Fato
[Pescara, 1979] presenta un’installazione che
accorpa opere di anni diversi, creando così
un “minimo compendio” della propria ricerca.
La collezione si conclude quindi con due
artisti del Belgio, Philippe Van Damme
[Bruxelles, 1965] e Cel Crabeels [Antwerp,
1958]; il primo presenta un progetto su carta
ritenuto irrealizzabile il secondo un video girato
lo scorso anno sull’Isola Comacina.

A CURA DI ALBERTO ZANCHETTA

PIANO INTERRATO
14 febbraio – 9 marzo 2014

INAUGURAZIONE Sabato 1 Febbraio
INGRESSO LIBERO
 

venerdì 17 gennaio 2014

IL COLLASSO DELL'ENTROPIA a cura di Alberto Zanchetta




IL COLLASSO DELL'ENTROPIA

  a cura di Alberto Zanchetta 

Museo d'Arte Contemporanea, Lissone 1 febbraio – 24 dicembre 2014

Inaugurazione sabato 1 febbraio h. 18:00
 
Il collasso dell’entropia è stato concepito come una “collezione espansa ed effimera” che si affianca alle collezioni permanenti del MAC. L’obiettivo è quello di trasformare tutto il museo in superficie espositiva, ossia in uno spazio in cui i fruitori possano fare esperienza dell’intero complesso architettonico. Corridoi, scalinate, bookshop, terrazzo, colonne e vetrate diventeranno parti integranti di questo progetto diffuso, che si inserisce all'interno della normale programmazione artistica. Una ricca e variegata proposta di opere, installazioni e interventi collaterali trasformeranno il museo in un grande contenitore, che d’ora in poi non sarà vincolato soltanto alle esposizioni temporanee. All'iniziativa hanno aderito oltre una ventina di autori, i quali hanno concesso in comodato le loro opere per tutto il 2014. 

Luigi Carboni [Pesaro, 1957] e Gabriele Arruzzo [Roma, 1976] sono presenti con dei quadri particolarmente rappresentativi del loro linguaggio tecno-poetico. Jack Sal [Waterbury, 1954], Fausto Gilberti [Brescia, 1970] e Giuliano Dal Molin [Schio, 1960] hanno deciso di realizzare degli interventi pittorici che si relazionano con l’architettura stessa del MAC; il wall-painting di Dal Molin intende ridefinire lo spazio e la percezione visiva del bookshop mentre quello di Sal rimarrà a testimonianza della mostra Ring/ Rings/Ring ospitata al secondo piano del museo; Gilberti ha viceversa disseminato i suoi interventi tra le nicchie, gli interstizi e le colonne dell’edificio, obbligando gli spettatori a “stanare” le sue figure filiformi. Tra gli interventi site-specific si segnalano quelli di Giovanni Termini [Assoro, 1972], che ha manipolato le  colonne delle scale con dei tiranti, e di Stefano Serusi [Alghero, 1980], che ha smaterializzato la fisicità di uno scaffale applicando i dorsi di alcuni faldoni direttamente alle pareti del pianterreno. Svariate sono anche le installazioni: Before it is too late di Jacopo Mazzonelli [Trento, 1983] si interroga sui cimiteri tecnologici proponendo l’ultimo “respiro” di un tubo catodico; l’installazione sonora di Michele Spanghero [Gorizia, 1979] cerca e crea una sintesi tra l’arte visiva e quella acustica; di Ivana Spinelli [Ascoli Piceno, 1972] viene presentato un estratto di Baustelle, progetto recentemente esposto a Belgrado che indaga la progettazione e la costruzione di una casa; la video-installazione di Fabrizio Prevedello [Padova, 1972] è incentrata sui sei “innesti” che l’artista ha realizzato dal 2010 a oggi all'interno di cave in disuso; Adriano Persiani [Bologna, 1972] ha cucito assieme dei pannolini per ricreare l’abito di un “incontinente” Gilles, celebre personaggio della commedia francese, nonché protagonista del noto dipinto di Watteau. Nell'ambito della scultura troviamo una piccola ma preziosa fusione in bronzo galvanizzato di Arnold Mario Dall’O [Lana, 1960], effigiante una ieratica figura antropomorfa, e i Travasi con cui Paolo Grassino [Torino, 1967] crea un incontro/scontro tra l’anatomia umana e utensili d’uso comune. Sono invece stati dislocati in vari punti del museo i nani da giardino che Luca Coser [Trento, 1965] ha ricoperto con del cemento per occultarne l’identità. 

Nella collezione espansa rientrano anche le vetrofanie del ciclo “In Vitro”, che si arricchiscono di due nuove opere, firmate da Robert Gligorov [Kriva Palanka, Macedonia, 1960] e Diango Hernández [Sancti Spiritus, Cuba, 1970], che si affiancano a quelle commissionate lo scorso anno a Anton Kehrer [Linz, 1968], Igor Eškinja [Rijeka, 1975] e Michelangelo Consani [Livorno, 1971]. Nel corso dell’anno, la collezione espansa verrà implementata con altre opere e nuovi interventi installativi, studiati appositamente per il MAC di Lissone.

 

venerdì 6 settembre 2013

Idroscalo: un museo all'aria aperta!

Leggo su Exibart (http://www.exibart.com) questa notizia a proposito di una delle oasi più belle di Milano: Idroscalo. 


Idroscalo Sculpture park. Milano sulla rampa di lancio per Expo cerca il riscatto per il suo specchio d'acqua. A partire dall'arte
L'Idroscalo, la spiaggia dei milanesi. Lo specchio d'acqua non balneabile che si stende tra Segrate e l'aeroporto di Linate diventerà, in vista di Expo 2015, anche il nuovo parco dell'arte della città. Anzi, il parco delle sculture, se proprio vogliamo essere precisi. In un profluvio di complimenti e ringraziamenti, stamattina il Presidente della Provincia Guido Podestà, con il Vice Presidente e Assessore alla Cultura della Provincia di Milano, Umberto Novo Maerna, e i Presidenti della Fondazione Banca del Monte Aldo Poli e del comitato scientifico per la nuova vita "artistica” dell'Idroscalo, Flavio Arensi, si sono presentate le prime venti opere del percorso. A dir la verità alcune erano qui da diverso tempo, ma solo recentemente sono state accorpate in questo progetto più ampio, che Podestà non ha esitato a definire «straordinario» non solo per la quantità di persone che potranno visitarlo annualmente (il pubblico del parco è stimato a circa un milione di presenze) ma anche un «miracolo» realizzato in epoca di crisi conclamata, dove le province, comuni e regioni tagliano tutto e di più. Eppure l'Idroscalo, seguendo sempre le parole del Presidente, da questo momento in poi sarà candidato a divenire il terreno sul quale piantare l'arte (nel vero senso della parola) insieme all'agonismo sportivo e al tempo libero. Un parco multi-disciplinare verrebbe da dire, «perfetto per ospitare i Sette Savi di Fausto Melotti, ristrutturati e ora a Malpensa. Perfetto anche per I visitatori che arriveranno in occasione di Expo, a cui Milano deve offrire un vasto programma culturale, anche per permettere soste più lunghe: con un solo giorno di permanenza in più, per ogni turista, si potranno coprire un terzo delle spese sostenute per l'Esposizione Universale» spiega Podestà. Bello, Bellissimo, viene da dire.
Anche perché si parla di giovani, di abbinare i Maestri alle nuove promesse, di «portare avanti la cultura del fare – dice Maerna - l'entusiasmo, il credere in obiettivi precisi, in una nuova ricchezza». Peccato che questi giovani però si vedano solo nel comitato scientifico under 40, composto appunto da Arensi, da Lorenzo Respi -ex conservatore e curatore alla Fondazione Pomodoro- e Alberto Zanchetta, direttore del MAC di Lissone, che hanno lavorato in una sincronia tra Provincia e Permanente cercando, come spiega il Presidente «di portare contributi culturali in questo Expo dove ancora si sente poco parlare di arte».
Ma veniamo alle opere: venti in tutto, di cui un paio di sculture di Giuseppe Maraniello, tre pezzi "da piedistallo” di Augusto Perez, due opere di Paolo Delle Monache e poi, in ordine sparso, Grazia Varisco, Mauro Staccioli, Giacomo Manzù, un Grande Nuotatore di Luciano Minguzzi che sarà installato prossimamente in acqua e poi Patrizia Guerresi, Medhat Shafik, Alex Corno, Nada Pivetta e Piergiorgo Colombara, tra gli altri. 
«Un parco per una cultura aperta e libera» conclude Maerna. Un parco dove però sembrano mancare tanti nomi, non solo italiani ma anche milanesi (visto che il punto di partenza in molti casi è anche l'identità lombarda o nazionale), e dove forse i "giovani” saranno necessari per "movimentare” un poco quello che sembra, parafrasando il titolo del celebre saggio di Arturo Martini "La scultura lingua morta”, un percorso difficilmente appettibile per gli interessati del contemporaneo. Che non si fermeranno un giorno in più a Milano.
Articolo originale su

domenica 9 giugno 2013

WhoCARES? 02 Un progetto di Gianni Moretti



WhoCARES? 02
Un progetto di Gianni Moretti

Intervengono:
Flavio Arensi | Alberto Zanchetta
10 giugno 2013 ore 20.00
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Lunedì 10 giugno 2013 scatolabianca propone il secondo appuntamento di WhoCARES? nella sede milanese scatolabianca(etc.).

WhoCARES?: Il titolo si riferisce a una tipica espressione anglosassone che significa “A chi importa?”, ma al contempo l’accezione prevede anche la domanda sul “chi è interessato”, quindi “chi se ne cura” e per questo è legato alla figura professionale che gestisce, progetta e fa crescere un evento d’arte. Stimolante è evidenziare e sviscerare il punto di vista personale del critico e/o del curatore: criterio di scelta della mostra, misurazione e metodologia di misurazione del lavoro dell’artista, selezione ragionata delle opere, punti di vista concentrici su pluralità, visioni, interferenze prima e durante una mostra d’arte contemporanea o la stesura di un testo critico.
Ciò che ci interessa é l'indagine del cono d'ombra, quella parte di ricerca del critico e/o curatore meno nota, non ancora sottoposta al controllo, la pagina d'appunti prima che questa sia cristallizzata nella sua forma definitiva. Vorremmo illuminare per una sera il tavolo del suo studio portandone alla luce un frammento.

A WhoCARES? ci sará un tavolo bianco sul quale verrá chiesto, ai due interlocutori, di depositare un oggetto, un qualsiasi oggetto (una foto, una nota, un cimelio, un detonatore, un francobollo, una parola) che dia l'accesso alla cassaforte, che sia la chiave, una chiave o una delle chiavi possibili.


WhoCARES? 02 | Flavio Arensi - Alberto Zanchetta
10 giugno 2013, ore 20.00

scatolabianca(etc.)
Via Ventimiglia, angolo Via Privata Bobbio
20144 Milano
MM Porta Genova
Tram n. 9

Flavio Arensi
a. 2010: Rodin. L’origine del genio. Palazzo Leone da Perego, Legnano
b. 2011: Paladino Palazzo Reale. Palazzo Reale, Milano

Alberto Zanchetta
a. 2010: SAUL - l'opera “mancata”, una mostra [im]possibile, LABA di Brescia
b. 2014: IDRA, MAC di Lissone (Mb)
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BIO

Flavio Arensi
Giornalista e critico d’arte è nato a Milano nel 1975.

Alberto Zanchetta
Restio a rilasciare informazioni, Zanchetta è solito ricordare il caso di Balthus che, sollecitato da John Russell affinché fornisse dei cenni biografici, fece recapitare le seguenti righe: «Niente note biografiche. Scrivi così: “Balthus è un pittore di cui non si sa niente. E ora guardiamo i suoi dipinti”». Benché non sia un artista, Zanchetta ammette di essersi laureato come pittore all’Accademia di Belle Arti ma – tenendo fede al motto verba volant, scripta manent – preferisce rubricare la propria attività saggistica, che comprende i libri Frenologia della vanitas (2011), Humpty Dumpty Encomion (2007) e il pamphlet Antologia del misogino (2006). Se dovesse trarre delle conclusioni dalla sua vita, potrebbe sicuramente concordare con ciò che asseriva Stendhal nei suoi Ricordi di egotismo: «Dio mio, come è scritto male tutto questo».


Per ulteriori info:
www.scatolabianca.com
info@scatolabianca.com
press@scatolabianca.com
(+39) 340 1197983

giovedì 31 gennaio 2013

Omaggio ad Andrea Di Marco - un Archeologo del Moderno

Museo d’Arte Contemporanea di Lissone


Omaggio ad Andrea Di Marco - un Archeologo del Moderno

Museo d’Arte Contemporanea di Lissone


INFORMAZIONI
www.museolissone.it
museo@comune.lissone.mb.it
tel. 039 7397368 – 039 2145174

INAUGURAZIONE
Giovedi 31 Gennaio alle ore 21:00

31 Gennaio - 3 Marzo 2013
ORARI
Martedì, Mercoledì e Venerdì h 15-19
Giovedì h 15-23; Sabato e Domenica h 10-12 / 15-19

INGRESSO LIBERO

COMUNICATO STAMPA

La mostra è un sentito e doveroso omaggio a Andrea Di Marco, artista scomparso lo scorso 2 novembre, all’età di 42 anni. Con Alessandro Bazan, Francesco De Grandi e Fulvio Di Piazza aveva dato vita alla Scuola di Palermo, sodalizio che tra la fine degli anni novanta e gli inizi del 2000 si era affermato sulla scena italiana.

La consacrazione, che coincise con la mostra Palermo Blues inaugurata nel 2001 ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, lo aveva portato all’attenzione della critica e del pubblico per le sue emblematiche epifanie, che l’artista associava a periferie malinconiche e oggetti abbandonati. In modo pacato, curioso e minuzioso, Andrea Di Marco ha osservato la quotidianità, cercando di raccontarci la nostra realtà, la nostra vita, attraverso uno “sguardo incantato sul mondo”. Sguardo che si fissava sui cascami della vita, sulle cose che rischiavano di non essere più viste, per troppa dimestichezza o per scarsa indulgenza. L’artista dipingeva oggetti impotenti, paralizzati, lasciati in balia di se stessi, che Marco Di Capua aveva descritto «senza lusso né lustro», perché umili, dimessi, oziosi, intrisi di un sereno patetismo. La pittura di Andrea Di Marco si caratterizzava inoltre per l’abbondante spremitura dei tubetti, per una pennellata larga e densa che conferiva solidità plastica alle immagini; il severo rigore formale dava a ogni suo soggetto un’evidente concretezza, gli restituiva profondità e luminosità, ponendosi in continuità con la storia dell’arte e la storia dell’umanità.

Di Marco aveva compreso che la perenne obsolescenza del tempo presente sconfina spesso in un’archeologia del moderno, disseminando intorno a noi dei “relitti” monolitici-mitologici, usurati e logori. Lo stesso artista teneva a precisare che «di solito estraggo quei soggetti che hanno perso il loro valore di mercato: il loro progressivo abbandono mi rende piacevolmente malinconico». Mezzi di trasporto, cantieri edili, pompe di benzina, cisterne, cassonetti, saracinesche, giocattoli e cabine elettriche erano solo alcune delle immagini da lui predilette. Ma tutte queste “cose” dipinte da Di Marco non possono essere soltanto ciò che mostrano, descrivono infatti la realtà della pittura così come veniva da lui percepita. Alla resa dei conti, il soggetto dell’opera era (pur) sempre il pittore, il quale si dissimulava nei quadri, fin quasi a immedesimarsi negli oggetti: «La cosa più importante – confessava anni or sono – è il lavoro, dietro il quale io posso sparire». Sparire forse, ma non senza farsi sentire, non prima di farsi intendere, anche ora che la morte l’ha ghermito alla nostra presenza.

Qualcuno ha tenuto a ricordare che l’artista amava definirsi un realista, ma la sua pittura apparteneva a un Realismo esente da impegni politici, sociali o ideologici; difficilmente sarebbe stato annoverato tra i Naturalisti, poteva semmai entrare nella cerchia dei Vedutisti, in virtù di quella sua “osservazione del vero” che era una necessità intima, personale. Ma a rigor di logica dovrebbe essere accreditato in un Verismo avulso da qualsivoglia retorica o propaganda, un Verismo tutto italiano – profondamente meridionale – che sapeva comunicare non la verità del mondo ma la verità del pittore, e dunque della pittura stessa. Questo è stato il senso, la scelta e l’impegno di Andrea di Marco.

La mostra, allestita al pianterreno del Museo, presenterà un corpo di opere in cui sarà possibile scorrere alcuni dei temi prediletti da Di Marco, artista scomparso troppo prematuramente che ha sempre creduto nei valori della pittura.

Alberto Zanchetta


Ciao Andri ♥

sabato 19 gennaio 2013

Die Verwindung personale di Nicola Samorì a Modena



Sabato 26 gennaio alle ore 18,30 Nicola Samorì inaugura la sua prima mostra personale presso la Galleria Mazzoli di Modena. Il titolo della mostra, Die Verwindung, è preso in prestito da Heidegger e indica un atteggiamento infedele nei confronti della tradizione, ossia un tradimento – che è anche un’abietta transizione – che riprende e al contempo ripensa i tegumenti della pittura. Tale distorsione/dislocazione ha permesso all’artista di investigare e reinterpretare la Storia dell’arte, mettendo in pratica i suoi delitti-diletti ai danni della pittura (disciplina accettata come eredità scomoda ma allo stesso tempo necessaria).
Nel loro farsi e disfarsi, i dipinti assecondano un’intrinseca frantumazione “dell’identità e dell’identico” che intende scandagliare i limiti grammaticali e le possibilità sintattiche di immagini estremamente diffuse. Trafugando le memorie che languono nelle pinacoteche di tutto il mondo, Samorì ha quindi deciso di profanare i capolavori dell’arte, nella speranza di «comprendere la vitalità violata della nostra cultura, un capitale inconscio e materiale». Incoraggiando la forza istintiva e distruttiva dell’organizzazione formale, i quadri di questa mostra infrangono l’armonia delle immagini per svelare e svellere la pittura stessa.
Trasformando i suoi soggetti in molossi (vale a dire: in una materia in via di disgregazione che regge su di sé l’insopportabile gravame del supplizio), l’artista ha finito per castigare ciò che aveva composto, giungendo così all’inevitabile e irrinunciabile assassinio della pittura. Nelle opere realizzate espressamente per gli spazi della galleria, Nicola Samorì ha infatti voluto turbare, deturpare e deformare la pittura, mettendone in evidenza il suo aspetto emofiliaco, di sanguinosa metamorfosi.

Catalogo disponibile:
Nicola Samorì - Die Verwindung
con testi di Franco Rella e Alberto Zanchetta
Galleria Mazzoli Editore

Per informazioni:
GALLERIA MAZZOLI
Arte Contemporanea
Via Nazario Sauro 62 , 41121 Modena
orari: 10.00-13.00/16.00-19.00 chiuso i festivi
dal 26 gennaio al 30 marzo 2013

domenica 18 novembre 2012

SPREZZATURA. Homo faber, homo dialecticus a cura di Alberto Zanchetta


A Palermo, da non perdere!
SPREZZATURA. Homo faber, homo dialecticus

GIUSEPPE LANA, FABIO MELOSU, SEBASTIANO MORTELLARO, CHIARA SEGHENE, STEFANO SERUSI, CARLO SPIGA, STUDIO++, GIOVANNI TERMINI.


A cura di Alberto Zanchetta

Zelle Arte Contemporanea
Via Fastuca n.2, 90134 Palermo



OPENING/ Sabato 24 novembre 2012 h.19.00

la mostra resterà aperta sino al 24 dicembre 2012

dal martedì al sabato dalle h.17.00 alle h.20.00

In collaborazion con L.E.M. / Laboratorio Estetica Moderna





Durante una conferenza tenutasi nel 1994, Luciano Fabro così commentava una delle sue opere più famose, L’Italia: «ho preso la sagoma dell’Italia e l’ho appesa all’incontrario. Era una cosa che giocava naturalmente sull’ambivalenza, sull’ambiguità del senso, ecc. Però allora fu più un’immagine buffa, stimolante, neanche ironica perché come ironia non era poi granché. Era un po’ – come dire? – rivoltare il problema». L’opera, realizzata alla fine degli anni sessanta, ebbe un largo seguito anche nelle decadi successive, annoverando tra le versioni più note quella dell’Italia d’oro.


L’aspetto più saliente e seducente dell’Italia d’oro è da ricercarsi nel retro, dove troviamo imbullonate le isole dell’arcipelago italiano. Posto che nell’opera di Fabro la Sardegna e la Sicilia erano state parzialmente “occultate”, l’obiettivo di questa mostra è di all[in]earle su uno stesso asse geografico, sviluppando un sodalizio che preserva pur tuttavia una propria autonomia culturale.


Il progetto è strutturato in due distinti appuntamenti e coinvolgerà gli spazi espositivi del L.E.M. di Sassari e quelli della Zelle di Palermo.


Al L.E.M. saranno esposte soltanto le opere di Fabio Melosu, Chiara Seghene, Stefano Serusi e Carlo Spiga, mentre gli artisti siciliani renderanno disponibile la documentazione riguardante le opere che presenteranno a Palermo. Viceversa, alla Zelle sarà la volta delle installazioni di Giuseppe Lana, Sebastiano Mortellaro, Giovanni Termini e Studio++, cui si affiancheranno i documenti forniti dagli artisti sardi.


I documenti-materiali serviranno a comprendere il processo “naturante” delle opere (termine usato da Fabro per indicare ciò che si sta facendo), mettendo a disposizione del pubblico un corollario d’informazioni, appunti, schizzi, progetti, collage, taccuini, che potrebbero essere integrati con scarti di lavorazione, fotografie e oggetti di varia natura.

Le esposizioni al L.E.M. e a Zelle saranno complementari ma ognuna manterrà una sua identità specifica. Non si tratta quindi di un’unica mostra da riproporre tale e quale a distanza di tempo, bensì di un progetto che prevede approcci diversi e tempistiche differenti.


Come suggerisce il sottotitolo del progetto: lo scopo della mostra è incentrato sul concetto stesso di arte, intesa come “ciò che trasforma” (Homo Faber), e sull’interazione con/tra gli artisti (Homo Dialecticus). Gli artisti sono quindi chiamati a confrontarsi e a interpretare lo spirito critico e solidale di Luciano Fabro; ma anziché connotarsi come un omaggio alla sua figura tutelare, il progetto intende sviluppare, approfondire e rivitalizzare la “lezione” che ci ha lasciato in eredità. I temi sviluppati dagli artisti saranno quindi gli stessi che hanno impegnato la ricerca estetica di Fabro, ossia l’arte come atto di responsabilità, l’ampliamento formale del linguaggio plastico, la definizione dell’esperienza e dell’istanza con gli oggetti, l’inesausta ricombinazione delle forme, e in particolar modo l’esercizio della sprezzatura.

sabato 20 ottobre 2012

.SPREZZATURA. / .S.A.M. a cura di Alberto Zanchetta

Da non perdere!!!
.SPREZZATURA.
HOMO FABER, HOMO DIALECTICUS


GIUSEPPE LANA – FABIO MELOSU –
SEBASTIANO MORTELLARO – CHIARA SEGHENE
STEFANO SERUSI – CARLO SPIGA –
STUDIO + + – GIOVANNI TERMINI



.S.A.M.


DACIA MANTO


a cura di Alberto Zanchetta



.SPREZZATURA.
HOMO FABER, HOMO DIALECTICUS


Durante una conferenza tenutasi nel 1994, Luciano Fabro così commentava una delle sue opere più famose, L’Italia: «ho preso la sagoma dell’Italia e l’ho appesa all’incontrario. Era una cosa che giocava naturalmente sull’ambivalenza, sull’ambiguità del senso, ecc. Però allora fu più un’immagine buffa, stimolante, neanche ironica perché come ironia non era poi granché. Era un po’ – come dire? – rivoltare il problema». L’opera, realizzata alla fine degli anni sessanta, ebbe un largo seguito anche nelle decadi successive, annoverando tra le versioni più note quella dell’Italia d’oro.
L’aspetto più saliente e seducente dell’Italia d’oro è da ricercarsi nel retro, dove troviamo imbullonate le isole dell’arcipelago italiano. Posto che nell’opera di Fabro la Sardegna e la Sicilia erano state parzialmente “occultate”, l’obiettivo di questa mostra è di all[in]earle su uno stesso asse geografico, sviluppando un sodalizio che preserva pur tuttavia una propria autonomia culturale.
Il progetto è strutturato in due distinti appuntamenti e coinvolgerà gli spazi espositivi del L.E.M. di Sassari e quelli della Zelle di Palermo.
Al L.E.M. saranno esposte soltanto le opere di Fabio Melosu, Chiara Seghene, Stefano Serusi e Carlo Spiga, mentre gli artisti siciliani renderanno disponibile la documentazione riguardante le opere che presenteranno a Palermo. Viceversa, alla Zelle sarà la volta delle installazioni di Giuseppe Lana, Sebastiano Mortellaro, Giovanni Termini e Studio++, cui si affiancheranno i documenti forniti dagli artisti sardi.
I documenti-materiali serviranno a comprendere il processo “naturante” delle opere (termine usato da Fabro per indicare ciò che si sta facendo), mettendo a disposizione del pubblico un corollario d’informazioni, appunti, schizzi, progetti, collage, taccuini, che potrebbero essere integrati con scarti di lavorazione, fotografie e oggetti di varia natura.
Le esposizioni al L.E.M. e a Zelle saranno complementari ma ognuna manterrà una sua identità specifica. Non si tratta quindi di un’unica mostra da riproporre tale e quale a distanza di tempo, bensì di un progetto che prevede approcci diversi e tempistiche differenti.
Come suggerisce il sottotitolo del progetto: lo scopo della mostra è incentrato sul concetto stesso di arte, intesa come “ciò che trasforma” (Homo Faber), e sull’interazione con/tra gli artisti (Homo Dialecticus). Gli artisti sono quindi chiamati a confrontarsi e a interpretare lo spirito critico e solidale di Luciano Fabro; ma anziché connotarsi come un omaggio alla sua figura tutelare, il progetto intende sviluppare, approfondire e rivitalizzare la “lezione” che ci ha lasciato in eredità. I temi sviluppati dagli artisti saranno quindi gli stessi che hanno impegnato la ricerca estetica di Fabro, ossia l’arte come atto di responsabilità, l’ampliamento formale del linguaggio plastico, la definizione dell’esperienza e dell’istanza con gli oggetti, l’inesausta ricombinazione delle forme, e in particolar modo l’esercizio della sprezzatura.


Alberto Zanchetta



DURATA MOSTRA LEM SASSARI: DAL 27 OTTOBRE AL 23 NOVEMBRE
DURATA MOSTRA ZELLE PALERMO: DAL 24 NOVEMBRE AL 24 DICEMBRE



.S.A.M.


Nello spazio interrato del L.E.M. sarà esposta una maschera della tradizione sarda e una copia del libro Solaris di Stanislaw Lem mentre alle pareti verrà proiettato il video Asterina di Dacia Manto. Ognuno di questi elementi innescherà con gli altri un rapporto di analogie e di discrepanze, generando un cortocircuito visivo (la sigla s.a.m. è infatti l’acronimo di Solaris-Asterina-Mamuthones).
Stanisław Lem, Solaris, 1961. Celebre scrittore di fantascienza, Lem ha spesso sviluppato nei suoi racconti delle profonde riflessioni esistenziali. I suoi personaggi sono sempre costretti a confrontarsi con se stessi, con la società e la cultura. Gli uomini descritti da Lem affrontano l’incomprensibile attraverso un viaggio interiore che li porta a delle scelte rassegnate, come nel celebre romanzo Solaris.
Dacia Manto, Asterina, 2009. Il video documenta i ritmi del mondo naturale, registrandone ogni impercettibile evoluzione. L’osservazione pseudo-scientifica trasforma la natura in un teatro di “eventi minimi” i cui protagonisti sono gli insetti, le spore, i funghi, le fronde e i fiori. La sensibilità pittorica dell’artista tende qui a ricostruire scenari ancestrali e a dar vita a un poetico ecosistema.
Mamuthones. Maschera tipica del carnevale di Mamoiada, risale ai riti stagionali di tipo agrario e ha una forte valenza apotropaica. Intagliate nel legno di fico oppure nell'ontano o nell'olmo, alcune di queste maschere sono ricavate dal castagno o dal noce, mentre anticamente venivano intagliate nel pero selvatico. La visera (maschera facciale) è in legno annerito.
Gli oggetti, i luoghi e le suggestioni di questa mostra tendono a confondersi in un circolus methodicus che tenta di destabilizzare i confini tra ciò che è reale e ciò che è artefatto. Nascono così strane relazioni tra il contesto espositivo e il mondo raccontato nel romanzo di fantascienza di Stanislaw Lem (non a caso, il cognome dello scrittore corrisponde al nome della galleria e al modulo lunare che la Nasa usò tra il 1969 e il 1972); il paesaggio fittizio creato dal “Dio bambino” di Solaris sembra invece intrattenere una relazione con il video di Dacia Manto, in cui i macroingrandimenti ci restituiscono la bellezza di una natura che ci risulta sconosciuta, più immaginaria che concreta; a sua volta, la maschera di un Mamuthones assume l’aspetto di una creatura quasi aliena, avulsa cioè dalla realtà in cui è nata (a causa del progresso sociale e industriale). Decontestualizzati in un habitat comune, il libro, il video e la maschera entrano quindi a far parte di un climax culturale di tipo “relativo”.
Nella lingua italiana, il termine “relativo” è sinonimo di soggettivo, corrispondente, approssimativo. In pratica ogni cosa e/o evento perviene a un ordine limitato e condizionante. Nel linguaggio scientifico fa riferimento a un fenomeno che è in grado di assumere aspetti o valori diversi in funzione dell’ambiente in cui si trova così come della persona che li osserva. In base all’atteggiamento filosofico che considera la conoscenza come incapace di attingere a una realtà oggettiva e assoluta, il progetto espositivo intende muoversi sia nello spazio – quello della galleria, del folclore, del ricordo, dell’immaginazione, della fantascienza – sia nel tempo – con sconfinamenti tra passato e presente (vale a dire tra le tradizioni rurali e l’arte contemporanea) che finiscono per inserirsi nel ciclo perpetuo della natura.
Di fronte al video e a fianco del libro, la maschera sembrerà interrogarsi su quale sia effettivamente il mondo cui appartiene, ma il contesto conoscitivo rimarrà sostanzialmente insoluto...


Alberto Zanchetta


L.E.M. Laboratorio Estetica Moderna
via Napoli, 8 - 07100 Sassari
gallerialem@gmail.com

domenica 19 febbraio 2012

Cambio di data!

Raynaud

Qualche settimana fa ho dato spazio alla notizia dell'inaugurazione della mostra, curata da Alberto Zanchetta, CRANIOLOGIA (vedi: http://lastanzaprivatadellarte.blogspot.com/2012/01/cranioscopia-cura-di-albero-zanchetta.html ). Mi viene comunicato dall'organizzazione della stessa di un cambiamento di data. L'inaugurazione è stata spostata, anzi anticipata al giorno 21 febbraio anzichè il 23... Il concetto non cambia: da vedere!

domenica 22 gennaio 2012

CRANIOSCOPIA a cura di Albero Zanchetta

Fra i tanti presenti, in questa mostra curata dal raffinato Zanchetta, mi piace sottolineare la presenza degli ottimi: Vanni Cuoghi, Maurizio Carriero, Nicola Samorì e molti ancora

CRANIOSCOPIA a cura di Albero Zanchetta
(Macabre Cabinet d’Amateur)



Giovedì 23 febbraio si inaugurerà alla galleria Rubin di Milano un progetto curatoriale di Alberto Zanchetta che si propone di indagare la genesi e le derivazioni del libro “Frenologia della vanitas” pubblicato lo scorso aprile dalla casa editrice Johan&Levi. Non quindi una semplice mostra di opere, bensì un approfondimento e un “accanimento terapeutico” che intende sondare la mente dell’autore, o più precisamente: il suo cranio.

«La verità è nuda; ma sotto il nudo c’è lo scorticato». Prestando fede alle parole di Valéry, Alberto Zanchetta ha inteso emanciparsi dalla carne per ridursi a “corpo secco”, ossia all’eso-scheletro sul quale ha costruito il suo libro “Frenologia della vanitas”. Intorno al proprio saggio critico è andato elaborando un progetto che non ha un carattere meramente informativo o espositivo, bensì intende sviscerare l’optima pars dello scheletro, quel teschio che l’ha tenuto impegnato negli ultimi dieci anni della sua vita.
Critico d’arte e curatore indipendente, Zanchetta è stato definito un «architetto del linguaggio curatoriale», lui però preferisce essere chiamato un «analogo patologo» (terminologia che ibrida le scienze forensi con il rapsodismo critico) come a voler testimoniare quel modus operandi con cui cercherà di refertare la propria “Frenologia”. Attraverso accostamenti inusuali, connessioni tra contemporaneità e tradizione, così come tra stili ed epoche, l’autore creerà dei tavoli di lavoro – sull’esempio dei tavoli d’obitorio – in cui saranno presentati al pubblico reperti, documenti e oggetti che integreranno l’opera saggistica; tra le varie curiosità troveranno posto una testa frenologica, il volume “Atlas of Bones and Ligaments” di Cathcart & Caird pubblicato a Londra nel 1885, cartoline o radiografie di diversa provenienza, alcune vertebre e frammenti di crani umani. Per la prima volta saranno esposti tutti i diciotto Taccuini tanatologici composti da immagini che Zanchetta ha collezionato, ritagliato e incollato su dei quaderni (realizzati durante la stesura di “Frenologia della vanitas”, ciascun taccuino ha una struttura autonoma e un’identità specifica, quasi fossero una propaggine del saggio critico, ma a differenza di quest’ultimo ogni quaderno è stato pensato come un liber mortuorum cum figures, ovvero senza parole).
Appese a parete o distribuite su dei basamenti ci saranno delle opere d’arte provenienti dalla sua collezione privata, quelle stesse che gli hanno tenuto compagnia durante la lavorazione della “Frenologia”. Incisioni, xilografie e calcografie di artisti del passato (tra cui quelle di Max Klinger, Alphonse Legros, Karl Hänny, Etienne Villequin, Lorenzo Metalli e Tommaso Raggio) si mescoleranno a una selezione di autori ignoti o di artisti contemporanei (Yang Jiechang, Massimo Pulini, Andrea Chiesi, Jean-Pierre Raynaud, Nicola Samorì, Marco Fantini, Frédéric Coché, Beatrice Pasquali, Stefan Lundgren, Andrea Buglisi, Maurizio Carriero, Giorgio Rubbio, Juan Carlos Ceci, Vanni Cuoghi, Verter Turroni, Gionata Gesi-Ozmo, Carl Jurisković). Sempre attingendo alla sua collezione, Zanchetta si servirà di alcuni oggetti di design per ricreare una “vanitas contemporanea” sulla falsariga delle nature morte del XVII secolo in cui un teschio era sovente attorniato da vasi, candele e insetti che alludevano alla fugacità dell’esistenza. Nella seconda sala della galleria saranno invece esposte le opere che Luca Coser, Alex Pinna, Tommaso Ottieri, Matteo Pagani e gli Affiliati Peducci/Savini hanno espressamente realizzato per l’occasione.
Mantenendosi in bilico tra la nuda documentazione e una libera [re]invenzione del materiale a sua disposizione, Alberto Zanchetta intende compiere un’indagine necroscopica – quasi una “cranioscopia sul vivente” – che possa mettere in evidenza uno stile di vita, di lavoro e di ricerca non limitabile alla lettura del libro, ma che ne sia semmai un valido complemento.





Alberto Zanchetta, FRENOLOGIA DELLA VANITAS, Johan&Levi, 2011.
Il volume analizza come l’effige del teschio, simbolo massimo della caducità di tutte le cose terrene e del tempo che corrompe la bellezza, abbia modificato la propria simbologia nell’avvicendarsi dei secoli. Il saggio ripercorre la storia delle “teste di morto” con specifici approfondimenti sulla sua grande proliferazione nell’arte di tutto il mondo. Affrontando l’ampia casistica dei generi connessi alla Vanitas e al Memento mori, l’autore ha inteso verificare le metamorfosi (di senso e di forma) subite dall’iconografia macabra nel corso dell’ultimo millennio.


ALBERTO ZANCHETTA
CRANIOSCOPIA

23 febbraio - 4 marzo 2012

Galleria Rubin
Via Bonvesin de la Riva, 5
20129 Milano

mercoledì 16 febbraio 2011

"Esercizi di inerzia" personale di Maurizio Carriero a cura di Alberto Zanchetta, a Trento

Del fatto che io sia un fan dell'ottimo Maurizio Carriero, non ne ho mai fatto mistero. Di conseguenza, mi sembra come minimo obbligatorio, offrire visibilità a questa avventura "trentina" del bravo Maurizio sotto l'attenta guida di Alberto Zanchetta.

12 marzo – 5 maggio 2011

MAURIZIO CARRIERO
ESERCIZI DI INERZIA
A CURA DI ALBERTO ZANCHETTA


inaugurazione
sabato 12 marzo ore 18:30



La Galleria d’Arte Il Castello di Trento inaugura sabato 12 marzo la personale di Maurizio Carriero dal titolo Esercizi di inerzia.
L’inerzia cui allude l’artista (vale a dire la condizione secondo cui un corpo permane in uno stato di inattività finché una forza esterna non intervenga a modificare la sua quiescenza) è da mettere in relazione con l’estasi, che è lo “stato di grazia”, facoltà di astrarsi e di trovarsi altrove. Si tratta di opere che potremmo definire eccentriche, intendendo proprio la condizione dello stare fuori dal centro (in questo caso specifico: fuori da se stessi, dal proprio corpo). È quello che succede ai personaggi di Carriero, figure esiliate e imprigionate in riquadri che ridefiniscono le normali coordinate spazio-temporali, come a voler rarefare i rapporti con il mondo esterno per rivolgersi soltanto a quello interiore. I soggetti che popolano queste tele sono vittime silenziose, assorte in inconfessabili travagli fisici e spirituali. Anime inquiete, “rapite in altissimi godimenti”, i cui contorni e i cui lineamenti si sciolgono sotto il gravame della materia pittorica. Mortificati e martoriati, i penitenti di Carriero sembrano decomporsi in un vuoto carico di promesse; immersi in una sorta di ascesi carnale-sessuale che tende a raggiungere la perfezione attraverso la pratica, quell’esercizio che permette di vivere in una realtà che non è di questa terra. Come scriveva George Simmel a proposito dei raptus mistici: «la loro anima non è più propriamente loro, ma abita nell’al di là, per cui il corpo tenta di seguirla. Con i gesti del corpo l’anima esprimeva la propria impossibilità di esprimersi; inoltre, poiché l’unica funzione del corpo era quella di far sì che l’anima se ne allontanasse, i suoi movimenti lo estraniavano in certo modo da se stesso». L’artista traspone quindi le esperienze extracorporee sia nella santità sia nell’erotismo, a creare una metafisica colloquiale – tra Cielo e Terra, tra anima e corpo, tra giaculatorie ed eiaculazioni.