RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!






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sabato 8 aprile 2017

Treasures from the Wreck of the Unbelievable Damien Hirst a Venezia



Sicuramente un gigante!
Si inaugura oggi a Venezia "Treasures from the Wreck of the Unbelievable"...
L'ultimo Damien Hirst...
Da non perdere!!!! 

Treasures from the Wreck of the Unbelievable
 Damien Hirst a Venezia



Da domenica 9 aprile 2017 Palazzo Grassi e Punta della Dogana presentano "Treasures from the Wreck of the Unbelievable", un progetto inedito dell’artista britannico Damien Hirst che coinvolge entrambe le sedi.
Il progetto di Damien Hirst è frutto di un lavoro durato dieci anni. La mostra è curata da Elena Geuna, già curatrice delle monografiche dedicate a Rudolf Stingel (2013) e Sigmar Polke (2016), entrambe a Palazzo Grassi.
Si tratta della prima grande mostra personale dedicata a Damien Hirst in Italia, dopo la retrospettiva del 2004 al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.



Tutte le info su:

domenica 27 dicembre 2015

Per smaltire, mi cibo d'arte!



Cosa c'è di meglio da fare, per smaltire le abbuffate natalizie, se non regalarsi un pomeriggio immerso nell'arte? Nulla! 
Almeno per me...

La meta? la Fondazione Prada a Milano...

Assolutamente da vedere... 
La struttura, le collezioni permanenti e... 
fino al 10 gennaio, TRTTICO, con opere di Cattelan, Pivi e Damien Hirst e la mostra curata da Germano Celant di Gianni Piacentino

Fino al 14 febbraio la mostra RECTO VERSO
 
E dulcis in fundo fino a maggio AN INTRODUCTION, con opere dei più grandi protagonisti del secondo dopoguerra: dagli anni '60 al New Dada fino al Minimalismo americano...

con Lost Love (2000), di Damien Hirst


giovedì 6 febbraio 2014

DoppioSogno - da Warhol a Hirst da De Chirico a Boetti

DoppioSogno 
da Warhol a Hirst da De Chirico a Boetti
 a cura di Luca Beatrice e Arnaldo Colasanti
Nuovo Spazio Mostre Piazzetta Reale - Torino
31 gennaio - 30 aprile 2014


Questa mostra, che inaugura un nuovo spazio espositivo nel cuore barocco di Torino all’interno del Polo Reale, nasce dal tentativo di mettere in dialogo una serie di concetti opposti, solo apparentemente inconciliabili.
Il primo, forse il più ovvio, è il rapporto tra esterno e interno. Dalla metà di novembre cittadini piemontesi e turisti in visita nel capoluogo sabaudo si saranno accorti della presenza di una serie di opere installate tra la Piazzetta Reale, il cortile di Palazzo Reale e quello di Palazzo Chiablese, dove un tempo si affacciavano i locali del vecchio Museo del Cinema e della sua biblioteca, la zona archeologica antistante l’ingresso la Galleria Sabauda. Si tratta di sculture di conclamati maestri che occupano una posizione di rilevo nella storia dell’arte recente: da Antonietta Raphael Mafai, esponente di spicco della Scuola Romana, a Marino Marini, che ha attraversato con la sua personalità tutta la scultura italiana del ‘900 per mezzo di frequenti richiami alla tradizione del primitivismo e al panorama internazionale; da Arman, punta di diamante del Nouveau Réalisme, che all’inizio degli anni ’60 ha contribuito a dissacrare le certezze della società dei consumi, ai grandi interpreti della figurazione italiana, si vedano Francesco Messina con la teatrale Lady Macbeth, Giacomo Manzù nella rilettura di un Ulisse giovinetto, Augusto Perez con due presenze monumentali e Giuliano Vangi di cui il capolavoro Ragazza con le trecce è stato installato nella Sala degli Svizzeri, all’interno di Palazzo Reale. Avvicinandoci poi al presente, si passa dal grande intervento di Giuseppe Maraniello, artista emerso con la generazione degli anni ’80, alla gigantesca testa di Igor Mitoraj, specializzato nelle opere da esterno che abbelliscono diverse città italiane, ad esempio Milano e Roma. Insieme ai lavori di Patrizia Guerresi, una mano aperta che accoglie come in un grembo molle il visitatore e la sua macchina fotografica, del canadese William Hadd McElcheran e la sua ironica neo-figurazione, giungiamo infine alle opere di artisti che rinvigoriscono la tradizione della scultura d’immagine: il Branco di cani di Velasco (sufficiente identificarlo con il nome di battesimo, di cognome fa Vitali, il padre Giancarlo è uno dei pittori figurativi più sensibili fin dagli anni ’50), installato sulle Mura Romane della Sabauda, un intervento secco e aspro ma ricco di poesia; e la lastra di metallo sulla quale Giuseppe Bergomi inserisce preziose figurine di donna in bronzo, dal titolo Cronografia di un corpo, inserendo così nella dimensione statica l’elemento dinamico del tempo.
All’interno, invece, si apre un nuovo spazio che nei mesi prossimi sarà destinato ad accogliere i visitatori di Palazzo Reale con mostre temporanee. Si consegna così a Torino un altro luogo d’arte, con l’inaugurazione della parte “in” di Doppio sogno. Una passeggiata tra Novecento e contemporanea attraverso una cinquantina di opere, in una modalità dialogica e non cronologica, con accostamenti talora impliciti altrove azzardati, naturali eppure bizzarri, studiati dallo scrittore e critico letterario Arnaldo Colasanti. Da De Chirico a Andy Warhol, da Felice Casorati ad Alighiero Boetti, da Alberto Savinio a Damien Hirst, tanto per citare alcuni dei protagonisti in quella formula nota “da…a” non sempre esaustiva e rivelatrice della complessità progettuale che sta dietro a una mostra. Oppure, per meglio dire, dalla Metafisica alla Pop Art, ad esempio di Mario Schifano, Enrico Baj e Mimmo Rotella per rimanere in Italia ma anche Warhol e Claes Oldenburg con il bellissimo fiore appartenente alla collezione del Castello di Rivoli; dall’Arte Povera (Boetti, Giulio Paolini, in parte Claudio Parmiggiani) alla Transavanguardia (sia quella italiana di Enzo Cucchi e Sandro Chia sia la tedesca di Markus Lupertz, AR Penck e Rainer Fetting, fino all’americana di David Salle e James Brown); dalla nuova figurazione italiana (qui i casi interessanti sono molti, Daniele Galliano, Valerio Berruti, Andrea Martinelli, Luca Pignatelli, Velasco, Bernardo Siciliano, Alessandro Papetti, Giorgio Ortona ecc…) all’era globale (il giovane Carlos Donjuan, il maestro colombiano Fernando Botero).
Se nel caso della mostra “esterna” parlare di scultura vien quasi implicito, qui il termine pittura appare più complesso da sciogliere, anche se esperienze come quelle dei protagonisti dell’Arte Povera rivelano più di un legame, magari non immediato, con il linguaggio più antico e tradizionale del mondo. E che forse tra i Medicine Cabinet di Hirst e le figure surreal-circensi di Botero le differenze sono talmente evidenti da sembrare addirittura appartenere a mondi diversi. Nell’accezione contemporanea “pittura” non riguarda soltanto l’atto del dipingere a olio e acrilico su un supporto bidimensionale, tela o tavola, ma implica tutte quelle forme linguistiche, anche indirette, in cui all’opera viene attribuito un punto di vista unilaterale e unico, preferenziale anzi obbligatorio. Da che ne consegue che i materiali possono essere molti e non necessariamente quelli della tradizione classica. In tale accezione, insomma, sono pittori sia i fedelissimi dell’olio su tela e dell’immagine come Antonio Nunziante e Stefano Di Stasio, Salvo e il giovane Nicola Samorì, Tino Stefanoni e Andrea Chiesi, ma tracce di pittura, citazioni indirette simbolo della temperie postmoderna, si ritrova anche nella fotografia di Luigi Ontani e nel suo d’àpres David e in buona parte di quelle tendenze emerse negli anni ’80, tra Neo Manierismo (Omar Galliani) e ennesima riproposizione della scuola romana (Pietro Fortuna, Pino Salvatori, Felice Levini), fino alla rotta di collisione tra pittura e concettuale, ad esempio nel Narciso di Luigi Stoisa.
Il terzo concetto oppositivo nasce dal rapporto tra le opere e lo spazio. Abitualmente l’arte contemporanea vive nel dogma del cosiddetto white cube, zona neutra, completamente priva di elementi connotativi, sempre uguale a sé stessa in una sorta di meccanismo di ripetizione per certi versi rassicurante. In Inside the White Cube, una raccolta di saggi pubblicati per la prima volta nel 1976 sulla rivista Artforum, tradotti in italiano dalla casa editrice Johan and Levi, l’artista concettuale Brian O’Doherty afferma che gli artisti devono concepire il proprio lavoro in relazione allo spazio espositivo e, più in generale, al sistema dell’arte. Tale ideologia, alla lunga, ha mostrato i propri limiti, perché capita sempre più spesso che opere perdano completamente il loro senso se estrapolate dal contesto espositivo e dalla scatola che le contiene. Per ovviare a questo problema di “credibilità interna”, sono in diversi a tentare il confronto con spazi completamente diversi: musei d’arte antica, dimore storiche, musei tematici, interagendo con gli elementi decorativi presenti, senza la pretesa di azzerare la storia in una sorta di rivoluzione culturale cinese dell’arte. Le cronache recenti parlano di mostre memorabili d’arte contemporanea al Louvre o alla Reggia di Versailles, per un inesausto cortocircuito tra antico e moderno, classico e attuale, memoria e presente. Risulta dunque sempre più interessante capire come reagisce l’arte di oggi alle prese con un contenitore storico, se riescono a dialogare e interagire due pubblici sostanzialmente diversi e con differenti motivazioni. E se davvero l’arte contemporanea, privata del proprio ombrello protettivo in cui la fa da padrona la teoria del contesto, riesca a mantenere le sue motivazioni iniziali. Nel nuovo spazio espositivo del Polo Reale torinese, progettato con tutti i crismi e nel rispetto delle regole del gusto corrente, basta spostare lo sguardo di pochi metri per ritrovare i gioielli della decorazione, dell’architettura e della pittura barocca, a favorire così un diverso livello di lettura delle opere esposte e presentate al visitatore.
E infine: riesce la parola scritta a raccontare con altrettanta energia le stesse avventure delle immagini davanti ai nostri occhi? Dal punto di vista linguistico questa è la sfida più interessante: restituire con un altro mezzo le medesime sensazioni arricchendole anzi di ulteriori interpretazioni. Dove ogni tanto la critica specializzata si arena nel conformismo dialettico, viene in soccorso la categoria del letterario, che qualcuno vede come un difetto ma che invece rappresenta un’ottima ipotesi narrativa pur lasciando per strada la più rigida filologia. E Doppio sogno mira a essere una mostra letteraria, proprio perché si è creata un’ideale staffetta tra i due curatori. A chi scrive il compito di scegliere le opere, ad Arnaldo Colasanti quello di ordinarle in un racconto con l’intenzione di restituire al pubblico un’ipotesi comunque differente, onirica, sospesa nel tempo e nello spazio. Forse più somigliante a un romanzo, o una poesia, che non a un accrochage come si conviene.

giovedì 21 novembre 2013

LA BELLEZZA SALVERA’ IL MONDO

 
LA BELLEZZA SALVERA’ IL MONDO
Inaugurazione: Giovedi 5 dicembre 2013 ore 18,00

Nella serata Tiziana Lazzari, dermatologo plastico,
presenta il suo libro Bellissima,edizioni Edicolors

Cerruti Arte presenta la mostra “La Bellezza salverà il mondo”, riflessione sull’estetica e il valore della bellezza in un percorso scenico che spazia dalla pittura alla scultura, dalla fotografia e video all’installazione: quindici artisti, tra cui alcuni dei più affermati nel panorama internazionale dell’arte contemporanea e alcune giovani promesse, contemplano e traducono nel loro linguaggio la bellezza da diversi punti di vista ed entrano in dialogo con la sensibilità dei visitatori attualizzando domande di carattere universale.
La “Bellezza salverà il mondo”, in mostra da Cerruti Arte, propone una riflessione in chiave contemporanea su uno dei temi dominanti di tutta la storia dell’arte e affronta non solo la necessità della bellezza, ma anche la sua funzione, il suo valore e la sua finalità ospitando nella serata inaugurale il contributo di Tiziana Lazzari che presenta il suo libro Bellissima, una visione sulla bellezza dal punto di vista della sua esperienza decennale in medicina dermatologica ed estetica.
La mostra presenta un percorso in cui il pubblico si trova a confronto con opere che sollecitano la partecipazione fisica ed emotiva. I quindici artisti esaltano il tema della soggettività dello sguardo: gli scatti cinematografici di Miles Aldridge, fotografo e artista britannico celebre nel campo della moda per le sue immagini surreali a colori eccentrici, raccontano di donne, tutte bellissime, in un universo femminile lussuoso ed esasperato, nell’opera di Vanessa Beecroft, artista italiana famosissima all’estero, si fondono bellezza, estetizzazione della realtà e ossessione della perfezione, Stefano Bonzano nelle sue sculture interpreta il corpo come una periferica di collegamento tra il mondo interiore ed esteriore; un mondo artistico tutto da scoprire nel video inedito del giovane croato Tvrtko Buric che nelle sue opere incarna una visione astratta di quello che è di più astratto nella realtà, nella scultura di Aron Demetz è intagliata nel legno una nuova ricerca sulle proporzioni, l’opera di Stefano Fioresi, considerato uno dei massimi esponenti della corrente Neo-Pop italiana, rimanda ad una riflessione sulla bellezza apparentemente classica, mentre invece l'immaginario surrealista fatto d'incongruenza e di sogni si fonde con la matericità nell’installazione di Loredana Galante, artista poliedrica che lavora utilizzando tutti i linguaggi visivi, Deborah Hirsc umanizza le icone della bellezza contemporanea affiancando al volto dipinto un testo da lei scritto che diviene completamento del ritratto stesso per svelarne l’interiorità, nella celebre opera di Damien Hirst, noto artista internazionale, la bellezza si scopre anche nel simbolo della morte quale elemento di rinascita, per Javier Marin, affermato scultore messicano, la bellezza sta nello slancio e nel senso di conquista che trasmette la sua opera con la capacità delle pose di dominare con forza lo spazio, Alessandro Pianca, giovanissimo protagonista della scena italiana, usa un linguaggio fotografico unico, regalando alla bidimensionalità della fotografia la tridimensionalità della vita, l’opera specchiante di Michelangelo Pistoletto, uno degli artisti più influenti d’Europa, include direttamente la bellezza del quotidiano con la presenza dello spettatore e la dimensione reale del tempo, la fotografa americana Denise Prince si autorappresenta in una donna avventurosa e coraggiosa che predilige l’azione, i lavori di Gavin Rain hanno una molteplicità di livelli di visione e la bellezza appare da un insieme, ed infine per Vitaliano, artista chiavarese di nascita e cittadino del mondo per vocazione, la donna diviene messaggera del messaggio positivo, attraverso un sorriso o un’espressione ammiccante e seducente attraverso l’uso della tecnica pittorica che rimanda alla cultura classica.
La bellezza non è una qualità delle cose stesse: essa esiste soltanto nella mente che le contempla ed ogni mente percepisce una diversa bellezza. ( HYPERLINK "http://it.wikiquote.org/wiki/David_Hume"David Hume)

LA BELLEZZA SALVERA’ IL MONDO
Dostoevskij

Miles Aldridge,
Vanessa Beecroft,
Stefano Bonzano,
Tvrtko Buric,
Aron Demetz,
Stefano Fioresi,
Loredana Galante,
Debora Hirsch,
Damien Hirst,
Javier Marin,
Alessandro Pianca,
Michelangelo Pistoletto,
Denise Prince,
Gavin Rain,
Vitaliano.

Inaugurazione: Giovedi 5 dicembre 2013 ore 18,00

Nella serata Tiziana Lazzari, dermatologo plastico,
presenta il suo libro Bellissima, edizioni Edicolors

Durata: dal 6 dicembre al 31 gennaio 2013

Orari galleria: dal martedì al venerdì dalle 15,30 alle 19
ed il Sabato dalle 10 alle 12.30 e dalle 15,30 alle 19

Ufficio stampa: Silvia Caprari – tel. 3465011570 – HYPERLINK "mailto:silviacaprari1@gmail.com"silviacaprari1@gmail.com

mercoledì 10 novembre 2010

Il mio testo e quello di Anna Paola Ruffo per la mostra "THE SKULL"





“SKULL – all’ombra del teschio di Damien”

Quando Christiana Pecile mi propose di organizzare questa mostra, confesso, rimasi un po’ perplesso, dubbioso. C’era qualcosa che non mi quadrava. In effetti dentro di me sapevo benissimo cosa fosse, ma non lo avevo ancora metabolizzato. Ora che la mostra ha preso corpo ed è stata disegnata, comprendo anche i motivi inconsci, e neanche troppo, dei miei dubbi. In primis, sapevo che sarei arrivato lungo con i tempi. Purtroppo o per fortuna l’autunno è la stagione dove la mia agenda trabocca di appuntamenti ed impegni e le ore del giorno dovrebbero essere almeno 48.
Di seguito anche solo pensare una mostra sul teschio in qualche maniera mi preoccupava. Temevo il confronto. La grande ombra del teschio di Damien aleggiava nell’aria…
Ma il mio peggior difetto è quello di non saper mai dire di no.
E non potevo farlo neanche ora!
Allora, in treno, in macchina, a letto ho iniziato ad organizzarla, a pensarla e demandare. Non ho a questo punto nessun merito per questo splendido risultato se non quello di avere tessuto legami e spostato conoscenze dalla mia agenda a quella di altri…
La mostra è bella, armonica, ricca. Ci sono gesti, formazioni e prestazioni differenti. Un insieme di energie che sono sfociate in un concerto dove le sonorità artistiche dei singoli formano un tutt’uno per dare vita ad una mostra che parte da un concetto vecchio quanto le origini del mondo, anche se ancora di disarmante attualità: il dialogo con la morte, con un teschio.

Sembra scontato invitare dei giovani, ma già affermati artisti a confrontarsi su questo tema, quando ancora gli echi del teschio di Hirst sono sulla bocca di tutti, addetti ai lavori e non.
Invece quello che ne sorto è qualche cosa di veramente unico.

Dal dipinto di Giuseppe Bombaci alla fotografia di Danilo Pasquali, dal lavoro della brava Alice Olimpia Attanasio alla testimonianza di Massimo Gurnari, passando sotto le pennellate coloratissime di Andy o di Marco Minotti al “Sorrident” di Giuseppe Linardi (solo per citarne qualcuno), questi quindici artisti hanno con la loro creatività, genio e talento, partorito una mostra di taglio veramente internazionale e senza neanche mai una citazione al buon vecchio Damien.

Non sono un critico e non ne voglio vestire i panni, è per questo che la parte “scientifica” l'ho lasciata alla giovane, ma già dotata Anna Paola Ruffo, che è riuscita in poche righe a fare una disamina perfetta della presenza del teschio nella storia dell’arte.

A me che, ripeto, non spetta nessun merito per la creazione di questa mostra, rimane solo di ringraziare gli architetti Cristiana PECILE e Marzia Altaira GRAZZINI, l' impareggiabile Nicoletta PECILE ed ovviamente tutti gli artisti che hanno risposto con assoluto entusiasmo a partecipare a questa collettiva.

In una strana giornata primaverile,
novembre 2010

Roberto Milani

Vitti na crozza 
“Essere o non essere, questo è il dilemma …”
La prima scena del terzo atto della tragedia di Shakespeare si apre con queste celebri battute, dando vita a un intenso monologo sul dubbio esistenziale del vivere (o del morire). Osservando attentamente la scena della rappresentazione ci accorgiamo che, oltre al protagonista riconoscibile, il giovane principe Amleto, ve n’è un altro, altrettanto importante: il teschio. Qui non un orpello né tantomeno oggetto di scena ma, interlocutore muto ed inerme, elemento essenziale per rendere visibile e concreta l’eterna contrapposizione tra la vita e la morte.
Il teschio, scrigno vuoto d’ossa che un tempo, ricoperto da muscoli e pelle era solida impalcatura di un volto e che proteggeva nel suo interno la misteriosa capacità di pensare, è stato da sempre oggetto di culto (le popolazioni neolitiche adoravano i teschi dei propri defunti). Un elemento affascinante e terrificante allo stesso tempo, un ossimoro a cui non possiamo sottrarci. Proprio per questa sua natura contraddittoria e per la forte simbologia associata al rapporto vita-morte, che artisti di ogni epoca ne hanno fatto un soggetto prediletto, perché, d’altro canto, che cos’è l’arte se non un continuo tentativo di spiegare e schivare la morte creando qualcosa di eterno?Perciò non deve stupire il fatto che, per molti anni, disegni e ritratti hanno lasciato spesso il posto a questo “volto assente”. Lo spettatore è assorbito e incuriosito dalla figura del teschio, perché in lui si riconosce empaticamente e rivede un se stesso del futuro, in lui trova un insegnamento a ricordare la fugacità della vita. Messaggio che diventa essenziale e preciso nella pittura del XVII secolo: la “Vanitas”, in cui i teschi, le candele e le clessidre che si animano sulle tele, diventano vero e proprio memento mori della fragilità della condizione umana. Monito concreto, come nell’opere del Caravaggio “San Francesco in adorazione sul teschio”.
Il monito si trasforma in denuncia nelle opere di Otto Dix. Un forte attacco alla guerra, che marcisce non solo il corpo ma anche l’anima, si ritrova nel suo “Skull”, incisione del 1924, un teschio che conserva ancora qualche labile brandello di vita e si propone allo sguardo con tutta la sua orrida crudeltà.
Lo spettatore che osserva questa rappresentazione della morte e della putrefazione si rende complice della propria morte e, nello stesso tempo, della propria resurrezione, perché solo osservando la morte si può conoscere e apprezzare veramente la vita.
Mutano i tempi e i costumi ma l’utilizzo, nell’arte, della figura del teschio non cessa, anzi, diventa simbolo di sfida, provocazione e superamento del tabù della morte. Proprio come nelle opere di Andy Warhol: il teschio, riprodotto in serie e animato da tinte forte e vivaci, assume una nuova vita, diventando anche lui icona Pop. E cosa c’è di più popolare di un teschio, di questa maschera impersonale in cui tutti noi ci trasformeremo? Ma ancora più significative sono le foto di Warhol con in spalla un teschio, utili all’artista per esorcizzare la  sua grande ed ossessiva paura della morte prendendola (o prendendosi ) in giro. Il teschio diventa specchio e raffigurazione della più antica paura dell’uomo: il mutamento del corpo vivo che si trasforma in un accumulo d’ossa in preda al disfacimento. 
C’è qualcuno invece che quel teschio lo sceglie come alter ego, un simbolo in cui identificarsi, come Basquiat, che ne fa addirittura la sua firma, un incrocio fra maschera e teschio, un autoritratto capace di riassumere e raccontare la sua breve vita in continuo gioco con la morte. Scheletri e teschi che popolano le sue opere non sono altro che un ritratto di una società violenta e che per la prima volta si trova a far i conti con un male sconosciuto: l’AIDS.
E’ lo spettacolo derisorio del vuoto che ci attende, ma, allo stesso tempo un’esaltazione della morte che diventa icona della vita.
Abbiamo voluto dissacrare, celebrare ed esorcizzare questa maschera ed oggi siamo arrivati persino a ricoprirla di diamanti. “For the love of the God”, il teschio più famoso e costoso della storia dell’arte, opera del’artista britannico Demien Hirst, ripropone il tema della “Vanitas” in maniera più grave e irreversibile. Il teschio, simbolo della caducità della vita, associato al  materiale durevole ed eterno delle pietre preziose.

La raffigurazione di questi crani privi di vita ci ha accompagnati da secoli, dagli affreschi pompeiani fino ai graffiti sui muri delle nostre città, ogni volta con significati e messaggi diversi. Di fronte a questi teschi viene quasi voglia di avvicinarsi al loro ghigno beffardo e a quelle orbite cave per scoprire il mistero del senso della vita … proprio come nella famosa canzone popolare siciliana:
“Vitti na crozza supra lu cannuni
Fui curiusu e ci vosi spiari
Idda m’arrispunniu -Cu gran duluri
murir senza toccu di campani…”
Annapaola  Ruffo




A proposito del teschio di Damien Hirst (da Globart magazine):
http://www.globartmag.com/damien-hirst-for-the-love-of-god-teschio-diamanti/8361/ 

domenica 24 ottobre 2010

E' un omaggio a Tracey Emin il progetto di Thomas Berra preparato per Step09 2010


Per quanti non conoscessero l'artista londinese, classe 1963, Tracey Emin (http://www.google.it/search?hl=it&client=safari&rls=it-it&q=Tracey+Emin&aq=f&aqi=g3&aql=&oq=&gs_rfai= ), beh, che dire, è senza ombra di dubbio una delle più importanti protagoniste della scena contemporanea a livello mondiale. Se mi è permesso un paragone, anche non troppo, azzardato, è considerata da i più un Damien Hirst (http://www.google.it/search?hl=it&client=safari&rls=it-it&&sa=X&ei=SAfETPuzHtDAswaW9fXlCA&ved=0CC4QBSgA&q=damien+hirst&spell=1 ) al femminile. Anche se, bisogna dirlo, la sua poetica (e le sue quotazioni) sono molto distanti dall'artista vivente più costoso al momento.
Trasgressiva, provocatoria ed anticonformista, ha stupito e conquistato i collezionisti più importanti, i galleristi più attenti e la critica di tutto il mondo. I musei d'Arte Contemporanea fanno a gara per avere nelle proprie collezioni opere sue, le gallerie del calibro di White Cube e Saachi hanno tenuto sue personali attirando collezionisti da tutto il mondo ed ogni volta che una casa d'aste ha in catalogo una sua opera, stabilisce un nuovo record.

Nel giugno del 2009, viene presentato al pubblico One Thousand Drawings da Rizzoli International (http://www.rizzoliusa.com/book.php?isbn=9780847832026 ) un volume di 2016 pagine colmo di scritti, disegni, pensieri e appunti dell'artista britannica.

Da questo oggetto, oramai diventato un cult per molti, parte il progetto che Thomas Berra presenterà a Milano dal 26 al 29 novembre, durante lo svolgimento dell'edizione 2010 di Step09 (http://www.step09.com/ ) negli stand di Galleria San Lorenzo.
Un'installazione composta da più di 500 disegni (in mostra troveranno spazio solamente 100 di quest'ultimi) su carta nera e realizzati con inchiostro bianco.
Un omaggio a Tracey Emin da parte di questo giovanissimo artista che con rispetto ed attenzione vuole segnare in maniera indelebile la propria appartenenza alla scena contemporanea internazionale.




vedi anche: