RITENGO CHE SIA DOVERE DI CHIUNQUE E A MAGGIOR RAGIONE DI NOI ITALIANI, FARE DI TUTTO PER PROMUOVERE, SALVAGUARDARE E DIVULGARE L'ARTE IN TUTTE LE SUE ESPRESSIONI.
UNA SOCIETA' DISTRATTA SUI FATTI DELL'ARTE E' UNA SOCIETA' VOTATA ALL'IMPOVERIMENTO... E NOI, DA QUESTO PUNTO DI VISTA, LO SIAMO GIA' ABBASTANZA!






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martedì 14 maggio 2013

ANDREA BIANCONI: LOVE ME TENDER a cura di Luigi Meneghelli

Si è inaugurata qualche giorno fa, ma si può visitare fino a luglio. 
Se capitate a Verona, merita! 



ANDREA BIANCONI: LOVE ME TENDER
 La Giarina Arte Contemporanea
Interrato Acqua Morta, 82 - Verona 
11 maggio - 20 luglio 2013

A cura di Luigi Meneghelli

“Sono uno specchio, un’eco. L’epitaffio”. Parole di Borges, per dire dell’infinito, dell’innumerabile, del tempo, dell’eternità o della ciclicità dei tempi. Ma anche, per sottolineare la convivenza e la compresenza di tutte le cose tra di loro, la loro connessione fluida, ininterrotta che si perpetua attraverso la presenza (o la sparizione) dell’autore stesso. Ebbene, tutta la ricerca degli ultimi anni di Andrea Bianconi (Arzignano, Vicenza, 1974; vive e lavora tra Vicenza e New York) sembra concentrarsi su un’idea di perpetuazione del vissuto, del perdurare di esistenze, anche quando queste sono ridotte a semplici resti, a spoglie ingegnose o maliziose. Anzi, l’artista vicentino pare spingere la sua operazione alle estreme conseguenze, legando (e collegando) uno sterminio di oggetti in una sorta di alluvione romantica e surreale, fino a far perdere loro ogni profilo consueto, ogni riconoscibilità, ogni corporeità. A contare è soprattutto l’utopica idea di collezionare il mondo, come fosse una casa di adorabili fantasmi, una raccolta di saperi indiziari, esposti alla fragilità, al movimento, al mutamento che è la caratteristica stessa del sapere. Niente può essere davvero ordinato o classificato: e gli strumenti che Bianconi utilizza per assemblare il suo bizzarro archivio (corde, nodi, gabbie, colle), più che unire e rinchiudere, risvegliano i “demoni dell’analogia”, attivano un infinito gioco di rimandi, collegamenti, possibilità visive. Le stesse installazioni fatte di gabbie in legno e metallo verniciate di nero non sono altro che “sculture” che disegnano lo spazio. E’ tutto un entrare e un uscire di segni, un imbrogliarsi di linee, come nelle “carceri” che si moltiplicano all’infinito di Piranesi: labirinti architettonici di scale, piani, volte che si arrampicano verso il vuoto. E’ lo stesso artista che parla di “continue sovrapposizioni, di costruzioni e decostruzioni”: “la gabbia la uso, dice, perchè la mia testa sta esplodendo di pensieri e io non riesco a contenerli tutti”.
Eppure, questi pensieri, Bianconi sembra riuscire a contenerli nell’ultimo ciclo di lavori dal titolo “Love Story”, dove ricopre sedie, biciclette, soprattutto vasi di fiori, con colate di cemento, vinavil e smalti vari. E, stendere il colore su una cosa, si sa, assume il significato di intimizzarla, di invaderne la pienezza, di condividerne l’essenza. In realtà ciò che appare vicino è anche posto sotto il segno della lontananza: noi lo riconosciamo, ma esso non si lascia mai cogliere pienamente, perchè si colloca al di là rispetto al mondo dei fenomeni: “fa parte della metafisica: ospita il vuoto, custodisce il silenzio, accoglie il nulla”, scrive Luigi Meneghelli in catalogo. Ancora una volta cioè lo sguardo di Bianconi non sosta sull’opacità delle cose e degli oggetti, ma ne moltiplica le possibilità di sorpresa, ne illumina la realtà attraverso scorci imprevisti e accostamenti singolari. Ne fa proprio “echi”, risonanze borgesiane.

giovedì 13 settembre 2012

Braida: immagini per grande musica classica

Ho fatto di recente, su youtube, una piacevole scoperta: le opere di Roberto Braida sono state utilizzate come cover per alcune rappresentazioni di musica classica...

Per l'opera di Paul Dessau (1894-1979): Sinfonie in einem Satz (1926) --- Deutsches Symphonie-Orchester Berlin diretta da Roger Epple è stata utilizzata l'immagine dell'opera riprodotta sulla copertina del catalogo della mostra personale di Roberto Braida presso il Castello dei Vicari a Lari, curata da Filippo Lotti e lo scrivente, "WATERFRONT" (http://www.arte-sanlorenzo.it/news_focus.php?id=107 ) nella primavera 2010...




Per l'opera di Heitor Villa-Lobos (1887-1959), Yerma, opera lirica in tre atti su libretto dell'Autore, tratto da un lavoro teatrale di Federico García Lorca (1955/1956) --- Orquestra Sinfônica, Coro e Coro Infantil do Teatro Municipal do Rio de Janeiro diretti da Mario Tavares (registrazione della prima esecuzione brasiliana: Rio de Janeiro 1983) è stata utilizzata la riproduzione del dipinto posto in copertina del catalogo che accompagnava la mostra dell'artista, curata da Luigi Meneghelli, "I SEGRETI DELL'ORIZZONTE" (vedi http://www.arte-sanlorenzo.it/news_focus.php?id=58 ) tenutasi a Milano nell'ottobre 2006 presso la Galleria San Lorenzo








venerdì 29 giugno 2012

THE BODY, THE SPACE a cura di Luigi Meneghelli

L'ultima fatica del grande Luigi Meneghelli...

 THE BODY, THE SPACE a cura di Luigi Meneghelli
“La natura non è fotografabile, ci vuole sempre un elemento umano”: così scriveva il fotografo Luigi Ghirri, facendosi poi scandalosamente attrarre dal vuoto, dallo spazio senza le persone, o da dove le persone se ne sono andate via.
Ca' Ottolina a Pilastro di Bonavigo è un angolo della Bassa veronese, un luogo dove davvero il mondo sembra essersi sciolto e lo skyline essersi fatto uniforme. E' una vastità senza confini, segnata solo dalle tracce di un passato (essicatoi del tabacco, porticati, rimesse, masserie del '600) che è ancora vivo, anche se trasformato, modernizzato. Non sono indizi di fine del mondo, ma punti di partenza; non lutti, ma albe di nuove esistenze.
E non è un caso che in occasione di ArtFarm Pilastro, da più di dieci anni si diano appuntamento in questo luogo estremo artisti provenienti un po' da tutto il mondo: dagli Stati Uniti, dalla Spagna, dall'Africa, dall'Austria, dalla Svizzera. Intendono dare un'anima e un po' di follia a ciò che resta e resiste oltre il cambiamento. Inedite installazioni, “corti”, fotografie sterminate, performance. Quasi un suk palpitante di odori, umidità, scenari da libro delle fiabe. Gli stessi titoli dati ai vari appuntamenti annuali hanno sempre avuto un che di eccentrico e di stralunato: “Unlimited” o “Transpulmina” (il nome di un farmaco). Gli artisti alzano le proprie tende per pochi giorni, poi arrotolano il tutto e se ne vanno come mercanti arabi.
Quest'anno, all'interno della manifestazione, è stato invitato Luigi Meneghelli per curare una sezione particolare dal titolo “The Body, The Space”, capace di dare un ordine, un filo rosso, di superare l'idea di caravanserraglio e di costruire un percorso organico tra le varie opere degli artisti invitati. Difficile, però, congelare in una teoria il labirinto dei luoghi, il loro senso di parziale abbandono o di vuoto. Così ha invitato dieci artisti emergenti (Andrea Bianconi, Matteo Cavaioni & Tiziano Olivieri, Sara Faccin, Giancarlo Lamonaca, Valentina Miorandi, Diego Morandini, Massimo Reniero, Stefano Scheda, Silvia Vendramel, Nicola Vinci) e ha proposto loro di lavorare intorno a due termini, Body e Space, che potevano essere affrontati come dati speculari o consequenziali, sempre comunque come relazioni irrisolvibili tra l'io e il mondo. Esisterebbe l'uomo senza lo spazio? Ma anche viceversa: che spazio sarebbe senza l'uomo? E se fosse l'uomo stesso a costruire lo spazio, come fa Richard Long in A line made by walking, una linea di luce che si forma, percorrendo avanti e indietro un prato? O ancora: non sarebbe bello, come suggerisce il filosofo Bachelard, se si potesse fare tutto, rifare tutto, “dare a ogni oggetto un gesto supplementare”: una facciata in più, “un supplemento di vita”? Non è questione di rileggere, di “ridefinire” gli spazi, ma di impregnarli della propria presenza: cioè dei propri ricordi, sogni, attese. Di collaborare con la terra, lasciando in essa il proprio segno, anche se sfumato, vacillante, fantasmatico. Con l’augurio che con il tempo questo luogo sperduto possa diventare una autentica “Cittadella dell’Arte".

Cà ottolina, Pilastro di Bonavigo (Vr)

Inaugurazione: venerdì 29 giugno ore 21.30
Periodo: 29 e 30 giugno 2012 – 1° luglio 2012
Orario: venerdì 21.30-24.00 | sabato e domenica 18-22 e su appuntamento cell. 340 3811675 – 338 6748896
ingresso libero

venerdì 4 maggio 2012

Pierluigi Rampinelli: Forme, scritture, arabeschi a cura di Luigi Meneghelli

Luigi Meneghelli conferma con questa mostra, inauguratasi oggi a Verona, presso la Fondazione Toniolo (Spazioarte Pisanello) il fatto di essere una delle migliori penne della critica italiana

La retrospettiva di Pierluigi Rampinelli, a cura di Luigi Meneghelli, è la naturale prosecuzione del percorso intrapreso dallo Spazioarte Pisanello con le mostre di Renzo Marinelli, Federico Chiecchi e Francesco Arduini inteso a riproporre gli artisti che negli anni ‘60 ruotavano intorno alla Galleria Ferrari di Verona.

Una trentina di lavori, tra tele, carte, sculture: lavori della piena maturità di Pierluigi Rampinelli (Verona 1925 – 1996). L'artista si è appena lasciato alle spalle i collage di carte assorbenti con cui, nei primi anni '60, ha realizzato superfici fatte di minimi rilievi e calcolatissime asperità. E cerca di dare aria, respiro, vento a quello che prima era solo un bisogno di testimoniare la propria presenza. Innalza motivi araldici come trofei, con l'intenzione di creare una nuova relazione tra spazio dell'opera e spazio dell'ambiente. Oppure, parte da una matrice di linoleum e produce una serie di “varianti”, che sembrano uno “sciame di farfalle” melottiane. Sempre, comunque, in bilico tra vita vissuta e gioco da vivere, tra equilibrio e fantasia, tra confessione e cronaca. Spesso l'artista usa anche la tecnica del montaggio e del collage: taglia, cuce, riattacca, come se le forme dovessero galleggiare o incastrarsi tra di loro. Ma il campo più frequentato è quello della tela: lì pare farsi collezionista e schedatore di quadrati magici, di grafie sognate, di impossibili ideogrammi.
La sua, è un'affabulazione diversa da quella conosciuta, un'esposizione senza funzioni discorsive, logiche. E' lo spazio di una mappa mutante, di una griglia-casellario: addirittura di un puzzle in cui sono collocati solo alcuni pezzi, ma che vale proprio per ciò che manca, in quanto lascia spazio all'immaginazione. E la riduzione all'essenziale, la diffidenza per una scrittura-pittura gonfia e pletorica reclama analogie non gratuite a certe forme musicali che Rampinelli ben conosceva. Come pure richiama (almeno in alcuni lavori estremi) l'idea dei Fosfeni di Zanzotto: vortici di punti luminosi, “chiarori ciliari”. E' tutto lì Rampinelli, in quell'inesausto far avvicendare spazi in emersione e spazi in sprofondamento, nel rendere i suoi segni contemporaneamente scritture e cancellazioni, invenzioni e annientamenti. E' la sua idea di arte: un laboratorio aperto, un diario visivo da lavorare alla morte, fino alla deflagrazione o fino all'estenuazione.

Forme,scritture,arabeschi
4 – 20 maggio 2012

Sede espositiva: Verona Spazioarte Pisanello – Fond. Toniolo ( chiesa di S.Fermo, lato Stradone S.Fermo)

Inaugurazione della mostra: venerdì 4 maggio alle ore 18.00

Orario di apertura: tutti i giorni dalle 16 alle 19.30, escluso lunedì - ingesso libero

domenica 15 gennaio 2012

"La vita la vediamo a memoria" Rudy Cremonini a cura di Luigi Meneghelli

La penna di Luigi Meneghelli, l'opera di Rudy Cremonini ed il nostro impegno per non dimenticare. Sempre!

 RUDY CREMONINI
La vita la vediamo a memoria
a cura di Luigi Meneghelli
Inaugurazione 22 Gennaio 2012 ore 11,30
Presentazione di Paola Barbara Sega

Museo Ebraico di Bologna, Via Valdonica 1/5, Bologna, Italy
(Giorno della memoria 2012)

Progetto GiaMaArt studio

www.lavitalavediamoamemoria.it

sabato 28 gennaio ore 21.00/24.00 art white night

La stanza della Shoah. Poco più di un antro illuminato da una luce fioca e posto in un angolo del Museo Ebraico di Bologna. Si sarebbe potuto ricostruire un mondo stipato dal tumulto della Storia: invece si è optato per un luogo vuoto, che documenta la scomparsa del corpo, l'aprirsi della porta sul “nulla”. Un nulla che però è bene non smettere di fissare, per circoscriverne la presenza e non farla dileguare. E forse è anche per questo che lo spazio è angusto e quasi invaso dall'ombra: non è per cancellare il passato e i suoi fantasmi, ma per custodirlo, per fare esperienza permanente del suo “buco nero”. Eppure un esile filo di memoria è estratto dall'assenza attraverso un elenco di nomi scritti a terra su una pellicola adesiva bianca. Sono come tracce e reperti che emergono dalle tenebre della stanza e che permettono un incontro muto con chi la violenza ha reso invisibile. Nomi che non si pongono come pesi morti del ricordo, ma che reclamano uno statuto d'essere, una voce che travalichi la Storia.
Ebbene, l'intervento ideato da Rudy Cremonini non vuole essere altro che il tentativo di dare un volto a queste voci, senza la pretesa di cogliere l'identità della persona. Niente inalterabilità delle foto tombali, niente puro omaggio alle vittime dello sterminio. Più che la pietà all'artista interessa suscitare la consapevolezza dell'accaduto. Ed ecco allora una serie di vecchie valigie in cartone su cui egli dipinge una “galleria di ritratti” sfuggenti, smarriti, quasi consumati dalla stessa pittura che li elabora. Così, nomi e volti, dice lo stesso Cremonini, si specchiano a vicenda, come a voler trattenere uno sguardo che invece tende ad allontanarsi o a perdersi dietro il frettoloso “turismo della memoria”.
Non aggiunge altro: teme di scivolare nella retorica o nella ritualità dei ricordi. Ad importargli è che il senso di cancellazione rimanga vivo, che la memoria conservi la sua ferita, che l'oscurità della stanza continui a testimoniare il passato. Ma soprattutto che la sua scarna “liturgia dell’orrore” parli al futuro.
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RUDY CREMONINI
We See Life Off By Heart

(Memorial Day 2012)

by Luigi Meneghelli
Inauguration 22 January 2012 at 11.30 a.m.
Introduction Paola Barbara Sega

Project: GiaMaArt studio

www.lavitalavediamoamemoria.it

The room of the Holocaust. Just a little more than a cave lit by a dim light and placed in a corner of the Jewish Museum of Bologna. One would have been able to reconstruct a world cluttered by the tumult of history: instead, an empty place was opted for, documenting the disappearance of the body, the opening of the door onto “nothingness". A nothingness which one should continue to scrutinize, to circumscribe its presence and keep it from vanishing. It is perhaps also for this reason that the site is cramped and almost invaded by shadow: it is not to erase the past and its ghosts, but to guard it, to make of its "black hole" a permanent experience. Yet a slender thread of memory is extracted from the absence through a list of names written down on white adhesive film. They are like tracks and findings that emerge from the darkness of the room and which allow a silent meeting with those whom violence rendered invisible. Names that do not pose as a dead weight of memory, but who claim to be a statute, a voice that goes beyond History.
Well, the intervention by Rudy Cremonini does not want to be other than an attempt to give a face to these voices, without pretending to understand the person's identity. No inalterability of the tombstone photos, no pure homage to the victims of the extermination. More than in pity the artist is interested in raising awareness of what happened. Here then is a series of old cardboard suitcases on which he paints a "portrait gallery": elusive, lost, almost consumed by the same art that elaborates it. Thus, names and faces, says Cremonini himself, mirror each other, as if to suppress a look which instead tends to move away or get lost beyond the hurried 'tourism of memory. "
Nothing else added: the fear of slipping into rhetoric or rituals of memories. What is of importance is that the cancellation remains alive; the memory retains its wound. The darkness of the room continues to attest to the past and above all its gaunt "liturgy of horror" speaks to the future.

domenica 7 agosto 2011

Su Artribune un fantastico Meneghelli all'attacco di Goldin!


Luigi Meneghelli
Che io sia un fan sfegatato di Luigi Meneghelli non lo ho mai negato. Una persona che stimo, che apprezzo, che riconosco come uno delle penne più intelligenti in questo bulimico e spesso mediocre mondo dell'arte.
Per contro, Marco Goldin, che riconosco essere un professionista, non ha mai toccato le mie corde ( ammetto però, che al contrario di Meneghelli, che conosco personalmente e col quale ho anche collaborato, lui non l'ho mai conosciuto. Incontrato si, in un paio di occasioni e scambiato giusto il saluto di convenzione... quindi il mio giudizio è formato solo da quello che ho letto, scritto da lui e quello che ha prodotto...).

Ora succede che sulle pagine di Artribune ( http://www.artribune.com/ ) viene fuori un bell'attacco, del buon Meneghelli, sulla prossima avventura del Goldin, che tornerà in patria veneta, in autunno, con relativo strascico di polemiche... vi terrò aggiornati... intanto leggete un po' qua:

http://www.artribune.com/2011/08/a-volte-ritornano-marco-goldin-a-verona/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Artribune+%28Artribune%29&utm_content=FaceBook

domenica 19 giugno 2011

First Step 2 - Studenti dell'Accademia di Verona in mostra nelle Gallerie

In più di una occasione ho affermato quanto ammiri il lavoro di Luigi Meneghelli... questa seconda edizione di Fist Step, è l'ennesima conferma


Coordinatore: Luigi Meneghelli
Openings: 24 – 25 giugno 2011 dalle 16.00 alle 20.00
Periodo esposizione: 24 giugno – 2 luglio 2011
Catalogo disponibile nelle varie sedi

First Step è alla sua seconda edizione ed è già diventato un appuntamento atteso, un momento immancabile di verifica di un'intero anno scolastico. E' un esporsi disincantato da parte dei trenta studenti selezionati al vaglio del mercato, della critica, del pubblico. E' un passare dall'altra parte della scena, anche se questo non significa fine dello studio, ma solo un diverso impegno nei confronti della ricerca. Non più unicamente un interrogarsi su se stessi e sui propri processi operativi, ma anche un relazionarsi con altri (con i veri soggetti del mondo dell'arte): una scoperta dell'alterità però che è un modo ulteriore di misurarsi ancora con se stessi, di patteggiare non rinunce ma alleanze o, meglio, sinergie con quello che potrebbe essere il futuro “mondo del lavoro”.
E' stato un anno che ha visto l'Accademia cambiare molte dinamiche al proprio interno, come l'inserimento di nuovi corsi teorici e lo studio delle tecnologie avanzate applicate all'immagine. Gli studenti si sono così sganciati dalle espressioni artistiche più legate alla tradizione (come pittura, scultura e incisione), per indirizzarsi verso una molteplicità disciplinare o, ancor più, verso una vera e propria trasversalità linguistica. Sembra quasi avverarsi il rilievo fatto più di un secolo fa da Kandinskij: “Non sono necessarie l'anatomia e affini, ma la totale, incondizionata libertà dell'artista nella scelta dei suoi mezzi”. Ed ecco allora apparire accanto ai quadri, anche video, installazioni, performance, foto, fanzine. E' come se gli studenti sentissero un'esigenza ininterrotta di spostarsi, cambiare, ricominciare, riscoprire, e soprattutto reinventarsi.
Ed è curioso come anche il numero di gallerie che aderiscono al progetto sia passato dalle otto dello della prima edizione alle dodici di quest'anno: ad Artericambi, Boxart, FaMa Gallery, La Giarina, Marco Rossi, Galleria Dello Scudo, Spazio 6, Studio la Città, Spazio6 si sono aggiunte Giorgio Ghelfi, Kn-Studio, Melepere, Ph-Neutro e la partecipazione della Biblioteca Civica con l’ “Archivio Regionale della Videoarte”.
Forse, in mezzo alla “deregulation” dei nostri giorni, è il segno di un bisogno diffuso di ritrovarsi intorno al valore antico della creatività, anzi della creatività che si sta ancora formando, che è ancora in fase di germinazione. Mettere a disposizione degli studenti i propri spazi, perchè essi possano fare le prove generali della vita, diventa allora un atto etico, educativo, costruttivo. E se è vero che l'arte non salva, è pur vero che l'arte fabbrica coscienza e futuro.

venerdì 8 aprile 2011

"Affinità Elettive" a cura di Luigi Meneghelli, a Trento

Che Luigi Meneghelli abbia delle qualità straordinarie nel curare le proprie mostre è cosa ormai risaputa. In questa situazione ritengo si sia superato. Fino al 30 giugno a Trento




L'esposizione “Affinità Elettive”, mette a confronto quattro giovani emergenti (Elena Monzo, Pierluca Cetera, Valentina Miorandi, Stefano Abbiati) con quattro maestri storici (Alighiero Boetti, Bill Viola, Emilio Isgrò, Giuseppe Penone): essa intende evidenziare la migrazione di motivi, di ipotesi, di composizioni tra l'ieri e l'oggi, tra energie antiche e nuovi quesiti. Da questa comparazione emergonono segrete e mai sospettateinfluenze linguistiche, parentele addirittura inconsce, che portano ad una nuova interpretazione dell'arte degli stessi “maestri”. Già Beaudelaire, del resto, più di un secolo e mezzo fa, parlava di lunghi echi che si confondono in una “unità tenebrosa e profonda, vasta come la notte e il chiarore”: una zona limite, inafferrabile, imprecisata e misteriosa, molto interna e nascosta tra opera e opera.
Non quindi uno sguardo diretto, imperioso, monodirezionale, ma uno sguardo che deborda, che intreccia relazioni, che trasforma conoscenze, che ridefinisce l'ordine delle cose, dei luoghi, dei tempi. E' come se ricordo e contemporaneità si intrecciassero per far sorgere imprevisti e inediti significati. Così le “cancellature” di Isgrò con i loro inabissamenti visivi si relazionano con l’ ”Inno d'Italia” di Miorandi ridotto all’asetticità di un “33 giri”e quel bisogno di arrivare al tema della scissione e del doppio di Boetti, nella figurazione della Monzo diventa una connessione scintillante e insieme inquieta di corpi. Mentre l'azione di Penone che lascia sulle cose l'impronta della propria identità si rovescia in Abbiati in un'ombra che sembra essudare dal fondo delle sue tavole lignee e le immagini di Viola che si muovono impercettibilmente sullo schermo si trasformano in Cetera in una pittura retroilluminata che sembra paradossalmente prendere vita davanti ai nostri occhi.
Dunque “Affinità Elettive” intese come “focolai di contatto, come “flussi di risonanza”, dove i motivi si influenzano, interferiscono, creano un mosaico del visibile capace di suscitare nuove visioni. Soprattutto dove tutti i tempi “danzano insieme”, come si addice ad un'epoca “post-storica” come la nostra.


Galleria Arte Contemporanea Boccanera
Via Milano 128/130
Trento, Italy

venerdì 10 dicembre 2010

E' Ester Negretti la vincitrice della IV edizione del Brambati!

E' la brava artista comasca, Ester Negretti ad aggiudicarsi la palma d'oro della IV edizione del Premio biennale di Pittura Luigi Brambati - Umanità e Natura. 
Un altro successo da aggiungere alla già lunga lista di riconoscimenti che questa pittrice ha già ottenuto nella sua carriera. Ed ora tutti ad aspettare la prossima mostra, che voci di corridoio dicono sarà curata da Luigi Meneghelli in una splendida cornice istituzionale. 
Brava Ester!

lunedì 29 novembre 2010

Giuseppe Chiari - "SUONARE IL MONDO" a cura di Luigi Meneghelli

Quando c'è la firma di Luigi Meneghelli il risultato è garantito! A Verona fino a fine gennaio.

“Cos'è il lavoro? Non è pittura, doveva essere musica all'inizio e lo è ancora, in parte è letteratura, in parte filosofia. Forse sono solo battute satiriche perchè io non credo di essere un poeta. Ma questo gioco di definizioni non mi dispiace, non mi dispiace questo ballo di aggettivi”. Sono solo alcune parole che Giuseppe Chiari (Firenze 1926-2007) pronunciò in una delle famose “Conferenze” che era abituato e tenere indifferentemente in gallerie, teatri, locali, ma che possono far intuire l'estrema versatilità che ha attraversato come una scossa tutta la sua attività. Il suo è stato un percorso dialettico, dove teorie, composizioni, esecuzioni si sono intrecciate, trasgredendo ogni discorso disciplinare. Tanto che se mai ci fosse un termine capace di definire le sue azioni, quello potrebbe essere “improvvisazione”: un modo di fare privo di sostegni programmatici, di regole di preparazione. Egli invitava lo spettatore a “strimpellare”, sottolineando che non ha importanza ciò che suona, ma solo che suoni. “La musica è suonare”. “La musica è vita”, diceva.
E la quindicina di strumenti musicali (tra cui chitarre, violini, trombe) che espone la galleria “Incorniciarte” vogliono proprio rappresentare una chiara interrogazione di quella che è l'identità della musica e il suo potenziale comunicativo. E' vero che la loro superba eleganza pare subire una sorta di sfigurazione o di oltraggio, in quanto essi sono “imbavagliati” da nastri adesivi, come dire che non possono più essere suonati: che sono oggetti destituiti di senso, puri scarti. In realtà il fatto di essere sigillati come sepolcri di memorie indistruttibili, mantiene questi strumenti pienamente attivi come splendidi simboli di una musica ancora vivibile, oggetti muti che possono tornare a parlare attraverso l'istintiva poesia di segni e di colori. Chiari in qualche modo provoca l'oggetto-strumento come un pittore provoca la tela e lo fa accostando ad esso partiture, macchie colorate, minuscoli pezzi di carta, pagine di giornale (con immagini di jazzisti come Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Louis Amstrong o figure mitiche come Andy Warhol e Marylin Monroe). Così anche i fantasmi musicali si trasformano in fatti acustico-visivi, in una coniugazione di colori e suoni che sembrano derivare da quel flusso vitale che è l'esistenza.
E poi ancora partiture, foto, disegni su spartiti, istruzioni per l'esecuzione di gesti musicali, testi di una sola battuta (Tutte le opere sono opere, Art is easy, Tutti insieme): sono affermazioni che si ripetono nel tempo e che testimaniano la volontà di Chiari di superare l'idea di arte come linguaggio codificato e di mantenerla in uno stadio di perenne apertura e avventura. Niente da dichiarare, niente da dimostrare. Sulle tracce di “Fluxus” per il quale l'importante è “lasciare che le cose siano quelle che sono”, anche Chiari scrive: Dont take paintings off the wall thank you (Non togliere i dipinti dal muro grazie). Tutto deve rimanere dentro una dimensione ludica, essere uno sguardo di sorpresa, un gesto gratuito. E' come invitare lo spettatore a riappropiarsi delle sue azioni elementari, quasi infantili, a partecipare direttamente all'opera. L'arte è aperta a tutti, perchè l'arte è vita. (dal testo in catalogo di Luigi Meneghelli)

Galleria Incorniciarte
Via Brigata Regina 27/A 37139 San Massimo
Verona, Italy
da sabato 27 novembre alle ore 18.00 a sabato 29 gennaio 2011 alle ore 19.30

venerdì 24 settembre 2010

Vertigo 2 a cura di Luigi Meneghelli



Per la prima volta in queste pagine, mi trovo a scrivere di uno dei personaggi che più stimo nel mondo dell'arte: Luigi Meneghelli.

Questa mostra è l'ennesimo manifesto della sua spiccata ed innata sensibilità nei confronti della giovane arte.


Vertigo 2 a cura di Luigi Meneghelli
Chiara Tagliazucchi, Antonio Bardino, Paolo Picozza

Doveva essere il secondo atto di un progetto inteso a focalizzare il divenire della pittura. Doveva essere una specie di testimonianza finalizzata a indagare il paradosso del “nuovo” all'interno di un linguaggio tradizionale. Doveva essere il tentativo di individuare l'emancipazione di un medium che non ha mai finito di rigenerarsi e riprogrammarsi. Vertigo 2 aveva intenzione di mettere in scena tre giovani artisti (Chiara Tagliazucchi, Antonio Bardino, Paolo Picozza) che avevano affrontato il quadro non come una semplice registrazione oggettiva del mondo, ma come l'indagine del sotto (o del dentro) le cose. Purtropo nel corso della preparazione della mostra Picozza e' venuto a mancare e, con lui, una pittura “visionaria” che considerava la tela un autentico campo di battaglia e che tentava letteralmente di “mettere al mondo il mondo”, ancora bollente di bitume che cuoce, ancora “sorpreso” tra segni storti, fumi e curve materiche.

Si e' a lungo valutato se sospendere il progetto (o riprenderlo dopo il tempo del lutto), ma le parole dell'estrema mail inviata da Picozza (“... io intanto dipingo”) ci hanno spinto a continuare, anche perche' sembrava che l'artista romano ci dicesse: “mi sono solo spostato per non far perdere la freschezza ai miei gesti”. E cosi' abbiamo guardato ai dipinti di Bardino e Tagliazucchi, a quei loro paesaggi di periferia o di natura stortata, evacuata con ancora maggior intensità. Ci siamo accostati alle loro immagni come a qualcosa che non si accontenta di mostrare cadute o fughe, ma come a qualcosa che pretende di essere parte integrante di queste esperienze. La loro ci e' parsa una figurazione che non si rinchiude piu' su se stessa e sulla propria fisicità, ma che, in qualche modo, si rivela nel proprio accadere, nel proprio divenire, come se si disinteressasse della contemplazione, per prediligere i valori dell'azione. Osservando i “Boschi di corsa” di Chiara Tagliazucchi (Pathless wood), a prima vista sembra che il punto di fuga arretri vertiginosamente, quasi a voler suscitare una veduta panoramica. Ma presto si rende evidente il fatto che ad interessare l'artista non e' tanto il tentativo di mettere a fuoco il soggetto dell'immagine, quanto il disvelamento delle potenzialità latenti della pittura. Allargando la visione, lei abbatte i particolari. Il pennello non e' piu' un elemento che aggiunge, ma che sottrae, che tira via. L'occhio si trova, di conseguenza, trascinato dentro uno spazio che si fa sempre piu' sterminato, risucchiato com'e' dentro un vortice senza limiti, che gli fa perdere il senso delle distanze. E' costretto a piegarsi, rovesciarsi, rimbalzare, inarcarsi. Pare che Chiara faccia sue le parole di Matisse, “incomincia a tagliarti la lingua”. Tutta la sua pittura infatti e' sottoposta a una folle precipitazione. L'intera natura conosce pressioni e trazioni antagonistiche, frantumazioni e squartamenti. Non e' davvero facile trovare il proprio spazio nel fottuto orizzonte della sua creatività...

Con i dipinti di Antonio Bardino si ha l'impressione di entrare in minidepositi di abisso, fatti di metropoli o squarci industriali minacciati da colori notturni, intaccati da atmosfere losche, lordanti. Ma l'artista, si capisce subito, non intende affrontare questioni ecologiche o ideologiche. Uscito dagli interni asettici, dalle stanze vuote che, fino a qualche tempo fa, aveva “tirato a lucido”, come fossero luoghi clinici, ora sperimenta il fuori, con tutto il suo orizzonte sinistrato. E il fuori gli appare frammentato, spezzettato, demoltiplicato. In esso si introducono distanze abissali che giocano con disinvoltura tra la vertigine del “blow-up” (del primo piano) e l'inarrivabilità di elementi quasi fuori campo. C'e' l'invasione dinamica delle superfici cosparse di piani allucinatori, di insolite giustapposizioni. E anche i colpi di pennello non hanno piu' nulla di ascetico, ma vanno in brandelli come una cipolla spellata. Forse il “male” (cui Bardino allude, ma di cui non parla) viene dall'interno, rode a partire da dentro. È cosi', con Vertigo 2. Se con la prima edizione si erano investigati i rapporti con i media, scovando sottili relazioni con foto, video e cinema, stavolta ci si rivolge al paradosso assoluto della pittura, alla sua maledizione e alla sua grandezza: quella di dare a vedere cioe' quanto non e' solo nell'ordine della vista, ma anche nell'ordine del pensiero. La formazione delle immagini viene incessantemente decostruita, perche' si possa cogliere l'arbitrarietà della “convenzione rappresentativa” e farne risultare l'immancabile alterità e alterazione: in altre parole, perche' si venga a capo della tela, ma non nel senso di intenderne i “messaggi”, bensi' di smascherarne il volto (il sistema di funzionamento).

Luigi Meneghelli
Inaugurazione 24 settembre ore 18
dal 24/9/10
al 24/10/10

Galleria Atlantica
via Piave, 35 - Altavilla Vicentina (VI)
Martedi' - venerdi' 16-21, lunedi' chiuso
Ingresso libero